domenica 15 settembre 2019

Lo strano caso del... fosforino

L'arrivo nella mia collezione di questo francobollo, ad arricchire la sezione repubblicana dedicata ai "servizi", ha rappresentato per me un'irrinunciabile occasione per aprire il dossier "fosforino", rincorrere il tempo che fu e fare un poco di chiarezza su quel particolarissimo francobollo da 150 Lire Pacchi in Concessione gemello fluorescente dell'emissione del 1968, ai più conosciuto come "fosforino".

Il "fosforino" fu stampato su carta contenente per errore pigmnenti fluorescenti.
Alla sua scoperta innescò un vero e proprio caso filatelico


Fosforino: nome dato alla marca per pacchi in concessione da 150 lire del 1968 stampata su bobine di carta fluorescente difettose e perciò non impiegate per la produzione di francobolli. Dopo il forte interesse iniziale è stato praticamente dimenticato.
Così, in modalità dizionario, l’Accademia italiana di filatelia e storia postale definisce il francobollo che rappresenta lo strano caso di questo post. Oggi lo si trova nella fascia di prezzo compresa tra 5 e 15 euro, ma nel passato la sua quotazione fu degna di una vera e propria speculazione filatelica, tanto che non è affatto raro reperirlo oggi accompagnato da un certificato peritale, magari con la prestigiosa firma di Enzo Diena.

Il fenomeno "fosforino" esplode tra le mani dei collezionisti nel 1980. Qualcuno, ai congressi, parla già di un francobollo emesso in così scarsa quantità da poter oscurare la leggendaria fama del Gronchi rosa. Nel 1968, a dicembre, le Poste del Bel Paese emettono un nuovo valore per il servizio dei Pacchi in Concessione: si tratta del 150 Lire di colore rosso. Pare però che una certa quantità sia stata posta in stampa su bobine di carta "difettose", carta che reca una certa fluorescenza che il francobollo non dovrebbe avere. Se ne trova traccia tra le pagine della rivista Cronaca Filatelica in cui si dà ampio risalto al fatto che l'improvviso accorgersi di tale varietà fa lievitare in pochi giorni il prezzo da 40 mila ad oltre 100 mila lire, polarizzando un'inaspettata attenzione da parte del mondo filatelico. 

Una bella cronistoria, o se vogliamo un'avvincente versione dei fatti, la riporta Antonello Cerruti sul forum de lafilatelia.it. Da collezionista di lungo corso, egli parla di "un noto e simpaticissimo commerciante romano" che, venuto a conoscenza che il Poligrafico dello Stato aveva stampato un ingente quantitativo del 150 lire incriminato su carta fluorescente, non perse tempo e riuscì ad accaparrarsi un notevole numero di pezzi. Un'operazione in grande stile, pare con la complicità di una nota testata specializzata il cui editore, a caccia di scoop filatelici, non lesinò in quanto a titoli cubitali sbattendo in copertina il 150 Lire e ricamandoci una storia in stile "è nata una stella".

Tale fu il clamore che i produttori di album misero in vendita un foglio dedicato al fosforino
con tanto di spazio riservato al certificato peritale


Non restava, a questo punto, che bussare allo studio di un noto perito romano e commissionare alcune migliaia di certificati fotografici che, dato l'alto quantitativo di pezzi da peritare, furono redatti a stampa. Il gioco era fatto, talmente bene che persino i produttori di album misero in vendita (e il valore entrato nella mia collezione ne è un eloquente esempio) un foglio dedicato con tanto di spazio riservato al certificato peritale. A ruota si aggiunsero gli editori dei cataloghi che rividero la posizione del fosforino e la quotazione dello stesso.

Inutile sottolineare che tale diabolico piano dentellato produsse una bolla speculativa che fece lievitare il prezzo del francobollo come la torta della nonna messa nel forno e che vide collezionisti accaparrarsi il fosforino a cifre che raggiunsero le 150 mila lire (77 euro attuali). Il soufflé filatelico però si sgonfio qualche tempo dopo, quando iniziarono a fare la loro comparsa sul mercato centinaia di fogli più o meno "luminosi" del 150 Lire Pacchi in Concessione che, foglio dopo foglio, ne affossarono il valore di mercato.

Questa era la cronaca del nostro strano caso, ma ritengo possa essere utile cercare di fare anche qualche approfondimento tecnico sulla vicenda. In primis sull'elemento fluorescenza che ha dato vita alla varietà. Sovente, infatti, mi capita di leggerne nei forum o sui social e più di una volta rilevando notizie asincrone o storie straordinarie di taschine killer, di inchiostri sperimentali e quant'altro. Per fare chiarezza, pur senza addentrarci nei meandri scientifici della fluorescenza, dobbiamo però partire da un elemento fondamentale, ovvero che la fluorescenza nei francobolli nostrani può essere suddivisa in tre periodi grossolani, quasi tre ere geologiche tanto per fare un paragone esemplificativo: "inchiostri rossi" fino al 1968, "la carta" dal 1968 al 1980, "patine e vernici" dopo il 1980.


In breve: prima che le Poste adottassero la fluorescenza della carta, elemento tecnologico necessario ai fini della meccanizzazione postale della metà degli anni Sessanta, alcuni francobolli presentavano già questa caratteristica, attribuibile agli inchiostri impiegati nella fase di stampa. Si tratta principalmente di pigmenti di colore rosso tendenti ad emettere, se stimolati ad adeguata frequenza, una limitata fluorescenza anch'essa rossa. L’automazione postale è forse una delle materie meno filateliche che esistano. Eppure essa, o meglio la sua evoluzione, rappresenta un interessante oggetto di studio capace di fondere filatelia, filografia, marcofilia e storia postale. L’idea per affrontare tale argomento la offre l’emissione del 1967 che dà il via all'”operazione codice avviamento postale”. Per le Poste Italiane, con l’arrivo di sistemi automatizzati di smistamento della corrispondenza, identificare con un numero i “distretti postali” non è più solo un’idea, ma una necessità.


Il francobollo diventa fluorescente e grazie a tale emissione luminosa i nuovi impianti
lo identificano e lo annullano automaticamente
Nel 1968, precisamente il 25 gennaio, la stessa serie di francobolli ci porta una grande novità: la fluorescenza. Attraverso l'impronta fluorescente del francobollo i nuovi sistemi di bollatura postale potranno identificare l'affrancatura, riposizionare correttamente la missiva ed annullare i francobolli in modo preciso, veloce e corretto. 
Approfondimento: elenco dei miei post sulla tematica che nell mio percorso collezionistico dedico alla meccanizzazione postale:
🔄 La meccanizzazione postale
🔄 Smontare e rimontare come in un museo
🔄 L'evoluzione tecnologica come testimone della parola scritta
🔄 La rosa dei venti ... per ripartire dalla Città Eterna
🔄 Meccanizzazione postale: una divagazione tematica riorganizzata  
La fluorescenza introdotta a partire dal 1968 nei francobolli italiani rappresenta lo spartiacque necessario ad analizzare più approfonditamente il caso del "fosforino". Essa è ora presente nella carta e può essere "rinforzata" con una vernice che, applicata prima della stampa e della dentellatura, aggiunge alla fluorescenza bianca del supporto di stampa una fluorescenza più intensa di colore giallo. Tanto è che in molte "repliche" di serie già esistenti (la stessa coppia di dentelli dedicata al CAP e la celebre ordinaria Turrita) la vignetta sarà ridotta di qualche millimetro per ampliare la superficie non stampata e quindi fluorescente. Solo a partire dagli anni '80 saranno successivamente introdotte nuove tecnologie legate alla fluorescenza.

Il ridimensionamento delle vignette avvenuto dopo il 1968 aplia la superficie fluorescente del francobollo

Torniamo però al nostro "fosforino": sappiamo che lo stesso non fu stampato su fogli di carta fluorescente prodotti a regola d'arte e ciò conferma la sua moderata risposta allo stimolo ultravioletto rispetto a francobolli dello stesso periodo prodotti su carta fluorescente adeguata. Dovremmo quindi perlomeno ipotizzare che il massiccio ricorso alla perizia sia più dovuto al fatto di certificarne l'autenticità data la sua moderata o disomogenea fluorescenza, piuttosto che da un improvviso amore per i periti, tenuto anche in conto il costo impegnativo di tale ricorso all'esperto.

C'è poi un secondo indizio che andrebbe rivisitato storicamente. I primi cataloghi che lo indicizzavano come varietà misero molti collezionisti su una falsa, o perlomeno incerta pista. Prendiamone uno a caso: a pagina 144 del Catalogo Unificato del 1978, accanto al nostro 150 Lire la cui emissione è fissata addirittura al 1972 si legge:
"la luminescenza non è provocata dalle sostanze inserite nella carta, come avviene per tutti i francobolli stampati su carta appositamente trattata, ma dai pigmenti degli inchiostri; ciò si verifica  talvolta in alcune emissioni che risalgono al 1950."
Forse in quel periodo ancora si valutava l'idea che fosse il cromoforo rosso dell'inchiostro ad emettere la fluorescenza, confermandone comunque la moderata intensità. Era un'ipotesi probabilmente basata sulle informazioni disponibili, un po' tirata tenuto in conto del periodo di stampa, ma soprattutto del fatto che la tipologia di inchiostri era mutata nel tempo. D'altro canto valeva pure il principio che per i francobolli dei servizi, la cui modalità d'impiego differiva dalla affrancatura delle normali missive, s'era scelto di non optare per la fluorescenza, necessaria invece ai sistemi automatizzati di riconoscimento del CAP appena introdotto, così come ai sistemi di annullo automatizzato dei francobolli.

Il perito Franco Moscadelli, attraverso alcuni sui interventi, ha ribadito che la fluorescenza nella carta (in pasta) o sulla carta (in patina) fu introdotta alla fine degli anni sessanta. Ha anche affermato che durante questi anni alcuni pezzi di emissioni antecedenti legate ai servizi hanno visto l’uso dei “luminofori” che si sono ritrovati ad avere una certa luminescenza. Si tratta di una emissione "bianca" che deriva da partite di carta filigranata trattata con un eccesso di sbiancante ottico le cui componenti tendono a depositarsi ed a trattenersi sulla carta (solfato di sodio, cloro, enzimi, che assorbono parte della radiazione incidente nella regione invisibile dell’ultravioletto).

I due 150 Lire Pacchi in Concessione a confronto: sopra quello "ordinario", sotto il nostro "fosforino"


Negli anni a seguire, complici le maggiori ricerche effettuate sul campo, a confermare che non di inchiostro, ma che di carta si trattasse, saranno gli stessi cataloghi specializzati ad affermarlo, definendo con maggiore chiarezza gli elementi che caratterizzano la fluorescenza del nostro Pacchi in Concessione. Le edizioni del Catalogo Unificato scriveranno e scrivono tuttora:
"Sono stati stampati su bobine di carta non fluorescente nell'impasto della quale sono state immesse sostanze con pigmenti residui di lavorazione di carta fluorescente. Si trovano esemplari con fluorescenza uniforme e intensa, altri con fluorescenza parziale da intensa a debole, a macchie o a strisce".
Quanto ai problemi di fluorescenza scomparsa perché trattenuta dalle taschine dei fogli di album, spesso segnalata dai collezionisti, anche in tal senso andrebbe meglio studiato il problema. Non c'è dubbio che in passato, nella dinamica chimica della permeabilità del materiale che componeva le taschine, si siano verificati moderati passaggi di pigmento dalla superficie del francobollo alla taschina in materiale plastico. In generale però questi non riguardavano il pigmento rosso, ma la combinazione d'inchiostro che produceva alcuni intensi toni di marrone il cuo cromogeno rosato tendeva a trasferirsi in parte sulla taschina. Lo stesso effetto non ha però coinvolto inchiostri rossi nelle sue più comuni sfumature.


La parte di foglio con la taschina d'epoca tutt'ora ospitante il "fosforino" stimolata alla lampada UV

Le prove che ho effettuato su due fogli Marini dell'epoca, nei quali sono state conservati per oltre trent'anni gli esemplari del "fosforino" non mostrano traccia di pigmentazione sulla superficie interna della taschina, tantomeno un evidente passaggio di fluorescenza.

Detto questo l'invito è sempre quello di una passeggiata virtuale nella mia collezione, fermo restando che ogni contributo utile a migliorare quanto ho scritto è sempre benvento.

La mia collezione
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Bibliografia
    ➤ AA.VV, Fluorescenza (nei francobolli), Wiki - IBolli.it, consultato 14/09/2019;
    ➤ Giovanni Riggi Di Numana, La fluorescenza nei francobolli italiani, Edizioni Vaccari;
    ➤ Antonello Cerruti, I ricordi di un collezionista: la nascita di una...."rarità", post e commenti
        dal forum de LaFilatelia.it, consultato il 13/09/2019;
    ➤ Franco Moscadelli, Pacchi postali fluorescenti (...)Il Postalista, consultato il 31/08/2019;
    ➤ AA.VV, Pacchi in concessione (...) Il fosforino, post e commenti dal forum de LaFilatelia.it,
         consultato il 13/09/2019.



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