martedì 12 settembre 2017

Smontare e rimontare: come in un museo?

Sovente, nell'esternare questo mio personalistico concetto che vuole la mia collezione strutturata come un percorso espositivo "museale", ho trovato molti cultori della precisazione semantica, ancor più quando la digitalizzazione dei miei reperti li rende fruibili a chi voglia percorrere l'intero itinerario espositivo, sdoganandolo dal quel rapporto di esclusività che lo relegava al personale possesso. Tra le varie segnalazioni che mi sono pervenute c'è, ad esempio, quella "ministeriale" che si può leggere sul sito del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo dove, nella pagina dedicata alle collezioni museali, è proposta una prima distinzione tra museo e collezione.

Questo post oltre che una riflessione vuole essere la risposta ai commenti pervenuti su altri due interventi pubblicati sul blog:
🔄 Meccanizzazione postale: una divagazione tematica riorganizzata
🔄 C'è tutto un mondo intorno

Quanto partendo dal principio che "la storia del museo è ben distinta da quella del collezionismo e la linea di demarcazione è la destinazione pubblica del museo, sconosciuta ai grandi mecenati del XVI e XVII secolo". Certo che se proprio "alla lettera" intendessimo prendere tale tentativo di tracciare una linea di confine, tale "limes" concettuale avrebbe oggi un senso relativo, un sapore vagamente archeologico, tenuto conto che dai grandi collezionisti d'arte del passato sono trascorsi quasi quattro secoli.



Qualche critico della mia passione visionaria mi ha poi invitato a leggere un interessante contributo dal titolo "Chiarimenti sulla natura di collezioni e musei". All'autrice, Simona Fusca, va certamente il merito di esser partita da lontano senza tralasciare alcun indizio, addirittura da quel gusto di accumulare cose che parrebbe accomunare noi collezionisti ai nostri lontani progenitori di cinquantamila anni fa che, in una grotta della Francia attuale, nell'Hyène precisamente, eran stati pervasi dal gusto di raccogliere oggetti "legati tra loro" da una sorta di comune gusto estetico. Con la stessa perizia di uno scavo archeologico, l'autrice analizza parole quali "collezione" e "museo" così come si farebbe con un antico monile, scomponendone le parti e ricerdando per ognuna di esse la remota provenienza. Così scopriamo, nell'analisi etimologica, che "collezione" deriva dal termine "colligo", latinismo atto adefinire azioni quali radunare, raccogliere, ammassare, riunire, ma anche "mettere insieme". Non sorprende dunque che la scomposizione della matrice "cum-ligo" esprima essa stessa il concetto di "legare insieme".

E' ancora il vecchio caro latino, così come Simona Fusca ci racconta, che ci offre la genesi del termine "museo" o museum. Un luogo sacro poiché antica dimora delle Muse, le figlie di Zeus e di Mnemosine, guarda caso la "memoria" fattasi divinità. Stante l'origine mitologica, il museo assume quindi quella dimensione alta nel suo ruolo conservativo, tanto più nella sua evoluzione espositiva che, un altro illustre della materia, più volte citato nel saggio in questione, l'antropologo Giovanni Kezich, definisce "la rappresentazione più riuscita di un'idea visiva della cultura", dove "concetti, idee, saperi, notizie si palesano attraverso oggetti". Oggetti che hanno il potere, la capacità di evocare memorie che rimandano ad un altrove, secondo un sistema di corrispondenze non casuale, ma strutturato ed ordinato.



Ed è proprio qui che, da collezionista, spontanea, mi sorge una riflessione! Abbandoniamo per un momento lo steccato che separa l'aspetto pubblico del constructo museale rispetto a quello di privato possesso della collezione e limitiamoci a quanto appena sentito. Non è forse vero che per molti collezionisti "filografici" (quelli che abbracciano i diversi segmenti dell'aspetto filatelico e postale) la capacità e la volontà di trasformare francobolli, annulli, lettere in un veicolo ideale di diffusione della storia e della cultura è ingrediente principe del modus operandi con cui dare vita ad una collezione che meriti tale appellativo?

E non è forse altrettanto vero che l'impegno maggiore che affrontiamo, cioè quello di dare un senso, una logica ai nostri allestimenti, non persegue solo un gusto estetico, ma punta al disporre i nostri reperti secondo un "sistema di corrispondenze non casuale, ma strutturato e ordinato con il fine di evocare memorie in grado di raccontare una o più storie"?

Sono quesiti la cui risposta, inevitabilmente, rende per la nostra idea di collezione la definizione "museale" decisamente più calzante di quanto invece lo sia quella di Krzysztof Pomian per "collezione", così come citata nel saggio di Simona Fuscà: "ogni insieme di oggetti naturali o artificiali mantenuti (...) fuori dal circuito di attività economiche, soggetti ad una protezione speciale in un luogo chiuso sistemato a tale scopo". Ora è giusto e doveroso rammantare a chi legge, ma lo dico anche per i segnalatori delle ricerche citate in questo post, che gli studi sulla museologia e sul collezionismo fanno generalmente riferimento all'arte ed alla storia e che, a buon conto, è la stessa autrice di "Chiarimenti sulla natura di collezioni e musei" a ben evidenziarlo ed a ricordare che ciò che nel passato godeva dello status di collezione ha spesso subito una metamorfosi che, nel passaggio di possesso privato (collezione) a quello pubblico (museo) ha acquisito un nuovo status, decretando che la "collezione" è stata la genesi dell'odierno "museo". Restano chiari alcuni concetti distintivi: è innegabile che i musei siano infinitamnte più longevi di chi li ha concepiti o allestiti, mentre così non si può dire delle collezioni private, spesso smembrate e disperse alla morte di chi aveva dato loro struttura e sostanza.


A questo punto vale la pena fare un'altra riflessione, riportandola al contesto filatelico filografico. Non è forse vero che il collezionista 2.0 potendo digitalizzare la propria collezione, rendendola in tal modo fruibile ad un pubblico, ne determina un mutamento di status che distorce i confini canonici tra privato e pubblico, pur limitato al concetto di fruibilità? Probabilmente è in atto un cambiamento. Un'evoluzione impensabile solo pochi anni fa, che consente al collezionista filatelico di mostrare ad un pubblico più vasto ed eterogeo il proprio percorso espositivo, tutto ciò senza dover trasportare il proprio materiale espomendolo a rischi di danneggiamento o di smarrimento. Ciò comporta anche un ripensamento del processo di accomodamento, non più solo progettato per l'io collezionista, ma riarrangiato per un ipotetico visitatore. Occorre dunque affiancare alla raccolta dei propri "pezzi" alcuni concetti, se pur nella loro forma più elementare, di museologia, per la cura dell'allestimento, e di museografia, per la progettazione e l'organizzazione, anche virtuale, dello spazio espositivo.

Mi è ora, dopo tanto disquisire, irrinunciabile l'occasione per condividere l'attività di riorganizzazione del mio percorso collezionistico e quindi espositivo, essendo lo stesso digitalizzato. Un impegno sviluppato sia nel processo di allestimento che in quello concettuale, attività che mi ha impegnato nei mesi estivi. Si tratta di un'integrazione ed aggiornamento della sezione dedicata alla meccanizzazione postale. Una revisione articolata che comporterà a breve conseguenti revisioni dell'area filatelica repubblicana, dai cui album sono stati estratti alcuni reperti marcofili che ho riconsiderato come meglio rappresentativi nel quadro della meccanizzazione, piuttosto che in quello squisitamente filatelico. Tant'è che gli album della sezione passano da sei a sette con alcune interessanti novità. Di conseguenza si contrae la sezione dedicata alla Ricostruzione presente nel percorso dei francobolli allo stato di "nuovo", ove resteranno i reperti di storia postale raccolti quale fuori programma tematico del periodo, pezzi che, a breve, traslocheranno nuovamente nelle "vetrine" (gli album) della "repubblica obliterata" che, allo stato attuale inizia dal 1955, ma che nei miei programmi correra all'indietro di una decina d'anni, allineandosi ai valori nuovi ed ospitando interessanti approfondimenti.


🔄 link alla Guida alla mia collezione

Ma vediamo in dettaglio l'aggiornamento che tale operazione ha prodotto nella sezione dedicata alla meccanizzazione postale.

🔻Album T1
1967 Scatta l'operazione CAP | Da principio fu il portalettere | Il postino col timbro | Roma 1890 la bussola postale | I quartieri postali tra regno e repubblica | Rioni postali da due a tre cifre | La prima mostra europea della meccanizzazione | Annulli sperimentali ed educativi | Il numero d'oro e le campagne promozionali del CAP | Come ti cambio l'annullo … con il CAP | Da frazionario a CAP |
🔄 link agli album
Nel primo album (T1), ad esempio, l'arrivo di nuovi reperti mi ha permesso di rendere più completa ed esaustiva la vetrina dedicata al Quartiere Postale.



In modo particolare è stata l'acquisizione di due annulli mancanti (i primi della serie), impiegati per propagandare l'indicazione del numero di quartiere postale, ad offrirmi la possibilità di correre sino agli esordi di questo tentativo di razionalizzazione distributiva della corrispondenza.

🔻 Album T2 
La bollatura e la meccanizzazione |Le bollatrici Bickerdike | Le bollatrici Krag | Le bollatrici Flyer (Flier) | Gli annulli parlano agli italiani | Meccanizzazione e propaganda di regime | La ricostruzione e gli annulli meccanici | Meccanizzazione e pubblicità postale | Anno Santo e autambulanti | 

🔄 link agli album

Il lavoro più impegnativo ha però riguardato il secondo (T2) ed il terzo album (T3); quest'ultimo di fatto quale nuovo inserimento che ha fatto "scrollare" di una posizione gli altri raccoglitori che, come già anticipato, da sei passano a sette. L'idea di ridisegnare ed integrare corposamente il capitolo dedicato alle bollatrici meccaniche Flyer (o Flier coma qualcuno preferisce indicarle), è il frutto di un tentativo di proporre una serie di targhette figurate, non solo analizzandole dal punto di vista meramente tecnico e cronologico oppure dallo schema di una classica catalogazione marcofila, ma quale filo conduttore di una narrazione sui cambiamenti sociopolitici del nostro Paese.


Perché balza all'occhio che l'impiego di tali annulli parlanti ha travalicato la funzione postale di annullare un'affrancatura per impedirne il suo riutilizzo, ma ha assunto un nuovo ruolo, quello di comunicare. Da qui alcuni squarci di vita quotidiana: dalla pubblicità di nuovi prodotti di salute alla propaganda di regime, dalla ricostruzione del dopoguerra, carica dell'enfatizzazione degli aiuti americani, alla curiosità degli autambulanti creati per l'Anno Santo con tanto di bollatrici meccaniche e targhette dedicate. 
🔻 Album T3
Pubblicità postale repubblicana | Le bollatrici Flyer/OMT | Le bollatrici Secap | Le bollatrici Klussendorff | Le bollatrici Pitney Bowes | Le bollatrici Hasler e Ascom Hasler | SEL l'evoluzione della specie | Le bollatrici BNG |
🔄 link agli album
Sul terzo album prosegue la rassegna di annulli parlanti del periodo repubblicano, ma si completa anche un' ulteriore vetrina: quella dedicata alle bollatrici meccaniche Klussendorff.  L'acquisizione di alcuni nuovi reperti mi consente ora di sostituirne alcuni di quelli già presenti con altri più significativi, ma soprattutto di aggiungere qualche bel pezzo mancante. Prendendo come traccia il bellissimo studio di Alcide Sortino pubblicato a puntate su L'Annullo e successivamente ben riassunto e schematizzato sul sito Il Postalista, ho trovato importante inserire in collezione una missiva con l'annullo continuo d'esordio alla Fiera di Milano, il successivo impiego del 1956 negli uffici postali di Milano Ferrovia e la versione pubblicitaria recante la targhetta Innocenti Austin. Interessante anche l'inserimento, nello spazio dedicato alle bollatrici BNG, della prima targhetta pubblicitaria impiegata su questa bollatrice meccanica utilizzata in Vignola.



Restano di fatto invariati, pur con uno spostamento in avanti nella numerazione, gli album dal T4 al T7:
🔻 Album T4
Bollatrici: l'era dei CMP | Elsag cento anni di successi | 1970 il piano regolatore postale | Codifica a barrette fluorescenti | 1977 il bustometro | Da Firenze a Genova: gli impianti pilota | 1993 due su cinque inverso |

🔻 Album T5
CMP e CPO verso il Duemila | Le nuove codifiche del CAP | Il codice ID TAG | Verso la posta senza francobollo |

🔻 Album T6
La genesi della meccanizzazione | Da Rotterdam al Regno Unito | Brighton l'incubatore |

🔻 Album T7
Non ti scordar di me | Germania: nasce il PLZ | Le grandi imprese e le esposizioni tecnologiche | 1984: prove tecniche di lettura ottica | Quota cinque anche oltre le Alpi – il CAP in Francia | La codifica MTM ad impressione | La codifica a marchi inchiostrati |
🔄 link agli album

Appare chiaro, a questo punto della storia, che il processo di accomodamento della collezione nel suo complesso, disegnata ed interpretata come un percorso di visita e di conoscenza, impone continue scelte, spesso dettate dalla capacità che noi collezionisti abbiamo di approfondire, anche grazie a chi, decisamente più accademico di chi qui scrive, dedica parte del proprio tempo libero ad una vera e propria ricerca sul campo.

Tale riorganizzazione mi ha imposto anche l'aggiornamento della guida alla mia collezione.



Sarà, ma mantenendo il massimo rispetto per studiosi, antropologi ed esperti museali, l'impressione è che quel raccoglitore di oggetti "legati tra loro" da un comune senso estetico, che cinquantamila anni fa tirava a campare tra le grotte dell'Hyèene, qualche piccolo passo avanti l'abbia fatto.


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