domenica 18 ottobre 2020

Litorale sloveno: la filatelia contemporanea che richiama il passato

Chi segue il mio blog, e in conseguenza l'evoluzione della mia collezione ed il mio pensiero filosofico sul continuo stato di accomodamento della stessa, non si stupirà nell'apprendere che il riordino del mio percorso dedicato a Trieste, Istria e Dalmazia è stato oggetto, in questi giorni di un ulteriore risistemazione, non solo nella cronologia della collocazione dei valori, ma anche con l'integrazione dell'apparato didascalico con l'inserimento di qualche foglio con notizie storiche, geografiche e filateliche.

Le schede album che ho elaborato per l'apparato didascalico

E pensare che questa revisione ha come innesco un'emissione recentissima, che però per la sua precisa rievocazione storica, ancor più filatelica, non poteva in alcun modo essere ignorata per chi, nel proprio modo di collezionare, intende andare ben oltre il collezionismo di casella, ma vuole ripensare al proprio ruolo di raccoglitore come a quello di un conservatore museale, capace però di trasformare i propri reperti in un racconto, una avvincente narrazione di popoli e culture.

La Slovenia ci mette del suo: il 13 luglio 2020 emette una serie di francobolli con un chiaro taglio storico rievocativo, ma anche, diciamolo pure, con un pizzico, se non di revisionismo storico, di richiamo al fatto che le cose non sono mai come sembrano. O meglio, lo sono eccome, ma se osservate da differenti punti di vista, come quelli che rappresentano un lato od un altro di un confine di guerra, possono essere leggermente diverse. I tre francobolli (che ho inserito tutti nella mia sezione contemporanea dedicata all'asset triestino) rievocano tre momenti fondamentali per la storia della regione tra le due guerre: i cent’anni dall’incendio del Narodni dom di Trieste nel 1920, l'uccisione di Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš e Alojz Valenčič il 6 settembre 1930 a Basovizza e, per finire, i settantacinque anni dalla emissione, nel 1945, quindi subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, dei francobollii per il Litorale e l’Istria.

Le tre emissioni slovene del luglio 2020

Il francobollo della Slovenia dedicato proprio alle emissioni del Litorale sloveno, un “B” da 69 eurocentesimi elaborato nel bozzetto da Marko Prah, mostra le zone “A” e “B” attraverso le quali fu diviso il territorio dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il bollettino delle Poste Slovene, il numero 131 per la precisione (vedi anche bibliografia a fondo post) da ampio spazio all'emissione, con un compendio storico filatelico curato da Peter Suhadolc.

Il Litorale Sloveno (Slovensko Primorje in sloveno, Slowenisches Küstenland in tedesco) è una regione storica della Slovenia. Essa comprende la parte del Litorale Austriaco dell'Impero austro-ungarico (dal quale mutua il nome), oggi sotto sovranità slovena. 

Il Litorale Austriaco fu ideato ex novo nel 1849 unendo amministrativamente il Margraviato d'Istria (creato a sua volta unendo l'Istria già veneta alla porzione della regione dominata storicamente dall'Austria), la Contea Principesca di Gorizia e Gradisca e la città di Trieste col suo territorio. Dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino alla Seconda Guerra Mondiale il Litorale sloveno fece parte della Venezia Giulia italiana e durante l'occupazione tedesca dell'Italia, successiva all'armistizio del settembre 1943, fu incluso nella OZAK. 

Dopo il secondo conflitto mondiale gran parte della regione fu assegnata alla Jugoslavia. Con la dichiarazione di indipendenza dalla Jugoslavia (1991), il Litorale sloveno entrò a far parte della nuova Repubblica di Slovenia. Attualmente (2020) una piccola parte di tale regione (il golfo di Pirano, nella parte a ridosso di punta Salvore) è oggetto di una contesa confinaria fra Slovenia e Croazia.


Il bollettino delle Poste Slovene

E' l'estate del 1945. Nell'afa della Pianura Padana, a sovrastare il frinire delle  cicale, sono le  voci di coloro che festeggiano la liberazione. La fine della guerra che ha tormentato, dilaniato, azzerato il Paese è un fatto compiuto, pur nella difficoltà della ricostruzione. 
 
Poco hanno invece da festeggiare gli italiani della Venezia Giulia e della costa istriano slovena. Quegli italiani abituati da sempre a vivere in un territorio multietnico, ove anche le diverse lingue si mescolano nelle strade e che ora, per effetto dell'arrivo delle truppe di Tito giunte a liberare la regione, vedono cambiare radicalmente i propri orizzonti. Se le genti slovene, insediate nell'entroterra, festeggiano l'arrivo e la presa di potere dei “titini”, non così si può dire degli abitanti di matrice italiana insediati nei paesi costieri e dell'interno. Le nuove regole dell'ideologia comunista si riflettono anche sul controllo esercitato sul servizio postale e sui francobolli.

Chiusa la parentesi delle emissioni provvisorie legate all'emergenza dell'occupazione, la nuova Amministrazione della stella rossa (che non controlla ancora Gorizia, Trieste e Pola) predispose una nuova serie caratterizzata dall'uso delle tre lingue parlate sul territorio: italiano, sloveno e croato. L'emissione coincide con il Ferragosto del 1945 e l'emittente si fregia come “Istria/Litorale sloveno”, ad indicare nella toponomastica dell'occupante quella terra istriana a meridione del torrente Dorgogna (oggi nell'attuale Croazia) ed il litorale di “pertinenza” slovena sito a sud dello stesso corso d'acqua (attuale Slovenia). L'autore della dicitura, non troppo forte però con il tanto paventato trilinguismo, lascia un'impronta indelebile: la parola “littorale” scritta con una doppia t. Una caratteristica "somatica" che sin dalla sua uscita ha rappresentato il tratto morfologico distintivo dell'intera emissione.

Alcuni dei francobolli dell'emissione nella mia collezione
 
I primi quattro francobolli definitivi furono presentati in pompa magna alle grotte di Postumia. Rappresentano il grappolo d’uva (0,25), l’asino con il porto di Fiume-Rijeka (0,50), il Castello di Duino-Devin (2,00), un campo di Cepich-Polje Čepić (10,00). Il 13 dicembre seguente se ne aggiunsero altri tre, riguardanti la ricostruzione (1,00), la casa natale dell’antifascista Vladimir Gortan a Vermo-Beram (5,00), un banco di palamiti (20,00). 
 
Ultima sequenza, il 24 dello stesso mese: il ramo d’ulivo (1,50), la barca con il porto e l’Arena di Pola-Pula (4,00), il ponte di Salcano-Solkan (30,00). Il valore, espresso in cifre, non presentava indicazione di valuta: l'introduzione della Jugolira nella regione non impedì in tal modo che questi valori fossero venduti in lire italiane, unica moneta con reale potere di acquisto.

Una delle cartoline di "battesimo" inserita nella mia collezione

E' uno strano battesimo “sotterraneo” quello della prima emissione del Litorale. Avviene all'interno dell'ufficio postale collocato nelle profondità carsiche delle grotte di Postumia. Le cartoline illustrate preparate per l'evento raffigurano proprio lo spettacolo offerto dalle grotte. Le diciture in lingua italiana sono state adeguatamente “censurate”.
 
Un bel colpo di propaganda, politico e filatelico, se teniamo conto che le cartoline “primo giorno di emissione”, che in qualche modo celebravano un'emissione con diciture trilingue, di fatto furono distribuite con le scritte in lingua italiana adeguatamente oscurate. L'annullo circolare datario fu impresso con un inchiostro di colore rosso dall'ufficio postale sito nelle grotte, uno dei luoghi turistici tra i più visitati della regione passata di mano.

La serie fu stampata a Lubiana nella Ljudska tiskarna (la Stamperia del Popolo), ma le stesse immagini furono riprese in ulteriori tirature prodotte a Zagabria e Belgrado, cambiando carta e talvolta colori. Molti anche i soprastampati “porto” impiegati come segnatasse. I valori furono ritirati nel febbraio del 1947, dopo la firma del trattato che sanciva la cessione dell'intera regione alla Jugoslavia.

Lungi però dal pensare che si trattasse di una trovata filatelica fine a se stessa. I francobolli ebbero un evidente uso postale, ben documentato da numerose missive. Nella mia collezione ne ho infatti inserita una del 6 dicembre 1946, esattamente una cartolina illustrata e proprio impostata dalle grotte di Postumia, le stesse ove tutto ebbe inizio. E' trascorso quasi un anno e mezzo dall'emissione della serie all'interno dell'antro carsico ed in questo saluto postale che proprio  le grotte raffigura e che dalle stesse è stata impostata, fanno bella mostra di se tre valori da 1 jugolira. I saluti dei visitatori della celebre località, ora Jugoslavia, sono diretti ad un'altra significativa località di frontiera: Gorizia.

Da notare che anche gli annulli furono oggetto di una metamorfosi: la cartolina infatti ne mostra un'evoluzione in cui gli Jugoslavi ne intrudussero un tipo riportante, oltre alla data, il nome della località nella sola lingua slovena. Sarà nuovamente cambiato poiché gli Alleati protestarono con forza in quanto contrari agli accordi di giugno che prevedevano, anche nella postalità, il bilinguismo italiano/sloveno.
 
La commessa artistica della serie fu affidata all'epoca all’artista Miroslav Oražem, vissuto tra il 13 marzo 1900 ed il 23 luglio 1975. Laureatosi nel 1927 a Lubiana, visse i panni dello scultore a Berlino, per poi tornare ad insegnare in Slovenia, attirato dalle tendenze d’avanguardia, quali il Costruttivismo ed il Cubismo. Al pubblico si è presentato per la prima volta nel 1924, durante la mostra voluta dal Club dei Giovani proponendo la statua “Torzo, cimentandosi anche in progetti di architettura, per interni ed arti applicate. 
 
A tale proposito c'è un interessante approfondimento dello studioso Veselko Guštin, dal titolo "Poštna zgodovina in filatelija na Primorskem: Izdano ob 50-letnici priključitve Primorske Sloveniji, 1947-1997", tradotto e ripreso da il Postalista (vedi bibliografia a fine post) che racconta gli interessanti retroscena che legano l'autore della serie alle vicende storiche del periodo, trascendendo dagli elementi puramente geopolitici, ma entrando anche nelle vicende personali e del complesso rapporto tra artista ed autorità jugoslave dell'epoca. 

Stante la ricerca che ho citato, l’artista cominciò nel maggio del 1945 a riflettere su come sottolineare l’annessione alla Jugoslavia del Litorale sloveno e dell’Istria. Sei i soggetti di prima traccia impostata dall'autore, dedicati a Fiume-Rijeka, Rovigno-Rovinj, Pola-Pula, Gorizia-Gorica, cui si sarebbero aggiunti una mappa dell’intera area controllata da Belgrado ed un dentello per la posta aerea raffigurante un gabbiano. 
 
Un altro studio preliminare l'autore lo dedicata a tre costumi di Dalmazia, Macedonia e Slovenia, un chiamo richiamo al folclore, anch’essi però rimasti solo schizzi a matita sulla carta. Lettera morta pure l'idea di impiegare il testo “Jugoslavia”, privo di riferimenti a specifiche ripartizioni territoriali in un momento in cui il risiko della geopolitica era ancora in movimento.


I primi 5 francobolli della prevista »Annessione« del Litorale sloveno e dell'Istria alla Jugoslavia nel maggio 1945 (C) Il Postalista

Miroslav Oražem, oltre alla serie andata in uso postale, lascia anche, nel suo archivio oggetto dello studio di Veselko Guštin, una serie di lettere in cui rivendica all'Amministrazione jugoslava adeguati  compensi per le tirature successive a quelle di Lubiana, richieste mai soddisfatte naturalmente, in nome della ideologia e propaganda proletario comunista dell'epoca. Anzi, tali reiterate richieste furono probabilmente fonte di grande irritazione a Belgrado, tanto che la carriera dell'autore, almeno sul profilo filatelico, non segnò da quel momento grandi balzi in avanti.

Decisamente interessanti, invece, i diversi bozzetti sul lavoro preparatorio dei francobolli. La guerra è finita da pochissimo e manca veramente tutto. Oražem realizza tutti i suoi schizzi su carta, con tratto a matita, raramente con inchiostro. Disegna poi i francobolli a colori su fogli da disegno bianchi, incollandoli successivamente su una una base di cartone. Non disponendo della computer grafica, egli dovette fare tutto da solo: scegliere il motivo, disegnarlo, colorarlo, inserirvi diciture e preparare poi il bozzetto finale a colori ingrandito in un formato che ne permetesse la chiara identificazione dei dettagli.
 
La foglia di fico, bozzetto di un francobollo mai nato

Tra le idee dell'autore rimaste al palo, mai messe in produzione, vi è il "ramo di fico" ed una "coppia di contadini". Il ramo e la foglia di fico molto ci ricordano l'uva e l'olivo, due soggetti a pieno titolo della seie, sia come impostazione grafica, ma anche e soprattutto nel richiamo iconografico alla terra ed alle sue risorse cui le locali popolazioni del Primorske Sloveniji (Litorale Sloveno) da sempre hanno attinto con il sudore della fronte.

Più interessanti altre due proposte, idee che mostrano la chiesa intitolata a San Giusto di Trieste (l’unico bozzetto con il testo “Litorale” corretto con una sola "t", segno che il lavoro fu successivo) ed una partigiana con stemma e bandiera esultante la vittoria su di un carro armato. Due valori, da 1,00 e 50,00 jugolire, che rimasero però nel cassetto, anche se, a dirla tutta e con assoluta precisione, i due valori dedicati a San Giusto sono oggi indicati nei cataloghi italiani come “stampati”, in rosa carminio e in bruno, non dentellati e dentellati. Di fatto questa coppia non fu mai emessa, forse perché alla fine la città giuliana non fu riconosciuta alla Jugoslavia, ma entra a pieno titolo nella nostra collezione.
 
La "Vittoria" (mai prodotto) e il non emesso di San Giusto

Mi fermo qui, nella solita consapevolezza che tanto ancora ci sarebbe da dire, ma che, a questo punto della storia, i veri cronisti devono essere loro: i francobolli.
 
La mia collezione
Per visionare in digitale il mio intero percorso collezionistico clicca qui

Bibliografia
➤ AA.VV. Slovenia Tra “A” e “B”. Era il 1945, Vaccarinews, consultato 11 luglio 2020;
➤ AA.VV. Quell’incendio a Trieste. Era il 1920, Vaccarinews, consultato 11 luglio 2020;
➤ AA.VV. Le sentenze a Basovizza, Vaccarinews, consultato 11 luglio 2020;
➤ AA.VV, Bilten Bulletin, Posta Slovenije, n°131, luglio 2020;
➤ Fusco Feri, Quel Littorale con due t, Il Collezionista n°7-8/2015, Bolaffi;
➤ Veselko Guštin , Miroslav Oražem, autore dei primi francobolli per il Litorale Sloveno ed Istria nel 1945, https://www.ilpostalista.it, consultato il 10/09/2020;
➤ Bruno Crevato-Selvaggi, L'occupazione delle Venezia Giulia e della dalmazia, 1954 Il servizio postale ritorna all'Italia, Poste Italiane, 2004;
Bogdan C. NovakTrieste 1941-1954. La lotta politica, etnica e ideologica, collana: Testimonianze fra cronaca e storia, Ugo Mursia Editore, 2013;
➤ Guido Rumici, Istria, Fiume e  Dalmazia profilo storico, Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati, 2009.





sabato 12 settembre 2020

Un colpo al cerchio, un colpo al Regno: Veneto invaso

Il mio percorso collezionistico dedicato al Regno d'Italia, ancora in una fase pre evolutiva, si arricchisce di un nuovo tassello, un po' come se all'interno di un itinerario museale comparisse una nuova stanza, una nuova vetrina con esposti reperti in grado di offrire maggiori approfondimenti, quando non un itinerario fuori pista rispetto al tracciato principale di scoperta che si offre alla curiosità dei visitatori. Occasione irrinunciabile dunque, per una divagazione storico filatelica, che è anche un pò il sale di questo nostro hobby.

Ancora una volta i francobolli diventano cronisti del nostro passato

Il sinonimo di ogni disfatta, per un italiano, porta il nome di un piccolo villaggio adagiato dolcemente sulle rive del fiume Isonzo, poco oltre l’invisibile confine con la Slovenia; in tutto millecento anime, una ex fabbrica di cioccolato ed una piazza, punto nevralgico del vai vieni del borgo. Kobarid, il suo nome slavo, poco ci ricorda, un punto perso nelle mappe tra boschi e cime. È solo nella nostra lingua, Caporetto, che si materializza d'improvviso la memoria della più grande sconfitta militare dell’esercito italiano. Quella che intere generazioni hanno studiato sui banchi di scuola, così grave che Mussolini, di Caporetto, aveva perfino cancellato il nome dalle carte geografiche della nazione. Il 24 ottobre 1917, una manovra lampo, concertata dagli austro-tedeschi a fondovalle, sorprese le truppe italiane, prendendole alle spalle e lasciandole senza ordini. In poche ore gli eserciti alleati di Austria e Germania arrivarono a Caporetto a passo di carica. La battaglia qui era già persa. E la via per la pianura friulana era spianata.

Le truppe austriache e tedesche raggiunsero in soli due giorni Cividale del Friuli. L’esercito italiano aveva perduto in 48 ore quanto aveva conquistato con enormi costi umani in due anni e mezzo di guerra di trincea. Ed è esattamente qui che ha inizio un’altra storia, meno nota: l'esodo biblico delle genti friulane e venete, un evento senza precedenti nella storia del Regno d’Italia. 

Tutto si consuma in poche settimane, dal 24 ottobre al riposizionamento delle truppe italiane sul Piave, cioè al 9 e 10 novembre, quando gli artificieri faranno saltare gli ultimi ponti sul fiume sacro alla Patria. Pochi giorni, ma capaci di terremotare l’intero Triveneto e tutta la nazione.

Ad essere coinvolte dall’invasione austro-tedesca sono due intere province: quelle di Udine e di Belluno, metà Marca trevigiana e una quindicina di Comuni del Veneziano, compreso il capoluogo lagunare. In tutto oltre trecento Comuni. A fuggire da quest’area sono in 230 mila civili. Ma a questi si devono aggiungere anche coloro che abitavano il Veneto non occupato. In tutto si calcola che oltre  mezzo milione  di sfollati e  profughi in sole sei settimane si riversino nel resto d’Italia da quello che oggi è chiamato il Nordest. Una massa incontrollata di immigrati che lasciano in fretta tutto alle spalle: casa, terre, beni, comunità. Scappano i feriti, gli ammalati. Senza più alcun ordine. Sembrano mosche. Un fiume di sfollati che si muove seguendo due direttrici: la prima verso Milano, dove ne transitano 62 mila e ne restano oltre 20 mila, e quindi il Piemonte e la Liguria. Gli altri verso il Centro Italia ed il Sud. Firenze diventerà la capitale dei profughi, a Napoli ne passano altri 70 mila. 

Chi è rimasto subirà la violenta occupazione austro-ungarica e tedesca, diventando il bottino di guerra dei vincitori, liberi di sfogarsi dopo anni di patimenti tra Carso ed Isonzo. Ne derivarono saccheggi, requisizioni, fame e prigionia. Nella prima fase dell'invasione, fuori dal controllo delle gerarchie militari, i soldati tedeschi ed ungheresi, seguiti da bosniaci e croati, si resero responsabili di numerose violenze sulle donne, lasciandosi andare anche ad omicidi e torture, massima espressione della disumanità della guerra.

Nella mia collezione ho posto, come sempre particolare attenzione all'apparato didascalico

Come sempre ho cercato di sfruttare al meglio questa capacità dei francobolli, e dei reperti di natura postale e filografica in genere, di raccontare una storia. Come ho spesso avuto modo di scrivere, se il racconto che circonda il francobollo è in grado di soddisfare l'esigenza di conoscerne la natura, la sua origine, la sua storia e i mutamenti avvenuti nel tempo, ecco che la propria collezione perde quella valenza individuale e si trasforma in un mezzo, in un veicolo di conoscenza e di approfondimento capace di aprire gli orizzonti anche a chi non ha partecipato alla raccolta ed alla catalogazione. Ho quindi approntato alcuni fogli di album con notizie storiche per integrare quelli della serie Dominus (Bolaffi a 22 anelli) che, grazie ad un gradevole regalo di compleanno, erano entrati a far parte del mio insieme. Per omogenizzarli con l'insieme sono ricorsa alla ormai collaudata tecnica della clonazione grafica.

Altri post di approfondimento sulla tecnica grafica:
🔄 La metamorfosi: tutto si trasforma
🔄 Una nuova vetrina per la mia Trieste

Come in tutti i tracciati espositivi che necessitino di una introduzione ai reperti principali, anche nel nostro campo, il ricorso a elementi secondari, che pensavamo inutili ai fini della nostra collezione "primaria", quasi sepolti nei magazzini del nostro virtuale seminterrato, può avere effetti narrativi inaspettati. Nel mio caso ho recuperato alcuni elementi postali che avevo da tempo in una scatola, in parte perché filatelicamente non utili al momento, in parte perché affrancati con valori di cui già avevo ampia disponibilità. Si tratta di alcune cartoline viaggiate in periodi interessanti dal punto di vista del profilo narrativo che volevo allestire, ma anche pregne di quella iconografia bellica densa di propaganda patriottica che offre appieno l'atmosfera del momento nel nostro Paese.

L'indottrinamento dei soldati con scarsa dimestichezza nella lettura e nella pratica scrittoria fu affidato alle didascalie prestampate della cartoline illustrate. Le immagini delle maestose cime dolomitiche sono decorate ai lati da una striscia tricolore, mentre nella parte bassa sono incisi versi, ispirati a sentimenti nazional-patriottici, tratti da poesie di Giosuè Carducci, Goffredo Mameli e Giovanni Bertacchi, quest'ultimo autore del “Canzoniere delle Alpi”. Le cartoline illustrate, divenute un fenomeno di massa, furono uno straordinario mezzo di propaganda bellica, di devozione alla patria, preservando il gusto della trasposizione favolosa in chiave eroica.

In circolazione sin dall'estate del 1915, le cartoline illustrate della serie “Vette d'Italia redente a libertà” s'inseriscono in quel contesto propagandistico, imbevuto di retorica patriottica che, sul fronte alpino della guerra di trincea, inneggiava alle “Alpi nostre”. La missiva illustrata parte da Bassano, via di salita per la linea bellica dell'Altopiano di Asiago e dell'irredento Trentino, ma anche bastione difensivo, compresso tra il Brenta ed il Piave, di quella nuova linea di confine che la disfatta di Caporetto del 1917 andrà a demarcare, con il Veneto invaso dagli austro tedeschi.

Se le immagini di paesaggi alpestri e le trasognate vaporose didascalie della propaganda irredentista delle “Vette d'Italia” servivano ad allontanare l'idea della morte, sublimando le brutture del conflitto in chiave quasi onirica, tutt'altra cosa erano gli slogan interventisti coniati poco prima dell'entrata in guerra. Eloquente quello di questa cartolina illustrata: “Fuori i barbari, viva l'Italia”. La missiva è spedita da Fonzaso nel luglio del 1916, paese della provincia bellunese, a poco più di cinquanta chilometri da Bassano, ma al di là del fiume Piave e quindi dentro quella zona di occupazione austroungarica creata dalla sconfitta di Caporetto dell'ottobre del 1917.

Prima dell'entrata in guerra, nel 1915, la popolazione italiana, anche se non contraria all'intervento bellico, in realtà era indifferente o quanto meno attendista. Grandi furono le manifestazioni degli interventisti, volte a palesare una “guerra giusta” e far notare che la mancata entrata in guerra non avrebbe consentito all'Italia, considerata imbelle nel quadro delle potenze europee, di rivendicare quelle terre irredente, i cui abitanti agognavano il rientro nella madre Patria. Da qui l'idea di manifesti, locandine e cartoline illustrate volte a propagandare l'intervento. Mancavano quindici mesi a Caporetto.

Questi documenti postali, semplici missive, se ben inserite ed armonizzate nel compedio grafico e collezionistico possono essere di grande aiuto per costruire una storia, una perfetta introduzione ai francobolli che seguirano e che rappresentano evento e periodo. In ogni percorso espositivo, in quanto trama portante del racconto, l'oggetto rappresenta il testo. 

L'oggetto è l'asse narrativo, non si cambia in quanto tale, e va dunque interpretato. Per farlo si ricorre a quello che gli addetti a lavori definiscono paratesto. Un elemento di supporto all'interazione tra reperto ed osservatore, una connessione il cui richiamo può avere differenti valenze: contesto culturale, profilo storico, tecnica e stilistica, iconografia. La prima parte del paratesto (peritesto) rappresenta una sorta di contiguità fisica al pezzo che è mostrato: dalla semplice didascalia con i dati di emissione sino alla scheda filatelica. Nell'ambito dell'allestimento della nostra collezione tale elemento può essere determinante, ancor più per quella di introduzione, così come di epilogo, narrativa, ove la storicizzazione può essere diffcile e dove la semplice didascalia tecnica e tematica rischia di non catalizzare a sufficienza l'attenzione di chi guarda.


In carico alla V Compagnia Sanità di Verona, l'Ospedale da Guerra n° 59, nel maggio 1916 da Castelfranco Veneto si sposta a Fonzaso (è di questa località del bellunese l'illustrazione), sulla strada per Fiera di Primero, poco oltre Feltre. Siamo nelle immediate retrovie del fronte, sul lato opposto di quell'arco di guerra che si incurva nella dorsale delle Alpi Carniche e che si tende da Caporetto sino al Pasubio. Manca poco più di un anno alla terribile disfatta. 
 
Dopo il fatidico 24 ottobre 1917, a seguito dello sfondamento austriaco di Caporetto, caduti gli avamposti del Friuli ed Udine, un lembo di Veneto sarà invaso, mentre il fronte arretra precipitosamente verso il Piave: sono migliaia i profughi civili dei territori occupati costretti ad abbandonare per circa un anno le proprie case. Altri 250 mila saranno invece sgomberati dalle autorità militari italiane dai paesi nelle retrovie sulla sinistra del Piave. Lo stesso Ospedale da Guerra n° 59, già nel mese di novembre, sarà costretto ad un rapido arretramento rispetto a Fonzaso, prima a Melara Po, poi a Santo Stefano Zimella, nel veronese, ove resterà sino a fine conflitto.


Accanto all'annullo di Posta Militare n° 13 anche il bollo di censura del 6° Reggimento Alpini - Battaglione Val d'Adige. La missiva è spedita il 7 del mese, dalle trincee montane del fronte. A fine mese il battaglione varca l'Isonzo e si attesta nel vallone di Ovsje. Il 22 ottobre si trasferisce sulla destra dell'Isonzo, a Dugo. Due giorni dopo si trova sotto il micidiale bombardamento dell'artiglieria austro-tedesca iniziato nella notte. La battaglia si accendeviolenta, ma gli alpini, ridotti ormai a 170 fucili, sono costretti a ripiegare, con il nemico già alle spalle che taglia alle truppe italiane la fuga: 12 mila morti, 30 mila feriti, 300 mila prigionieri ed altrettanti militari allo sbando privi di comando e istruzioni oppure disertori. Gli alpini del Val d'Adige che passeranno il Tagliamento al ponte di Pinzano, riuscendo ad arrivare alla linea del Piave, saranno sei ufficiali e circa trenta uomini.

Soddisfatta la necessità di una introduzione all'itinerario trasversale all'insieme collezionistico del Regno d'Italia, ora sono i reperti dentellati a diventare protagonisti, certi che quanto raccontato sino ad ora da semplici tracce postali ha, in qualche modo offerto a chi osserva maggiore consapevolezza, al loro incasellamento nell'album dedicato al Veneto invaso.

Nel 1914, in seguito all'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, esplose la Prima Guerra Mondiale, dovuta a un complesso sistema di alleanze tra gli Stati europei, che vide schierati da una parte le potenze centrali (Austria-Ungheria, Germania, Impero ottomano e Regno di Bulgaria), dall'altra quelle occidentali (Francia, Regno Unito e Italia) e la Russia. Gli eserciti degli Imperi centrali, quello austro-ungarico e quello tedesco, riportarono numerosi successi iniziali sui due fronti principali del conflitto, quello occidentale contro Francia e Inghilterra e quello orientale contro la Russia, ma ad Occidente, quella che sarebbe dovuta essere una "guerra lampo", si trasformò ben presto in una logorante guerra di trincea; l'ingresso in Guerra dell'Italia aggravò ulteriormente la posizione austroungarica, ma la fine della minaccia russa dopo la caduta della Romania e gli sconvolgimenti prerivoluzionari consentirono a Germania e Austria-Ungheria di concentrare ingenti rinforzi sul fronte italiano e sfondare il fronte presso Caporetto, iniziando un'offensiva che avrebbe potuto essere decisiva, ma fu vanificata dalle crisi interne dell'impero che minarono l'esercito imperial-regio. Nel 1916 morì Francesco Giuseppe, a questi succedette Carlo I.

Proprio Carlo I compare sui francobolli della posta da campo (posta militare quindi) che, nei vari territori occupati durante il conflitto, gli austriaci provvidero a soprastampare con le valute locali di occupazione. Carlo I d'Austria (in tedesco Karl Franz Josef Ludwig Hubert Georg Maria von Habsburg-Lothringen-Este; "Carlo Francesco Giuseppe Ludovico Uberto Giorgio Maria d'Asburgo-Lorena-Este"; Persenbeug, 17 agosto 1887 – Funchal, 1º aprile 1922) sarà anche l'ultimo imperatore d'Austria, re d'Ungheria e Boemia, e monarca della Casa d'Asburgo-Lorena e Austria-Este. Carlo fu incoronato imperatore alla morte del prozio Francesco Giuseppe avvenuta il 21 novembre 1916. Nel 1917 avviò una serie di trattative segrete di pace tramite Sisto di Borbone-Parma, fratello della moglie Zita; anche se il ministro degli esteri Graf Czernin era interessato a negoziare una pace generale, l'imperatore Carlo I, tradendo l'alleanza con la Germania, propose una pace separata. Quando la notizia trapelò, nell'aprile del 1918, Carlo I negò qualunque coinvolgimento, ma fu smentito dal primo ministro francese Georges Clemenceau, che rese pubblica la lettera di richiesta di accordi separati firmata dall'Imperatore austriaco. Descritto dai giornalisti come un soggetto da screditare, giudicato incapace di portare avanti una guerra, fu esiliato alla fine della guerra.

Ciò che non tutti rammentano è la grande campagna che si operò per la sua canonizzazione che ebbe inizio nel 1949, quando si iniziarono a raccogliere delle testimonianze della sua santità nell'arcidiocesi di Vienna. Nel 1954 fu aperto il processo canonico e l'ex imperatore venne proclamato servo di Dio. Nel 1972, alla apertura del suo sepolcro, il suo corpo apparve incorrotto, fatto che spinse ulteriormente nel riconoscimento delle sue virtù cristiane. Il 3 ottobre 2004 è stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II. Durante la cerimonia il Pontefice sottolineò che la principale preoccupazione di Carlo era stata quella «di seguire la vocazione del cristiano alla santità anche nella sua azione politica», in particolare nella qualità di promulgatore dell'assistenza sociale.

 

Tornando ai francobolli, la catalogazione ufficiale del "Veneto occupato" proprio dai "soprastampati da campo" di Carlo I avrebbe inizio, se non fosse che per un importante antefatto di natura postale: il Carlo I nella sua emissione originale per l'esercito occupante reclama un posto d'onore in collezione, quasi una rivalsa da Beato.

Lo testimoniano due lettere che ho collocato in album, con tanto di discalica motivazione. Dalla disfatta di Caporetto le comunicazioni postali fra Italia e la parte orientale del Veneto furono completamente interrotte. Nei territori occupati il servizio postale per i residenti, solo in ambito locale o per l'Austria-Ungheria ed i paesi suoi alleati sarà riattivato il 23 aprile 1918 utilizzando gli Etappenpostamt, gli uffici militari di tappa austriaci, da quel momento aperti anche ai civili. Tali uffici si collocano non in prossimità della linea del fronte ed impiegano francobolli di Posta militare austriaca. Il bollo tondo datario riporta la località in cui operano: Udine, Agordo, Ampezzo, Auronzo, Casarza della Delizia, Cividale, Codroipo, Gemona, Latisana, Longarone, Maniago, Moggio, Palmanova, Pieve di Cadore, Portogruaro, San Giorgio di Nogara, San Pietro al Natisone, San Vito, Spilimbergo, Tarcento e Tolmezzo.

Per questo ho ritenuto fosse importante inserire in collezione l'insieme dei valori austriaci non soprastampati impiegati nella prima fase dell'occupazione del Veneto e del Friuli, seguita alla disfatta di Caporetto, impiegati negli uffici di posta militare aperti all'utenza civile.

Va detto che è un periodo difficile per tutti, persino per gli occupanti che arrivano sino al Piave e che cercano di far fronte alle necessità impellenti, incluse quelle dei familiari in patria. Dagli uffici postali parte molto di quello che, nella fase di occupazione è tolto agli italiani rimasti oltre la linea del fronte. Si tratta per lo più di derrate alimentari. Non va meglio nemmeno quando, nel maggio del 1918, gli occupanti emettono le Lire venete al cambio forzoso di 95 corone per 100 lire italiane, stratagemma per rastrellare valuta italiana circolante ad un cambio vantaggioso.

A seguito dell'introduzione forzosa delle Lire venete nei territori occupati, ufficialmente a partire da giugno 1918, i francobolli austriaci in uso negli uffici di posta militare furono progressivamente sostituiti da nuovi tipi approntati a Vienna e recanti in soprastampa la valuta di occupazione. Ed è a questo punto che entrano in gioco le diverse serie normalmente poste in catalogo, inclusi i due espressi raffiguranti Mercurio stampati su carta giallastra e poi ristampati su carta bianca. 

Nell'elenco delle emissioni, anche quella preparata nell'ottobre del 1918 comprendente ben 14 francobolli con l'effige dell'Imperatore Carlo I, che di fatto non furono mai emessi per il rapido evolversi degli eventi.


L’indiscusso protagonista degli accadimenti che portarono alla vittoria fu Armando Diaz. L’8 novembre 1917 fu chiamato a sostituire Luigi Cadorna nella carica di capo di Stato Maggiore dell'esercito italiano. Recuperato quello che rimaneva del Regio Esercito italiano dopo la disfatta di Caporetto, organizzò la resistenza sul fiume Piave e sul Monte Grappa. Guidò le truppe italiane alla vittoria, nelle sue battaglie più importanti; la prima battaglia del Piave, la battaglia del Solstizio e la battaglia finale di Vittorio Veneto. Il tutto nonostante potesse schierare solo trentatré divisioni intatte, circa metà di quelle disponibili a Cadorna prima di Caporetto. Per rimpinguare i ranghi ricorse alla mobilitazione dei diciottenni della classe 1899 (i cosiddetti "Ragazzi del '99") e dedicò molta cura nel migliorare il trattamento dei soldati: la giustizia militare restò severa, ma furono abbandonate le pratiche più rigide. Vi furono grandi miglioramenti nel vitto e nell'allestimento delle postazioni, furono introdotti turni più brevi, fu migliorata la paga e le licenze furono aumentate.

Diaz scatenò la grande offensiva nel tardo autunno del 1918, attaccando un’Austria, ormai spossata dallo sforzo compiuto. Sugli altipiani, ed in particolar modo sul Grappa, la IV Armata attaccò con molto vigore allo scopo di impegnare le forze avversarie e le riserve nemiche per liberare il fronte sul Piave. L’idea si rivelò vincente. Il sacrificio di tanti soldati sul Grappa portò nell’ottobre del 1918 alla vittoria sul Piave. Il 28 ottobre la XII, l’VIII e la X Armata occupavano saldamente la riva sinistra del Piave, mentre le punte offensive si dirigevano decisamente su Vittorio Veneto. La grandiosa battaglia poteva già dirsi praticamente decisa. Il 30 ottobre le truppe italiane entrarono in Vittorio Veneto, spezzando definitivamente in due tronconi l’esercito austro-ungarico e determinandone l’irreparabile collasso. Il 3 toccò a Trento essere liberata, poi fu la volta di Udine e di Trieste. Lo stesso giorno a Villa Giusti di Mandria, vicino a Padova, fu firmato l'armistizio tra il Regno d'Italia e l'Impero austroungarico. Quindi si pubblicò e diramò in tutta Italia il bollettino "della Vittoria". Il Veneto tornava italiano.

Parrebbe chiudersi così questo capitolo di storia raccontata dalla filatelia, ma per me non era sufficiente. Mi serviva il trait d'union che mi aiutasse a congiungere questo itinerario con quello, altrettanto affascinanente, delle "terre redente". Per questo, ancora una volta, ho rovistato tra i documenti postali depositati nei cassetti. E l'ho trovato.

E' il 12 febbraio 1919. Accanto all'annullo di Posta Militare n° 9 (in uso alla 57a Divisione Fanteria sino al 18 luglio 1919), anche il bollo di “verificato per censura”. La grande controffensiva italiana detta “di Vittorio Veneto” si è ormai conclusa da alcuni mesi, liberando il Veneto ed il Friuli e superando la linea di demarcazione del 1915. I militari del Regio Esercito sono ora gli occupanti. Alla spedizione di questa cartolina la 57a Divisione presidia la Carnia e la Conca di Tarvisio; il 12 giugno 1919 una Brigata sarà inviata in Carinzia (Austria), occupando la linea ferroviaria Tarvisio, Villach, Feldkirchen, Sankt Veit. La posta militare 9 funzionerà fino al 15 luglio. Con la conferenza di Parigi, apertasi il 18 gennaio 1919, sono annessi all'Italia il Trentino, l'Alto Adige fino al Brennero, la conca di Ampezzo, la conca di Tarvisio fino al villaggio di Thörl, la sella di Dobbiaco, Pontebba austriaca.

Chiudo a questo punto, anche se non esaurendone i contenuti (vorrei riaprire la parentesi con Udine ed i sui valori di recapito), questa mia divagazione storico postal filatelica. Sempre e solo per puro divertimento. Come di conseuto ribadisco che sarebbe un peccato di presunzione il solo pensare di saper tutto su quanto scritto. Resta apprezzabile ogni intervento che voglia correggere, smentire, ma soprattutto aggiungere ed impreziosire questa mia cronaca "di carta".

La mia collezione
Per visionare in digitale il mio intero percorso collezionistico clicca qui

Bibliografia
➤ Alessandro Barbero, Caporetto, Laterza, 2017;
➤ AA.VV, Caporetto cent'anni fa la grande disfatta, http://www.aclibergamo.it,
     consultato il 01.07.2020;
➤ Alfio Caruso, Caporetto, Longanesi, 2017;
➤ Alberto Laggia, Caporetto cent'anni fa la grande disfatta, https://m.famigliacristiana.it
     consultato il 01/07/2020;
➤ Alessandro barbero, Caporetto, Laterza, 2017;
➤ Arrigo Petacco, Marco Ferrari, Caporetto. 24 ottobre-12 novembre 1917: storia della più grande
     disfatta dell'esercito italiano
, Mondadori Le scie, 2017;
➤ Franco Filanci, Il Novellario Volume 2, 1889 -1921, Unificato, 2014;
➤ Bruno Crevbato Selvaggi, Il veneto invaso, Il Collezionista Bolaffi, Maggio 2008.




giovedì 30 luglio 2020

Serie Democratica: carta canta (parte seconda)

Secondo capitolo di questa saga filatelica dedicata ad un aspetto, piuttosto singolare, della serie ordinaria Democratica. Di come sia comparsa tra le righe dei cataloghi ordinari (non di specializzazione) un'inquietante differenziazione tra tiratura e tiratura o, per esser più precisi tra una prima tiratura con carta grigia ed una seconda tiratura con carta bianca. Sin dal'inizio di questa mia divagazione dentellata ho usato l'aggettivo "inquietante" perché, ed esprimo una mia opinione da collezionista, parlare di "tiratura" associando il termine ad un aggettivo numerale ordinale pare, in questo frangente, una forzatura coi fiocchi... pardon coi dentelli.
Come ho già avuto modo di scrivere, non ho trovato alcun circostanziato riferimento ad una prima e nemmeno ad una seconda tiratura, definite in termini numerici o scandite da precisi intervalli temporali., questo perché la struttura della carta, oggetto di questa presunta "tiratura", ha subito un mutamento nella qualità e nella sua struttura, ma progressivo nel tempo, non sempre così costante, e con "diversi passaggi intermedi". 

Di che carta sei? Comparazioni visive dalla prima parte dell'articolo

Di tale teoria se ne trova chiara traccia nei vecchi cataloghi specializzati. Vi basti, a titolo di esempio, sfogliare un'edizione d'inizio anni '90 del Sassone delle specializzazioni e varietà, quelle in cui ancora troneggiavano le firme di Carraro, Mondolfo, Sirotti. Vi si legge che "la suddivisione in due raggruppamenti (carta grigia e carta bianca) è provvisoria e non tiene conto degli esemplari con caratteristiche intermedie. Di alcuni valori sono state eseguite numerosissime tirature nell'arco di tempo di circa cinque anni"

Quindi ecco le parole chiave: raggruppamenti e non tirature, esemplari con caratteristiche intermedie, numerosissime tirature. Elementi che suffragano a pieno quanto ho presentato e cercato di documentare attraverso le immagini di molteplici confronti che ho proposto nella prima parte di questo mio approfondimento.

Rielaborazione della classificazione 1990 Catalogo Specializzato Sassone

Per completezza di informazione è giusto anche ricordare che, se proprio vogliamo trovare il pelo nell'uovo e puntare a specializzare la nostra cara vecchia Democratica sulla base della qualità della carta su cui è stampata, la classificazione si fatta non è cosa recente, ma affonda nel passato e che, rispetto anche a qualche catalogo ordinario più recente, son assai di più i valori che presentano tale duplicità di carta. Un vecchio catalogo degli anni '90 ricorda che solo cinque facciali scampano alla sindrome del Dottor Henry Jekyll e del il suo alter ego, Mister Edward Hyde. Più precisamente il 10 centesimi (solo carta grigia), il 6 e 8 Lire, il 10 Lire arancio ed 30 Lire (tutti solo carta bianca).

Altre fonti autorevoli, ad esempio il volumetto La serie della Ricostruzione Democratica, a firma di Filanci/Bogoni, edito nel 1994, poi riveduto e corretto nell'edizione del 1995, non specificano una differenziazione della carta nei facciali da 10 centesimi, da 6 Lire, 8 Lire, 10 lire vermiglio e 30 Lire, confermando di fatto quelli non effetti da doppia personalità. Tale classificazione trova conferma negli anni in altri autori che hanno studiato la serie e che riportano, nelle proprie classificazioni, un solo tipo di carta nei già citati facciali da 10 centesimi, da 6 Lire, 8 Lire, 10 lire vermiglio e 30 Lire, aggiungendo il 20 Lire, ma solo nella versione lilla rossastro (mantenendo la doppia versione per il 20 Lire lilla scuro).



Se poi scorriamo la linea temporale e voliamo ai giorni nostri, ecco che allora, ove il catalogo "ordinario" si mette a parlare di "tirature" (prendo un'edizione 2018 dell'Unificato, giusto per fare un esempio), sono solo 9 i facciali coinvolti: 1 Lire, 2 Lire, 3 Lire, 4 Lire, 5 Lire, 10 Lire grigio, 15 Lire, 20 Lire e 50 Lire. Con molta probabilità, ma la ritengo una mia ipotesi, quelli ove è più netta una separazione tra i due tipi di carta. Fosse null'altro che però il sito catalogospecializzato.it (vedi bibliografia e relativo link) conferma la sola carta grigia per il francobollo da 10 centesimi, la sola carta bianca per il 6 Lire, per il facciale da 8 Lire e per quelli da 10 Lire (vermiglio) e 30 Lire.

Un ulteriore riferimento per meglio circostanziare l'evidenza di carta grigia o bianca nei diversi tagli della Democratica (ben inteso sempre escludendo il 100 Lire) ci è offerta dai cataloghi di importanti commercianti filatelici che alle specializzazioni dedicano ampio risalto nei propri listini, confermando la classificazione storica.

La posizione di filigrana come indicatore
Se nella prima parte di questa divagazione filatelica ho tentato un approccio macroscopico alla identificazione della carta attraverso l'aspetto e la data di utilizzo, un ulteriore indicatore che potrebbe aiutarci a identificare la tipologia di carta, anche se solo per un numero limitato di valori della serie Democratica, è la filigrana, ma sarebbe meglio dire la posizione di filigrana. 

Già sul finire del 1200 gli artigiani attivi a Fabriano usavano contraddistinguere la propria produzione con marchi di filigrana. Un tecnica successivamente impiegata come sistema di sicurezza contro le falsificazioni anche sui francobolli. La tecnica del punzone per fusione eseguita effettuando un “calco” in gesso sulla cera incisa, fu sostituita nel XX secolo dal processo elettrochimico di galvanoplastica. Dall'originale in cera, per mezzo di un bagno galvanico, sono ricavati un positivo e un negativo in rame che, a loro volta, servono a trasferire per pressione l’immagine sulla tela metallica.

Come già anticipato all'inizio di questo post, la carta in bobine utilizzata per i valori della serie Democratica era prodotta in piano. La prima macchina funzionale a livello industriale per questo tipo di lavorazione fu installata nel 1850 nella cartiera di Essones in Francia. Era un progetto della meccanica britannica, costruita dall'inglese Donkin, ma su disegni dei fratelli Foudrinier. Alcuni autori affermano che la carta prodotta con macchina continua in piano non sia stata impiegata per i francobolli fino al 1870 perché era meno uniforme e gradevole di quella prodotta con la macchina in tondo.

Stante quindi due metodi di produzione della materia prima, otterremo altrettanti sistemi per la filigranatura: la carta filigranata "in tondo" e la carta filigranata "in piano". Nel primo caso sarà il cilindro rotante ove si forma la carta ad imprimere, attraverso fili metallici cuciti su di esso, la filigrana. Se ne ottiene un segno più definito, netto, grazie ad una minore densità delle fibrille, talvolta visibile anche in luce radente, oltre che in trasparenza. 

Nella lavorazione in piano, invece, la pasta è prima depositata su un nastro dove perde l'eccesso di acqua, poi pressata sotto un rullo che reca in rilievo il disegno della filigrana. La densità fibrosa non muta ed il "segno" è dovuto esclusivamente ad uno schiacciamento delle fibre. Quindi avremo un disegno di filigrana più confuso, con i contorni meno delineati, quasi sfocati,

La bobina contiene quattro fasce continue di ruote ognuna con una estensione in larghezza di 10 ruote intervallate da una scritta continua "POSTE ITALIANE". Siccome ogni bobina è tagliata a metà prima di essere posta nella Goebel, ad ogni fascia corrisponde uno dei due gruppi affiancati sul cilindro di stampa. Se la stampa è in registro le diciture laterali non compaiono sui francobolli. 

clicca per ingrandire

Va aggiunto che sino al 1947, le bobine di carta in ruota alata del I tipo (quello cui sino ad ora abbiamo fatto riferimento) sono collocate in macchina da stampa in modo che la dicitura filigranata sui margini Poste Italiane, risulti leggibile al verso. Successivamente la rotazione della bobina è invertita e le diciture passano al recto. Abbiamo dunque due diverse posizioni della nostra ruota della fortuna, che passano a quattro posizioni nei casi in cui la bobina è avvolta in senso inverso. 

Stante quanto appena esposto, per alcuni valori tra quelli presi in esame, la posizione di filigrana può essere un aiuto nel discriminare la carta banca da quella grigia. Nello schema che riporto sotto, sul modello di un'analoga tabella pubblicata sul sito soardi.eu (vedi bibliografia) e da me integrata sulla base della comparazione rispetto a quanto esposto nel volume "Democratica, la serie della ricostruzione" (vedi bibliografia) e da alcuni cataloghi specializzati, evidenzio le situazioni in cui la posizione può associarsi ad un unico tipo di carta. Ricordiamo tutti che in Italia la filigrana si descrive osservandola dal verso del francobollo (cioè dalla parte non stampata) con la base ovviamente in basso (regola che differisce da quella in uso nei paesi anglosassoni).


Giusto anche precisare che nei valori da 25 e da 50 Lire, quelli di formato verticale raddoppiato, le ruote sono "coricate"


I valori evidenziati in giallo non presentano la doppia tipologia di carta. Se pur per un numero limitato di valori di questa serie, quanto ho scritto e tabellato dovrebbe poter essere di aiuto nel discriminare, sulla base della posizione di filigrana una carta grigia da una bianca. Se, ad esempio, prendiamo il francobollo da 20 centesimi con posizione di filigrana CD possiamo classificarlo con certezza come con "carta grigia".

Il retino di stampa come indicatore
Stampati in rotocalco usando la macchina Goebel del 1928 in fogli da 100 francobolli, tranne i valori da 25 L. e 50 L. che erano in fogli da 50 francobolli, i valori della serie Democratica hanno visto l'impiego di un retino da 70 linee per le prime tirature, riconoscibili a detta di molti, ma purtroppo non da me, dal disegno meno chiaro e più impastato rispetto a quello del retino da 80 linee usato in seguito. 

Per gli amanti della tecnologia applicata alla filatelia è giusto però partire dall'inizio, specificando che nella tecnica di stampa detta rotocalcografia (ovvero la calcografia trasposta in rotativa) si esegue una stampa diretta incavografica, dove la parte da stampare è in incavo rispetto alla parte non stampata, associata alla rotativa. L'inchiostro è trasferito sulla carta attraverso un sistema modulare di cellette di diversa profondità. Più le cellette sono profonde, più abbondante sarà l'inchiostro che possono contenere e più scura sarà la stampa. È questo il motivo principale della brillantezza della stampa rotocalco: l'inchiostro infatti non è pressato (stampa tipografica) o impresso per rimbalzo (stampa in offset), ma è prelevato dalla carta stessa mantenendo dunque eccellenti caratteristiche di brillantezza e di coprenza.



Sulle lastre calcografiche si incidono chimicamente i testi e le immagini, il bozzetto del francobollo nel nostro caso, precedentemente impressi su pellicola trasparente attraverso un retino, a far si che lettere e cifre non mostrino mai tratti netti. 

Classici tratti segmentati sui caratteri nella stampa rotocalcografica

E' un sistema che consente di ottenere qualsiasi sfumatura sfruttando i livello espositivo dei singoli punti che lo compongono alla luce: dove l'area è chiara i punti saranno piccoli, sino a scomparire ove serve il bianco, nelle aree scure i punti saranno di maggiori dimensioni, addirittura uniti ove serve il colore pieno.

Nei fatti, e riprendo una storica citazione di Alberto Diena la cui eco ha riverberato in numerosi articoli nel corso di quasi un lustro, il retino è una lastra di cristallo con incisioni di punti oppure di linee incrociate e con uno smalto nero nelle cavità. Quello usato in rotocalcografia, a differenza di quello tipografico, è costituito da linee rette che si intersecano a formare tanti piccoli rombi. Il numero di questi rombi contenuti in un centimetro quadrato rappresenta la misura del retino che normalmente, nel caso del Poligrafico per i francobolli in rotocalcografia, può essere 60, 80 o 100. Il processo con cui dal retino, via via, si ottiene la lastra in rame è piuttosto complesso ed articolato. Non essendo oggetto principale di questa mia divagazione vi risparmierò dunque ogni dettaglio. 

Nel nostro caso specifico l'utilizzo di due retini a diverse risoluzioni è dovuto al fatto che con la Repubblica Sociale Italiana il Poligrafico, e le sue macchine, migrò da Roma verso Novara, arenato tra le risaie in quella che avrebbe dovuto essere la via per Vienna. Nel trasloco forzoso furono imballati e caricati sui camion anche i retini più fini (da qui anche la differenza tra le emissioni RSI di Roma e Novara). Al momento di andare in stampa con la serie Democratica in quel di Roma era disponibile il retino da 70 rombi, poiché quello da 80 rombi, utilizzato per le tirature a seguire, era ancora a Novara ostaggio dell'Amministrazione Militare Alleata della Lombardia.



Ma veniamo al dunque: teoricamente, per tornare alla nostra carta grigia o bianca che sia, si potrebbe presupporre che l'uso del retino da 70 sia in qualche modo correlato alla carta grigia, quella di primo uso. In verità non ho trovato una data certa che segni il passaggio da un retino all'altro, ma soprattutto non è così facile, almeno per me, distinguere due valori stampati con retino differente. Anche ricorrendo al suggerimento di Alberto Diena che, come parametri per un confronto, suggeriva di ricorrere, ad esempio, al 15 Lire soprastampa Trieste su due righe (retino da 80) e il medesimo valore con soprastampa su una riga (retino da 70). Questo perché, indipendentemente dal retino, altri fattori influenzano la risoluzione a colpo d'occhio: usura del cilindro, condizioni di umidità e temperatura. Elementi che producono stampe più o meno contrastate ove, in alcuni casi, il retino poco si distingue.

Nella terza parte di questo articolo...
Chiudo questa seconda parte di questa mia divagazione dentellata (nella speranza di non avervi profondamente annoiato), dandovi un appuntamento per la conclusione che dedicherò, come mia maniacale abitudine, all'allestimento espositivo dei valori di cui abbiamo parlato, con chiaro riferimento a carta e posizione di filigrana. Sempre e solo per puro divertimento.

Ribadisco anche ora che avendo nell'esperienza appreso che sarebbe un peccato di presunzione il solo pensare di saper tutto su quanto scritto, resta apprezzabile ogni intervento che voglia correggere, smentire, ma soprattutto aggiungere ed impreziosire questa mia cronaca "di carta".

Serie Democratica: carta canta...

La mia collezione
Per visionare in digitale il mio intero percorso collezionistico clicca qui

Bibliografia
➤ Franco Filanci, Danilo Bogoni, La serie della Ricostruzione: Democratica, Poste Italiane, 1995
➤ Gianni Carraro - Luigi Sirotti, Il 100 lire della Democratica, Sassone, 2003.
➤ a cura di Bruno Crevato-Selvaggi, Le Carte valori ordinarie della Repubblica, La Repubblica Italiana, Poste Italiane, 2002.
➤ a cura di Franco Filanci, Il Novellario Vol. 4 Da una Repubblica all'altra, Unificato, 2017;
➤ AA.VV., Museo della Carta di Amalfihttps://www.museodellacarta.it/la-carta-a-mano/ 
(consultato il 12.07.2020);
➤ AA.VV., Museo della Carta di Fabrianohttps://www.museodellacarta.com/
(consultato il 11.07.2020);
➤ Giorgio Nebbia, Breve storia del riciclo, 2012, http://www.fondazionemicheletti.it/
(consultato il 12.07.2020);
➤ Maurizio Tava, La carta, studio ed analisi dei processi produttivi, 2012, 
Provincia Autonoma di Trento.
➤ AA.VV., Cartiera Sordini - Pale di Folignohttps://www.paledifoligno.it/le-cartiere-di-pale/cartiera-sordini/ (consultato il 13.07.2020);
➤ Enrico Pedemonte, Elisabetta Princi, Silvia Vicini Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale Università di Genova, Storia della produzione della carta, Rivista La chimica e l'industria, n°8 Anno 87, 2005;
➤ AA.VV, La Repubblica italiana, Francobolli d'Italia, Tomo II, 1990, Bolaffi/Fabbri Editori;
➤ AA.VV, Serie Democratica, carta bianca e carta grigiaFilatelia e francobolli forum, (consultato il 09.07.2020);
➤ AA.VV., La carta filigranataPia Università dei cartai; (consultato il 12.07.2020)
➤ Walter Soardi, Specializzazioni della Repubblica con filigrana a ruotahttp://www.soardi.eu/45/democratica.htm, (consultato il 16.07.2020);
➤ AA.VV., La filagrana ruota alata; Giandri's i miei francobolli; (consultato il 12.07.2020);➤ Carraro, Mondolfo, Sirotti, Catalogo delle specializzazioni e varietà dei francobolli della Repubblica Italiana e di trieste, 1990 5° edizione, Sassone;➤AA.VV.Catalogo specializzato Repubblica, http://www.catalogospecializzato.it/; (consultato il 21/07/2020);
➤Franco Moscadelli, Rotocalco, fotocalco…e la donna nell'arte

domenica 19 luglio 2020

Serie Democratica: carta canta (parte prima)

Democratica: carta canta
Giusto per sconfiggere l'afa estiva, nella dolce brezza serale di un dopo temporale, ho pensato bene di rimettere mano ad un po' di doppioni della mitica serie Democratica. Ed uso l'aggettivo "mitica" perché nessun collezionista d'area italiana può ignorare il fatto che, se filatelicamente parlando la serie è lo spartiacque nella catalogazione tra Regno e Repubblica, sicuramente essa incarna la ricostruzione dell'Italia nell'immediato dopoguerra, sia per la sincronia con quel preciso momento storico, ma anche per la simbologia che le vignette dentellate ci offrono, perfetta simbiosi con la propaganda che tentava di dare un taglio con il passato per mostrare agli italiani l'ottimismo di un futuro di pace, di solidarietà, di equità, legalità e benessere economico.

Dalla mia collezione: Natale 1945, il primo del dopoguerra. La Democratica si presenta come la serie di transizione tra passato e futuro, ove il passato monarchico e poi fascista è rappresentato da un'Imperiale (60 Cent.) a testa in giù, e il domani nella nuova vita che nasce dalla terra (40 Cent.)

A questa ordinaria, definita la prima repubblicana, anche se poi ben sappiamo che la stessa era già in uso nei suoi iniziali valori prima della proclamazione della nuova forma di governo, ho deciso da dare vita ad un percorso di approfondimento tutto speciale nella mia collezione, cercando di dare a quei francobolli quel giusto e meritato rilievo. Tuttavia le cose cambiano, anche se sarebbe meglio dire il "mercato" cambia, ed ecco comparire tra le righe dei cataloghi degli ultimi anni una inquietante differenziazione tra tiratura e tiratura o, per esser più precisi tra una prima tiratura con carta grigia ed una seconda tiratura con carta bianca. Parliamo, chiaramente, di alcuni valori della serie, escludendo sin da subito il 100 Lire che ha una storia tutta sua. Uso l'aggettivo "inquietante" perché, ed esprimo una mia opinione da collezionista, parlare di "tiratura" associando il termine ad un aggettivo numerale ordinale pare, in questo frangente, una forzatura coi fiocchi... pardon coi dentelli

Prima di tutto perché nelle ricerche che ho condotto in letteratura filatelica (vastissima e ricchissima in quanto ad approfondimenti ed analisi tecniche per questa serie ordinaria), non ho trovato alcun chiaro ineludibile riferimento ad una prima e nemmeno ad una seconda tiratura, definite in termini numerici o scandite da precisi intervalli temporali. In seconda istanza perché la struttura della carta, oggetto di questa presunta "tiratura", ha sì subito un mutamento nella qualità e nella sua struttura, ma progressivo nel tempo, non sempre così costante, e con "diversi passaggi intermedi". Passando, appunto, da elevati livelli di impurità (carta di aspetto molto grigiastro, virante al marroncino chiaro) sino ad una condizione di maggiore qualità (carta di aspetto grigio-biancastro o biancastro). 

Non presente nel Catalogo Unificato per le edizioni sino al 2010, la famigerata II tiratura compare per alcuni dei valori della Democratica, associata alla carta bianca.

Per questo sarebbe forse semanticamente più corretto parlare di periodi piuttosto che di tirature. Dico ciò perché non ci si illuda di poter con assoluta chiarezza distinguere e definire in assoluto le sfumature, il grado di impurezza ed il colore della carta di questi francobolli, tanto che basta insinuarsi tra i forum filatelici per comprendere che esistono tante varianti quante sono le perplessità tra collezionisti. E allora? Allora ci si rimbocca le maniche e si cerca di offrirsi ad un approccio un poco più scientifico. Questo ho cercato di fare nel ricollocare alcuni dei miei valori offrendo loro, come nel mio stile, un allestimento coerente allo stato dell'arte e della conoscenza.

Un passo indietro: la materia prima
La carta è costituita essenzialmente da un feltro sottile di fibre cellulosiche, formato per deposizione da una sospensione acquosa diluita su una tela molto fine: in seguito alla rimozione dell’acqua e al successivo essiccamento le fibre restano unite per “feltratura”.

L'ingrediente primo della carta è rappresentato da materie fibrose, oggi in larga parte estratte da essenze legnose di vario tipo, in primis conifere e latifoglie, ma anche graminacee e piante annuali quali cotone, canapa, iuta e lino. Non deve dunque stupire che la genesi del mastro cartaio si verifichi, sulla fine del 1300, nella galassia corporativa dei lanaioli, perché è proprio dai cenci che, inizialmente, si ottiene la carta. Nella gualcheria a cincis si iniziano a battere gli stracci, con un occhio sempre attento alla selezione della loro qualità, con grandi magli di legno mossi idraulicamente. Erano esclusi i cenci con fibre di origine animale, seta inclusa, sia per la loro rigidezza, che mal si prestava alla trasformazione in carta, sia perché nell'operazione di lisciviazione si alteravano e si distruggevano. 

Con sullo sfondo i grandi magli in legno per la lavorazione dei cenci, il passato (canapa) e il futuro (legno) dell'industria della carta

Nella trasformazione dei cenci in carta la prima operazione che era svolta era la pulizia, cui seguiva la tagliatura a mano con la separazione di rattoppi, cuciture, orli, e quelle parti rigide e dure che potevano danneggiare qualità del prodotto finale e macchine. Terminata questa prima fase si procedeva alla lisciviazione con calce all'interno di in apposite vasche. Lo scopo era di liberare gli stracci dalle impurità, come le sostanze grasse che non si potevano allontanare diversamente. A seguire era la lavatura, poi la sfilacciatura, la cui funzione era di distruggere ogni traccia di tessuto senza però che i filamenti venissero tagliati. Ed ancora la raffinazione, nella quale questi filamenti erano a loro volta ridotti in fibre atte a far carta. La massa filamentosa che si otteneva con la sfilacciatura si chiamava sfilacciato o mezza pasta, in contrapposto alla tutta pasta che si otteneva con la raffinazione che avveniva grazie ad enormi magli in legno che battevano e trituravano gli stracci precedentemente raccolti in pile in pietra.

Fu proprio in Italia, già alla fine del 1400, che l'impiego dei cenci, in modo particolare quelli di lino e cotone il cui uso si andava diffondendo, diventò un vero business del "riciclo", talmente importante per il giro d'affari e la valenza sociale, che città come Lucca e Parma vietavano l'esportazione degli stracci. Per comprendere tale fenomeno, basti pensare che nei primi del Seicento, quando si diffuse la peste e gli indumenti erano bruciati per contenere il contagio, si verificò una crisi senza precedenti nell'industria della carta, che trovò soluzione definitiva, anni più tardi, nella possibilità di estrarre le fibre di cellulosa dal legno.

Solo con l'invenzione della dissoluzione chimica del legno, processo con cui si rimuove la lignina per ottenere la cellulosa in fibre, si è proceduto a sostituire progressivamente il processo di lavorazione degli stracci. Nel 1890 erano già state sperimentati numerosi processi per ottenere la cellulosa dal legno (un primo brevetto data la fine del 1700), anche se fu tal Alexander Mitscherlich (1836 - 1918), professore di silvicultura di Hannoversch Münden, ad influenzare significativamente lo sviluppo della ricerca che ad inizio del '900 porterà tale sistema a livello industriale.
Pietro Milani, il fondatore delle omonime cartiere, e il Museo della carta e della filigrana di Fabriano
celebrati dalla filatelia italiana nel 1994, sullo sfondo delle Cartiere Milani in una foto d'epoca

La serie Democratica e la sua carta
Per i valori della serie è stata impiegata carta con filigrana ruota alata, una sorta di cabalistico porta fortuna che, giusto con il nuovo corso postbellico, ha sostituito la corona introdotta nei francobolli italiani sin dal 1863, ma un po' troppo monarchica per i tempi che si andavano profilando e con la Repubblica alle porte.

I francobolli (escludiamo come già anticipato il 100 Lire) sono stati stampati in rotocalco su carta in bobine, prodotta dalla cartiera Milani di Fabriano con il sistema in piano. Un metodo ove il "ballerino" è oggetto di una certa pressione al fine di imprimere il disegno sulla carta ancora umida, prodotto finale dell'impasto. Ma di questo avremo modo di parlare in seguito, quello che ora più ci interessa è che la carta che è prodotta per la serie è inizialmente grigiastra, di cattiva qualità, il cui aspetto non migliora stante una gommatura anch'essa piena di impurità (non è quindi un caso che la valutazione per la tipologia di carta muta sui valoru usati e non su quelli allo stato di nuovo). La situazione volge al meglio già nel 1946 e progressivamente si nota una rapida evoluzione che, già nell'anno a seguire, mostra una carta bianca di qualità decisamente migliore. 

La Cartiera Milani è un'impresa sopravvissuta a due eventi bellici, cresciuta di pari passo con l'industrializzazione del Paese. Uno dei suoi periodi peggiori è quello che inizia esattamente dove il fascismo finisce, tra il settembre del 1943 e l'estate a seguire, in piena occupazione tedesca. I bombardamenti non fanno sconti agli stabilimenti di Fabriano che, insieme a quelli di Pioraco e Castelraimondo, continuano la produzione, pur tra mille difficoltà e ad intermittenza. Sono gli operai, in quel periodo, a sorvegliare gli impianti ed a comunicare alle celle clandestine del CNL nazionale i progetti dell'occupante, circa smantellamenti o distruzione delle macchine negli stabilimenti. Maestranze che però, nulla potranno contro la demolizione operata dai tedeschi nel sito di Castelraimondo, così come della distruzione delle centrali idroelettriche di San Vittore di Genga e San Sebastiano di Pioraco. 

Dopo la liberazione, il 13 luglio del 1944, il ruolo dei lavoratori delle Cartiere si fa più deciso ed importante: c'è da rimettere in funzione quanto è scampato alla distruzione dei bombardamenti e dei sabotaggi tedeschi, questo per soddisfare le esigenze del nuovo corso, della ricostruzione di uno Stato in piena rinascita dopo il conflitto. 

Dalla mia collezione: le cartiere Milani tra le due guerre

Le impurità della carta
La storia è una copia carbone del miracolo italiano in cui, con pochi mezzi e scarse risorse, ci si affida all'ingegno dell'uomo ed alla voglia di farcela. I pezzi di ricambio che non si trovano si inventano, così è per le materie prime che trovano riflesso nella qualità della carta, inclusa quella dei francobolli.

Non ci è dato di sapere, con circostanziata precisione, quali materie prime fossero carenti e/o per quali processi di raffinazione esistessero problemi nell'immediato dopoguerra. Perlomeno non ne ho trovata traccia in letteratura. Qualcuno ha pensato che le impurità fossero determinate dal ricorso agli stracci, ma erroneamente. Ciò forse perché l'uso dei cenci, benché a livello industriale fosse in larga parte ormai sostituito dal processo di estrazione della cellulosa dal legno, era comunque ancora in uso prima del conflitto. Nel 1938, ad esempio, nella “Cartiera Abramo Sordini e Figli” posta in località pale di Foligno, lavoravano da 40 a 60 operai, alcuni di questi addetti proprio alla stracceria, dove avveniva la cernita degli stracci, la lisciviazione, la sfilacciatura sino alla creazione della pasta. Paradossalmente a ciò che si è portati a pensare istintivamente, i cenci rappresentano una materia prima di qualità, tanto che la carta fabbricata con stracci o con fibra di cellulosa è classificata "fine", a differenza di quella ottenuta da paste miste (mezzo fine) o del prodotto derivato da fibra di legno (andante).

Probabilmente, stante anche la consapevolezza che subito dopo il conflitto gli indumenti familiari dismessi si trasformavano in nuovi indumenti piuttosto che in cenci, è molto probabile che la cattiva qualità del prodotto finale si da ricondurre ad una materia prima (pasta di legno) di pessima purezza, mal raffinata oppure nel razionamento di qualche prodotto di raffinazione o di carica.


Due esemplari del valore da 2 Lire della Democratica a confronto: carta grigia 1945 a sinistra e carta bianca 1947 a destra

L'analisi dei francobolli
Come ho già avuto modo di dire, l' incostante qualità nell'unità di tempo, rende difficile distinguere con assoluta certezza una carta assolutamente grigia da una assolutamente bianca. Stiamo chiaramente parlando di valori allo stato di usato, poiché in quelli gommati l'interferenza della gomma rende l'analisi impossibile, stante anche la variabilità dello strato adesivo che ha subito la stessa sorte della carta. Brunastra nelle prime tirature, ricca di impurità, tanto da essere etichettata come "gomma di guerra" o "gomma di castagne"

Ho esaminato decine di esemplari per ogni singolo valore della serie

Una sommaria osservazione del singolo valore non è quindi sufficiente a distinguere con certezza la carta, tante possono essere le sfumature, eliminando dalla propria cernita ed analisi, ben s'intende, gli artefatti, ovvero quei passaggi di colore da buste rosse o azzurre, assai comuni in quell'epoca e la cui tinta sovente si è trasmessa macroscopicamente alla carta del valore postale.

Una scansione accurata a 600 dpi evidenzia con maggiore chiarezza le impurità presenti nelle carte grigie. I due valori sono gli stessi rappresentati nell'immagine precedente.

L'osservazione qualitativa della carta come indicatore
Una scansione a contrasto elevato e ad alta definizione ci aiuta a mettere in maggiore evidenza le numerose impurità dei francobolli tirati nel primo periodo, ma mostra anche che nessuna carta è esente da imperfezioni, portando in maggiore risalto anche quelle, se pur assai minori, impurità presenti nelle carte bianche.

Analisi microscopica carta grigia

Una analisi microscopica dell'esemplare con carta grigia pone in chiara evidenza una grana maculata con una indiscutibile presenza di macchie provocate dalle impurità. Allo stesso modo se si sottopone ad analogo processo il valore con l'ipotetica carta bianca si può notare una grana più uniforme, meno granulosa e maculata. Indicatore quest'ultimo di maggiore qualità della carta, ma che non sempre mostra una costante circa dimensione e numero di impurità.

Analisi microscopica carta bianca

Detto questo, l'analisi talvolta pone qualche problema interpretativo da parte di chi osserva, esattamente per l'elemento di incertezza dovuto ad una qualità produttiva il cui miglioramento non necessariamente è stato costante nel tempo, perlomeno per i primi anni di emissione dei francobolli coinvolti.

Cinque esemplari del facciale da 2 Lire messi a confronto

Una osservazione comparata ad occhio nudo di più esemplari del medesimo valore può offrire un primo immediato riscontro sulle due tipologie di carta, cosa più difficile da farsi se disponiamo di un singolo o di solo un paio di francobolli. I primi due valori da sinistra sono su carta grigia, i seguenti su carta bianca. Se però avessimo comparato quelli su carta bianca un qualche dubbio sul valore centrale sarebbe sorto.


Se non altro perché il valore centrale, pur se su carta chiaramente bianca rispetto ai primi due valori su carta grigia, ingloba e presenta una serie di impurità, molto simili se ingrandite a quelle che caratterizzano la carta grigia.

Cinque esemplari del facciale da 1 Lira messi a confronto

Per lavorare di fino propongo un'altro esempio comparativo, anch'esso fatto ponendo, uno accanto all'altro, cinque francobolli della serie dal medesimo valore di 1 Lira. Appare al colpo d'occhio che i primi due francobolli a sinistra presentano una evidente carta grigiastra ricca di evidenti impurità. Ma cosa avremmo valutato se la comparazione fosse stata operata solo con gli ultimi tre valori a destra?


Forse avremmo avuto qualche dubbio che il valore centrale fosse "grigio" rispetto ai due che lo affiancano? O forse no? Perché un po' più grigio nella carta lo è, con qualche impurità tra le sue fibre tra le altre cose. Questa è l'evidenza che la comparazione visiva è certamente l'indicatore primo, ma che per essere validata ha necessità di essere effettuata su un numero di campioni significativo.


Sei esemplari del 4 Lire posti a confronto

Altro emblematico esempio sono questi sei valori del facciale d 4 Lire dove ho cercato di distinguere nei primi tre valori in alto la carta "grigia" e in quelli posti in basso la carta "bianca". La scansione evidenzia un viraggio abbastanza chiaro del colore, ma solleva qualche dubbio su due esemplari su tre classificati "in bianco".


Il dettaglio evidenzia (oltre alla data di utilizzo - vedi paragrafo seguente -) una quasi assenza di macro impurità nei valori su carta bianca, il cui viraggio verso un bianco sporco potrebbe essere associato invece ad un assorbimento di pigmento dalle buste su cui hanno viaggiato. Da evidenziare anche che sugli esemplari con carta bianca anche il livello di inchiostrazione e quindi di saturazione del colore sulla vignetta del francobollo stesso può essere oggetto di leggeri viraggi all'osservazione.

Il periodo di utilizzo come indicatore
Dopo ciò che ho tentato di mostrare, mentirei spudoratamente se vi dicessi che, osservati i francobolli, pur con microscopica attenzione, io abbia sempre tra le mani un responso chiaro, incontestabile. Non è così! sotto la lente semmai, li ho messi dopo aver in qualche modo definito il periodo di emissione di quello specifico esemplare. 

Un metodo, non infallibile, ma certamente utile, è quello di analizzare l'annullo postale sperando che sia visibile la data. Sappiamo che la carta grigia è stata usata fino al 1946 e che già dal 1947 la produzione stava virando al bianco. Se ne desume che è assai più probabile che esemplari viaggiati in quel primo periodo siano stampati su carta grigia, fate salve però alcune eccezioni relative a tagli di uso non comune e/o a località fuori mano, dove l'uso più limitato di corrispondenze potrebbe aver fatto sì che esemplari su carta grigia fossero posti in vendita anche dopo il 1947. Ipotesi molto rara se l'annullo di partenza fa riferimento però a città capoluogo od a centri importanti.


Nel mio allestimento ho quindi previsto di inserire alcuni reperti composti da missive, con data di spedizione certa e ben leggibile, dalle quali si è provveduto ad una accurata rimozione, seguita da lavaggio del valore, nel quale si è evidenziata la carta grigia tipica del primo periodo di emissione.

In alcuni casi, se l'annullo datario è ben posizionato e leggibile sul francobollo, è facilitata la collocazione in quell'arco temporale di presunzione sulla fornitura da parte delle Cartiere Milani di un tipo di carta più grossolano ed imperfetto rispetto a quello che andrà poi migliorando nel corso degli anni.

Anche in questo caso, l'uso di tale indicatore, è fortemente condizionato dalla data di emissione di ogni singolo facciale. Se i valori da 10 - 20 - 40 - 60 - 80 centesimi e 1 - 1,20 - 2 - 3 - 4 - 5 - 10 grigio - 20 - 25 - 50 Lire furono emessi  in data 1 ottobre 1945, per i restanti francobolli da 25 - 50 centesimi - 6 - 8 - 10 rosso - 15 - 30 Lire il periodo di emissione va dal 1946 al 1948.

Nella seconda e terza parte di questo articolo...
Per evitare di sovraffollare di parole questo post, e forse anche per creare un poco di suspense filatelica, rimando al successivo intervento in questo blog la conclusione, se così si può chiamare dati i dubbi che ho sollevato, di questa divagazione sulla carta della serie Democratica.

Nella seconda parte parlerò della posizione di filigrana quale indicatore di riferimento, del retino di stampa quale ulteriore elemento selettivo e, infine, nella terza ed ultima parte dell'allestimento narrativo che ho voluto riservare ai miei reperti, coinvolti nella ricerca così come l'ho esposta, all'interno della mia collezione.

Chiaramente, avendo nell'esperienza appreso che sarebbe un peccato di presunzione il solo pensare di saper tutto su quanto scritto, resta apprezzabile ogni intervento che voglia correggere, smentire, ma soprattutto aggiungere ed impreziosire questa mia cronaca "di carta".

Serie Democratica: carta canta...

La mia collezione
Per visionare in digitale il mio intero percorso collezionistico clicca qui

Bibliografia
➤ Franco Filanci, Danilo Bogoni, La serie della Ricostruzione: Democratica, Poste Italiane, 1995
➤ Gianni Carraro - Luigi Sirotti, Il 100 lire della Democratica, Sassone, 2003.
➤ a cura di Bruno Crevato-Selvaggi, Le Carte valori ordinarie della Repubblica, La Repubblica Italiana, Poste Italiane, 2002.
➤ a cura di Franco Filanci, Il Novellario Vol. 4 Da una Repubblica all'altra, Unificato, 2017;
➤ AA.VV., Museo della Carta di Amalfi, https://www.museodellacarta.it/la-carta-a-mano/
(consultato il 12.07.2020);
➤ AA.VV., Museo della Carta di Fabriano, https://www.museodellacarta.com/
(consultato il 11.07.2020);
➤ Giorgio Nebbia, Breve storia del riciclo, 2012, http://www.fondazionemicheletti.it/
(consultato il 12.07.2020);
➤ Maurizio Tava, La carta, studio ed analisi dei processi produttivi, 2012,
Provincia Autonoma di Trento.
➤ AA.VV., Cartiera Sordini - Pale di Folignohttps://www.paledifoligno.it/le-cartiere-di-pale/cartiera-sordini/ (consultato il 13.07.2020);
➤ Enrico Pedemonte, Elisabetta Princi, Silvia Vicini Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale Università di Genova, Storia della produzione della carta, Rivista La chimica e l'industria, n°8 Anno 87, 2005;
➤ AA.VV, La Repubblica italiana, Francobolli d'Italia, Tomo II, 1990, Bolaffi/Fabbri Editori;
➤ AA.VV, Serie Democratica, carta bianca e carta grigia; Filatelia e francobolli forum, (consultato il 09.07.2020);
➤ AA.VV., La carta filigranata; Pia Università dei cartai; (consultato il 12.07.2020)
➤ Walter Soardi, Specializzazioni della Repubblica con filigrana a ruotahttp://www.soardi.eu/45/democratica.htm, (consultato il 16.07.2020);
➤ AA.VV., La filagrana ruota alata; Giandri's i miei francobolli; (consultato il 12.07.2020).