giovedì 30 luglio 2020

Serie Democratica: carta canta (parte seconda)

Secondo capitolo di questa saga filatelica dedicata ad un aspetto, piuttosto singolare, della serie ordinaria Democratica. Di come sia comparsa tra le righe dei cataloghi ordinari (non di specializzazione) un'inquietante differenziazione tra tiratura e tiratura o, per esser più precisi tra una prima tiratura con carta grigia ed una seconda tiratura con carta bianca. Sin dal'inizio di questa mia divagazione dentellata ho usato l'aggettivo "inquietante" perché, ed esprimo una mia opinione da collezionista, parlare di "tiratura" associando il termine ad un aggettivo numerale ordinale pare, in questo frangente, una forzatura coi fiocchi... pardon coi dentelli.
Come ho già avuto modo di scrivere, non ho trovato alcun circostanziato riferimento ad una prima e nemmeno ad una seconda tiratura, definite in termini numerici o scandite da precisi intervalli temporali., questo perché la struttura della carta, oggetto di questa presunta "tiratura", ha subito un mutamento nella qualità e nella sua struttura, ma progressivo nel tempo, non sempre così costante, e con "diversi passaggi intermedi". 

Di che carta sei? Comparazioni visive dalla prima parte dell'articolo

Di tale teoria se ne trova chiara traccia nei vecchi cataloghi specializzati. Vi basti, a titolo di esempio, sfogliare un'edizione d'inizio anni '90 del Sassone delle specializzazioni e varietà, quelle in cui ancora troneggiavano le firme di Carraro, Mondolfo, Sirotti. Vi si legge che "la suddivisione in due raggruppamenti (carta grigia e carta bianca) è provvisoria e non tiene conto degli esemplari con caratteristiche intermedie. Di alcuni valori sono state eseguite numerosissime tirature nell'arco di tempo di circa cinque anni"

Quindi ecco le parole chiave: raggruppamenti e non tirature, esemplari con caratteristiche intermedie, numerosissime tirature. Elementi che suffragano a pieno quanto ho presentato e cercato di documentare attraverso le immagini di molteplici confronti che ho proposto nella prima parte di questo mio approfondimento.

Rielaborazione della classificazione 1990 Catalogo Specializzato Sassone

Per completezza di informazione è giusto anche ricordare che, se proprio vogliamo trovare il pelo nell'uovo e puntare a specializzare la nostra cara vecchia Democratica sulla base della qualità della carta su cui è stampata, la classificazione si fatta non è cosa recente, ma affonda nel passato e che, rispetto anche a qualche catalogo ordinario più recente, son assai di più i valori che presentano tale duplicità di carta. Un vecchio catalogo degli anni '90 ricorda che solo cinque facciali scampano alla sindrome del Dottor Henry Jekyll e del il suo alter ego, Mister Edward Hyde. Più precisamente il 10 centesimi (solo carta grigia), il 6 e 8 Lire, il 10 Lire arancio ed 30 Lire (tutti solo carta bianca).

Altre fonti autorevoli, ad esempio il volumetto La serie della Ricostruzione Democratica, a firma di Filanci/Bogoni, edito nel 1994, poi riveduto e corretto nell'edizione del 1995, non specificano una differenziazione della carta nei facciali da 10 centesimi, da 6 Lire, 8 Lire, 10 lire vermiglio e 30 Lire, confermando di fatto quelli non effetti da doppia personalità. Tale classificazione trova conferma negli anni in altri autori che hanno studiato la serie e che riportano, nelle proprie classificazioni, un solo tipo di carta nei già citati facciali da 10 centesimi, da 6 Lire, 8 Lire, 10 lire vermiglio e 30 Lire, aggiungendo il 20 Lire, ma solo nella versione lilla rossastro (mantenendo la doppia versione per il 20 Lire lilla scuro).



Se poi scorriamo la linea temporale e voliamo ai giorni nostri, ecco che allora, ove il catalogo "ordinario" si mette a parlare di "tirature" (prendo un'edizione 2018 dell'Unificato, giusto per fare un esempio), sono solo 9 i facciali coinvolti: 1 Lire, 2 Lire, 3 Lire, 4 Lire, 5 Lire, 10 Lire grigio, 15 Lire, 20 Lire e 50 Lire. Con molta probabilità, ma la ritengo una mia ipotesi, quelli ove è più netta una separazione tra i due tipi di carta. Fosse null'altro che però il sito catalogospecializzato.it (vedi bibliografia e relativo link) conferma la sola carta grigia per il francobollo da 10 centesimi, la sola carta bianca per il 6 Lire, per il facciale da 8 Lire e per quelli da 10 Lire (vermiglio) e 30 Lire.

Un ulteriore riferimento per meglio circostanziare l'evidenza di carta grigia o bianca nei diversi tagli della Democratica (ben inteso sempre escludendo il 100 Lire) ci è offerta dai cataloghi di importanti commercianti filatelici che alle specializzazioni dedicano ampio risalto nei propri listini, confermando la classificazione storica.

La posizione di filigrana come indicatore
Se nella prima parte di questa divagazione filatelica ho tentato un approccio macroscopico alla identificazione della carta attraverso l'aspetto e la data di utilizzo, un ulteriore indicatore che potrebbe aiutarci a identificare la tipologia di carta, anche se solo per un numero limitato di valori della serie Democratica, è la filigrana, ma sarebbe meglio dire la posizione di filigrana. 

Già sul finire del 1200 gli artigiani attivi a Fabriano usavano contraddistinguere la propria produzione con marchi di filigrana. Un tecnica successivamente impiegata come sistema di sicurezza contro le falsificazioni anche sui francobolli. La tecnica del punzone per fusione eseguita effettuando un “calco” in gesso sulla cera incisa, fu sostituita nel XX secolo dal processo elettrochimico di galvanoplastica. Dall'originale in cera, per mezzo di un bagno galvanico, sono ricavati un positivo e un negativo in rame che, a loro volta, servono a trasferire per pressione l’immagine sulla tela metallica.

Come già anticipato all'inizio di questo post, la carta in bobine utilizzata per i valori della serie Democratica era prodotta in piano. La prima macchina funzionale a livello industriale per questo tipo di lavorazione fu installata nel 1850 nella cartiera di Essones in Francia. Era un progetto della meccanica britannica, costruita dall'inglese Donkin, ma su disegni dei fratelli Foudrinier. Alcuni autori affermano che la carta prodotta con macchina continua in piano non sia stata impiegata per i francobolli fino al 1870 perché era meno uniforme e gradevole di quella prodotta con la macchina in tondo.

Stante quindi due metodi di produzione della materia prima, otterremo altrettanti sistemi per la filigranatura: la carta filigranata "in tondo" e la carta filigranata "in piano". Nel primo caso sarà il cilindro rotante ove si forma la carta ad imprimere, attraverso fili metallici cuciti su di esso, la filigrana. Se ne ottiene un segno più definito, netto, grazie ad una minore densità delle fibrille, talvolta visibile anche in luce radente, oltre che in trasparenza. 

Nella lavorazione in piano, invece, la pasta è prima depositata su un nastro dove perde l'eccesso di acqua, poi pressata sotto un rullo che reca in rilievo il disegno della filigrana. La densità fibrosa non muta ed il "segno" è dovuto esclusivamente ad uno schiacciamento delle fibre. Quindi avremo un disegno di filigrana più confuso, con i contorni meno delineati, quasi sfocati,

La bobina contiene quattro fasce continue di ruote ognuna con una estensione in larghezza di 10 ruote intervallate da una scritta continua "POSTE ITALIANE". Siccome ogni bobina è tagliata a metà prima di essere posta nella Goebel, ad ogni fascia corrisponde uno dei due gruppi affiancati sul cilindro di stampa. Se la stampa è in registro le diciture laterali non compaiono sui francobolli. 

clicca per ingrandire

Va aggiunto che sino al 1947, le bobine di carta in ruota alata del I tipo (quello cui sino ad ora abbiamo fatto riferimento) sono collocate in macchina da stampa in modo che la dicitura filigranata sui margini Poste Italiane, risulti leggibile al verso. Successivamente la rotazione della bobina è invertita e le diciture passano al recto. Abbiamo dunque due diverse posizioni della nostra ruota della fortuna, che passano a quattro posizioni nei casi in cui la bobina è avvolta in senso inverso. 

Stante quanto appena esposto, per alcuni valori tra quelli presi in esame, la posizione di filigrana può essere un aiuto nel discriminare la carta banca da quella grigia. Nello schema che riporto sotto, sul modello di un'analoga tabella pubblicata sul sito soardi.eu (vedi bibliografia) e da me integrata sulla base della comparazione rispetto a quanto esposto nel volume "Democratica, la serie della ricostruzione" (vedi bibliografia) e da alcuni cataloghi specializzati, evidenzio le situazioni in cui la posizione può associarsi ad un unico tipo di carta. Ricordiamo tutti che in Italia la filigrana si descrive osservandola dal verso del francobollo (cioè dalla parte non stampata) con la base ovviamente in basso (regola che differisce da quella in uso nei paesi anglosassoni).


Giusto anche precisare che nei valori da 25 e da 50 Lire, quelli di formato verticale raddoppiato, le ruote sono "coricate"


I valori evidenziati in giallo non presentano la doppia tipologia di carta. Se pur per un numero limitato di valori di questa serie, quanto ho scritto e tabellato dovrebbe poter essere di aiuto nel discriminare, sulla base della posizione di filigrana una carta grigia da una bianca. Se, ad esempio, prendiamo il francobollo da 20 centesimi con posizione di filigrana CD possiamo classificarlo con certezza come con "carta grigia".

Il retino di stampa come indicatore
Stampati in rotocalco usando la macchina Goebel del 1928 in fogli da 100 francobolli, tranne i valori da 25 L. e 50 L. che erano in fogli da 50 francobolli, i valori della serie Democratica hanno visto l'impiego di un retino da 70 linee per le prime tirature, riconoscibili a detta di molti, ma purtroppo non da me, dal disegno meno chiaro e più impastato rispetto a quello del retino da 80 linee usato in seguito. 

Per gli amanti della tecnologia applicata alla filatelia è giusto però partire dall'inizio, specificando che nella tecnica di stampa detta rotocalcografia (ovvero la calcografia trasposta in rotativa) si esegue una stampa diretta incavografica, dove la parte da stampare è in incavo rispetto alla parte non stampata, associata alla rotativa. L'inchiostro è trasferito sulla carta attraverso un sistema modulare di cellette di diversa profondità. Più le cellette sono profonde, più abbondante sarà l'inchiostro che possono contenere e più scura sarà la stampa. È questo il motivo principale della brillantezza della stampa rotocalco: l'inchiostro infatti non è pressato (stampa tipografica) o impresso per rimbalzo (stampa in offset), ma è prelevato dalla carta stessa mantenendo dunque eccellenti caratteristiche di brillantezza e di coprenza.



Sulle lastre calcografiche si incidono chimicamente i testi e le immagini, il bozzetto del francobollo nel nostro caso, precedentemente impressi su pellicola trasparente attraverso un retino, a far si che lettere e cifre non mostrino mai tratti netti. 

Classici tratti segmentati sui caratteri nella stampa rotocalcografica

E' un sistema che consente di ottenere qualsiasi sfumatura sfruttando i livello espositivo dei singoli punti che lo compongono alla luce: dove l'area è chiara i punti saranno piccoli, sino a scomparire ove serve il bianco, nelle aree scure i punti saranno di maggiori dimensioni, addirittura uniti ove serve il colore pieno.

Nei fatti, e riprendo una storica citazione di Alberto Diena la cui eco ha riverberato in numerosi articoli nel corso di quasi un lustro, il retino è una lastra di cristallo con incisioni di punti oppure di linee incrociate e con uno smalto nero nelle cavità. Quello usato in rotocalcografia, a differenza di quello tipografico, è costituito da linee rette che si intersecano a formare tanti piccoli rombi. Il numero di questi rombi contenuti in un centimetro quadrato rappresenta la misura del retino che normalmente, nel caso del Poligrafico per i francobolli in rotocalcografia, può essere 60, 80 o 100. Il processo con cui dal retino, via via, si ottiene la lastra in rame è piuttosto complesso ed articolato. Non essendo oggetto principale di questa mia divagazione vi risparmierò dunque ogni dettaglio. 

Nel nostro caso specifico l'utilizzo di due retini a diverse risoluzioni è dovuto al fatto che con la Repubblica Sociale Italiana il Poligrafico, e le sue macchine, migrò da Roma verso Novara, arenato tra le risaie in quella che avrebbe dovuto essere la via per Vienna. Nel trasloco forzoso furono imballati e caricati sui camion anche i retini più fini (da qui anche la differenza tra le emissioni RSI di Roma e Novara). Al momento di andare in stampa con la serie Democratica in quel di Roma era disponibile il retino da 70 rombi, poiché quello da 80 rombi, utilizzato per le tirature a seguire, era ancora a Novara ostaggio dell'Amministrazione Militare Alleata della Lombardia.



Ma veniamo al dunque: teoricamente, per tornare alla nostra carta grigia o bianca che sia, si potrebbe presupporre che l'uso del retino da 70 sia in qualche modo correlato alla carta grigia, quella di primo uso. In verità non ho trovato una data certa che segni il passaggio da un retino all'altro, ma soprattutto non è così facile, almeno per me, distinguere due valori stampati con retino differente. Anche ricorrendo al suggerimento di Alberto Diena che, come parametri per un confronto, suggeriva di ricorrere, ad esempio, al 15 Lire soprastampa Trieste su due righe (retino da 80) e il medesimo valore con soprastampa su una riga (retino da 70). Questo perché, indipendentemente dal retino, altri fattori influenzano la risoluzione a colpo d'occhio: usura del cilindro, condizioni di umidità e temperatura. Elementi che producono stampe più o meno contrastate ove, in alcuni casi, il retino poco si distingue.

Nella terza parte di questo articolo...
Chiudo questa seconda parte di questa mia divagazione dentellata (nella speranza di non avervi profondamente annoiato), dandovi un appuntamento per la conclusione che dedicherò, come mia maniacale abitudine, all'allestimento espositivo dei valori di cui abbiamo parlato, con chiaro riferimento a carta e posizione di filigrana. Sempre e solo per puro divertimento.

Ribadisco anche ora che avendo nell'esperienza appreso che sarebbe un peccato di presunzione il solo pensare di saper tutto su quanto scritto, resta apprezzabile ogni intervento che voglia correggere, smentire, ma soprattutto aggiungere ed impreziosire questa mia cronaca "di carta".

Serie Democratica: carta canta...

La mia collezione
Per visionare in digitale il mio intero percorso collezionistico clicca qui

Bibliografia
➤ Franco Filanci, Danilo Bogoni, La serie della Ricostruzione: Democratica, Poste Italiane, 1995
➤ Gianni Carraro - Luigi Sirotti, Il 100 lire della Democratica, Sassone, 2003.
➤ a cura di Bruno Crevato-Selvaggi, Le Carte valori ordinarie della Repubblica, La Repubblica Italiana, Poste Italiane, 2002.
➤ a cura di Franco Filanci, Il Novellario Vol. 4 Da una Repubblica all'altra, Unificato, 2017;
➤ AA.VV., Museo della Carta di Amalfihttps://www.museodellacarta.it/la-carta-a-mano/ 
(consultato il 12.07.2020);
➤ AA.VV., Museo della Carta di Fabrianohttps://www.museodellacarta.com/
(consultato il 11.07.2020);
➤ Giorgio Nebbia, Breve storia del riciclo, 2012, http://www.fondazionemicheletti.it/
(consultato il 12.07.2020);
➤ Maurizio Tava, La carta, studio ed analisi dei processi produttivi, 2012, 
Provincia Autonoma di Trento.
➤ AA.VV., Cartiera Sordini - Pale di Folignohttps://www.paledifoligno.it/le-cartiere-di-pale/cartiera-sordini/ (consultato il 13.07.2020);
➤ Enrico Pedemonte, Elisabetta Princi, Silvia Vicini Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale Università di Genova, Storia della produzione della carta, Rivista La chimica e l'industria, n°8 Anno 87, 2005;
➤ AA.VV, La Repubblica italiana, Francobolli d'Italia, Tomo II, 1990, Bolaffi/Fabbri Editori;
➤ AA.VV, Serie Democratica, carta bianca e carta grigiaFilatelia e francobolli forum, (consultato il 09.07.2020);
➤ AA.VV., La carta filigranataPia Università dei cartai; (consultato il 12.07.2020)
➤ Walter Soardi, Specializzazioni della Repubblica con filigrana a ruotahttp://www.soardi.eu/45/democratica.htm, (consultato il 16.07.2020);
➤ AA.VV., La filagrana ruota alata; Giandri's i miei francobolli; (consultato il 12.07.2020);➤ Carraro, Mondolfo, Sirotti, Catalogo delle specializzazioni e varietà dei francobolli della Repubblica Italiana e di trieste, 1990 5° edizione, Sassone;➤AA.VV.Catalogo specializzato Repubblica, http://www.catalogospecializzato.it/; (consultato il 21/07/2020);
➤Franco Moscadelli, Rotocalco, fotocalco…e la donna nell'arte

domenica 19 luglio 2020

Serie Democratica: carta canta (parte prima)

Democratica: carta canta
Giusto per sconfiggere l'afa estiva, nella dolce brezza serale di un dopo temporale, ho pensato bene di rimettere mano ad un po' di doppioni della mitica serie Democratica. Ed uso l'aggettivo "mitica" perché nessun collezionista d'area italiana può ignorare il fatto che, se filatelicamente parlando la serie è lo spartiacque nella catalogazione tra Regno e Repubblica, sicuramente essa incarna la ricostruzione dell'Italia nell'immediato dopoguerra, sia per la sincronia con quel preciso momento storico, ma anche per la simbologia che le vignette dentellate ci offrono, perfetta simbiosi con la propaganda che tentava di dare un taglio con il passato per mostrare agli italiani l'ottimismo di un futuro di pace, di solidarietà, di equità, legalità e benessere economico.

Dalla mia collezione: Natale 1945, il primo del dopoguerra. La Democratica si presenta come la serie di transizione tra passato e futuro, ove il passato monarchico e poi fascista è rappresentato da un'Imperiale (60 Cent.) a testa in giù, e il domani nella nuova vita che nasce dalla terra (40 Cent.)

A questa ordinaria, definita la prima repubblicana, anche se poi ben sappiamo che la stessa era già in uso nei suoi iniziali valori prima della proclamazione della nuova forma di governo, ho deciso da dare vita ad un percorso di approfondimento tutto speciale nella mia collezione, cercando di dare a quei francobolli quel giusto e meritato rilievo. Tuttavia le cose cambiano, anche se sarebbe meglio dire il "mercato" cambia, ed ecco comparire tra le righe dei cataloghi degli ultimi anni una inquietante differenziazione tra tiratura e tiratura o, per esser più precisi tra una prima tiratura con carta grigia ed una seconda tiratura con carta bianca. Parliamo, chiaramente, di alcuni valori della serie, escludendo sin da subito il 100 Lire che ha una storia tutta sua. Uso l'aggettivo "inquietante" perché, ed esprimo una mia opinione da collezionista, parlare di "tiratura" associando il termine ad un aggettivo numerale ordinale pare, in questo frangente, una forzatura coi fiocchi... pardon coi dentelli

Prima di tutto perché nelle ricerche che ho condotto in letteratura filatelica (vastissima e ricchissima in quanto ad approfondimenti ed analisi tecniche per questa serie ordinaria), non ho trovato alcun chiaro ineludibile riferimento ad una prima e nemmeno ad una seconda tiratura, definite in termini numerici o scandite da precisi intervalli temporali. In seconda istanza perché la struttura della carta, oggetto di questa presunta "tiratura", ha sì subito un mutamento nella qualità e nella sua struttura, ma progressivo nel tempo, non sempre così costante, e con "diversi passaggi intermedi". Passando, appunto, da elevati livelli di impurità (carta di aspetto molto grigiastro, virante al marroncino chiaro) sino ad una condizione di maggiore qualità (carta di aspetto grigio-biancastro o biancastro). 

Non presente nel Catalogo Unificato per le edizioni sino al 2010, la famigerata II tiratura compare per alcuni dei valori della Democratica, associata alla carta bianca.

Per questo sarebbe forse semanticamente più corretto parlare di periodi piuttosto che di tirature. Dico ciò perché non ci si illuda di poter con assoluta chiarezza distinguere e definire in assoluto le sfumature, il grado di impurezza ed il colore della carta di questi francobolli, tanto che basta insinuarsi tra i forum filatelici per comprendere che esistono tante varianti quante sono le perplessità tra collezionisti. E allora? Allora ci si rimbocca le maniche e si cerca di offrirsi ad un approccio un poco più scientifico. Questo ho cercato di fare nel ricollocare alcuni dei miei valori offrendo loro, come nel mio stile, un allestimento coerente allo stato dell'arte e della conoscenza.

Un passo indietro: la materia prima
La carta è costituita essenzialmente da un feltro sottile di fibre cellulosiche, formato per deposizione da una sospensione acquosa diluita su una tela molto fine: in seguito alla rimozione dell’acqua e al successivo essiccamento le fibre restano unite per “feltratura”.

L'ingrediente primo della carta è rappresentato da materie fibrose, oggi in larga parte estratte da essenze legnose di vario tipo, in primis conifere e latifoglie, ma anche graminacee e piante annuali quali cotone, canapa, iuta e lino. Non deve dunque stupire che la genesi del mastro cartaio si verifichi, sulla fine del 1300, nella galassia corporativa dei lanaioli, perché è proprio dai cenci che, inizialmente, si ottiene la carta. Nella gualcheria a cincis si iniziano a battere gli stracci, con un occhio sempre attento alla selezione della loro qualità, con grandi magli di legno mossi idraulicamente. Erano esclusi i cenci con fibre di origine animale, seta inclusa, sia per la loro rigidezza, che mal si prestava alla trasformazione in carta, sia perché nell'operazione di lisciviazione si alteravano e si distruggevano. 

Con sullo sfondo i grandi magli in legno per la lavorazione dei cenci, il passato (canapa) e il futuro (legno) dell'industria della carta

Nella trasformazione dei cenci in carta la prima operazione che era svolta era la pulizia, cui seguiva la tagliatura a mano con la separazione di rattoppi, cuciture, orli, e quelle parti rigide e dure che potevano danneggiare qualità del prodotto finale e macchine. Terminata questa prima fase si procedeva alla lisciviazione con calce all'interno di in apposite vasche. Lo scopo era di liberare gli stracci dalle impurità, come le sostanze grasse che non si potevano allontanare diversamente. A seguire era la lavatura, poi la sfilacciatura, la cui funzione era di distruggere ogni traccia di tessuto senza però che i filamenti venissero tagliati. Ed ancora la raffinazione, nella quale questi filamenti erano a loro volta ridotti in fibre atte a far carta. La massa filamentosa che si otteneva con la sfilacciatura si chiamava sfilacciato o mezza pasta, in contrapposto alla tutta pasta che si otteneva con la raffinazione che avveniva grazie ad enormi magli in legno che battevano e trituravano gli stracci precedentemente raccolti in pile in pietra.

Fu proprio in Italia, già alla fine del 1400, che l'impiego dei cenci, in modo particolare quelli di lino e cotone il cui uso si andava diffondendo, diventò un vero business del "riciclo", talmente importante per il giro d'affari e la valenza sociale, che città come Lucca e Parma vietavano l'esportazione degli stracci. Per comprendere tale fenomeno, basti pensare che nei primi del Seicento, quando si diffuse la peste e gli indumenti erano bruciati per contenere il contagio, si verificò una crisi senza precedenti nell'industria della carta, che trovò soluzione definitiva, anni più tardi, nella possibilità di estrarre le fibre di cellulosa dal legno.

Solo con l'invenzione della dissoluzione chimica del legno, processo con cui si rimuove la lignina per ottenere la cellulosa in fibre, si è proceduto a sostituire progressivamente il processo di lavorazione degli stracci. Nel 1890 erano già state sperimentati numerosi processi per ottenere la cellulosa dal legno (un primo brevetto data la fine del 1700), anche se fu tal Alexander Mitscherlich (1836 - 1918), professore di silvicultura di Hannoversch Münden, ad influenzare significativamente lo sviluppo della ricerca che ad inizio del '900 porterà tale sistema a livello industriale.
Pietro Milani, il fondatore delle omonime cartiere, e il Museo della carta e della filigrana di Fabriano
celebrati dalla filatelia italiana nel 1994, sullo sfondo delle Cartiere Milani in una foto d'epoca

La serie Democratica e la sua carta
Per i valori della serie è stata impiegata carta con filigrana ruota alata, una sorta di cabalistico porta fortuna che, giusto con il nuovo corso postbellico, ha sostituito la corona introdotta nei francobolli italiani sin dal 1863, ma un po' troppo monarchica per i tempi che si andavano profilando e con la Repubblica alle porte.

I francobolli (escludiamo come già anticipato il 100 Lire) sono stati stampati in rotocalco su carta in bobine, prodotta dalla cartiera Milani di Fabriano con il sistema in piano. Un metodo ove il "ballerino" è oggetto di una certa pressione al fine di imprimere il disegno sulla carta ancora umida, prodotto finale dell'impasto. Ma di questo avremo modo di parlare in seguito, quello che ora più ci interessa è che la carta che è prodotta per la serie è inizialmente grigiastra, di cattiva qualità, il cui aspetto non migliora stante una gommatura anch'essa piena di impurità (non è quindi un caso che la valutazione per la tipologia di carta muta sui valoru usati e non su quelli allo stato di nuovo). La situazione volge al meglio già nel 1946 e progressivamente si nota una rapida evoluzione che, già nell'anno a seguire, mostra una carta bianca di qualità decisamente migliore. 

La Cartiera Milani è un'impresa sopravvissuta a due eventi bellici, cresciuta di pari passo con l'industrializzazione del Paese. Uno dei suoi periodi peggiori è quello che inizia esattamente dove il fascismo finisce, tra il settembre del 1943 e l'estate a seguire, in piena occupazione tedesca. I bombardamenti non fanno sconti agli stabilimenti di Fabriano che, insieme a quelli di Pioraco e Castelraimondo, continuano la produzione, pur tra mille difficoltà e ad intermittenza. Sono gli operai, in quel periodo, a sorvegliare gli impianti ed a comunicare alle celle clandestine del CNL nazionale i progetti dell'occupante, circa smantellamenti o distruzione delle macchine negli stabilimenti. Maestranze che però, nulla potranno contro la demolizione operata dai tedeschi nel sito di Castelraimondo, così come della distruzione delle centrali idroelettriche di San Vittore di Genga e San Sebastiano di Pioraco. 

Dopo la liberazione, il 13 luglio del 1944, il ruolo dei lavoratori delle Cartiere si fa più deciso ed importante: c'è da rimettere in funzione quanto è scampato alla distruzione dei bombardamenti e dei sabotaggi tedeschi, questo per soddisfare le esigenze del nuovo corso, della ricostruzione di uno Stato in piena rinascita dopo il conflitto. 

Dalla mia collezione: le cartiere Milani tra le due guerre

Le impurità della carta
La storia è una copia carbone del miracolo italiano in cui, con pochi mezzi e scarse risorse, ci si affida all'ingegno dell'uomo ed alla voglia di farcela. I pezzi di ricambio che non si trovano si inventano, così è per le materie prime che trovano riflesso nella qualità della carta, inclusa quella dei francobolli.

Non ci è dato di sapere, con circostanziata precisione, quali materie prime fossero carenti e/o per quali processi di raffinazione esistessero problemi nell'immediato dopoguerra. Perlomeno non ne ho trovata traccia in letteratura. Qualcuno ha pensato che le impurità fossero determinate dal ricorso agli stracci, ma erroneamente. Ciò forse perché l'uso dei cenci, benché a livello industriale fosse in larga parte ormai sostituito dal processo di estrazione della cellulosa dal legno, era comunque ancora in uso prima del conflitto. Nel 1938, ad esempio, nella “Cartiera Abramo Sordini e Figli” posta in località pale di Foligno, lavoravano da 40 a 60 operai, alcuni di questi addetti proprio alla stracceria, dove avveniva la cernita degli stracci, la lisciviazione, la sfilacciatura sino alla creazione della pasta. Paradossalmente a ciò che si è portati a pensare istintivamente, i cenci rappresentano una materia prima di qualità, tanto che la carta fabbricata con stracci o con fibra di cellulosa è classificata "fine", a differenza di quella ottenuta da paste miste (mezzo fine) o del prodotto derivato da fibra di legno (andante).

Probabilmente, stante anche la consapevolezza che subito dopo il conflitto gli indumenti familiari dismessi si trasformavano in nuovi indumenti piuttosto che in cenci, è molto probabile che la cattiva qualità del prodotto finale si da ricondurre ad una materia prima (pasta di legno) di pessima purezza, mal raffinata oppure nel razionamento di qualche prodotto di raffinazione o di carica.


Due esemplari del valore da 2 Lire della Democratica a confronto: carta grigia 1945 a sinistra e carta bianca 1947 a destra

L'analisi dei francobolli
Come ho già avuto modo di dire, l' incostante qualità nell'unità di tempo, rende difficile distinguere con assoluta certezza una carta assolutamente grigia da una assolutamente bianca. Stiamo chiaramente parlando di valori allo stato di usato, poiché in quelli gommati l'interferenza della gomma rende l'analisi impossibile, stante anche la variabilità dello strato adesivo che ha subito la stessa sorte della carta. Brunastra nelle prime tirature, ricca di impurità, tanto da essere etichettata come "gomma di guerra" o "gomma di castagne"

Ho esaminato decine di esemplari per ogni singolo valore della serie

Una sommaria osservazione del singolo valore non è quindi sufficiente a distinguere con certezza la carta, tante possono essere le sfumature, eliminando dalla propria cernita ed analisi, ben s'intende, gli artefatti, ovvero quei passaggi di colore da buste rosse o azzurre, assai comuni in quell'epoca e la cui tinta sovente si è trasmessa macroscopicamente alla carta del valore postale.

Una scansione accurata a 600 dpi evidenzia con maggiore chiarezza le impurità presenti nelle carte grigie. I due valori sono gli stessi rappresentati nell'immagine precedente.

L'osservazione qualitativa della carta come indicatore
Una scansione a contrasto elevato e ad alta definizione ci aiuta a mettere in maggiore evidenza le numerose impurità dei francobolli tirati nel primo periodo, ma mostra anche che nessuna carta è esente da imperfezioni, portando in maggiore risalto anche quelle, se pur assai minori, impurità presenti nelle carte bianche.

Analisi microscopica carta grigia

Una analisi microscopica dell'esemplare con carta grigia pone in chiara evidenza una grana maculata con una indiscutibile presenza di macchie provocate dalle impurità. Allo stesso modo se si sottopone ad analogo processo il valore con l'ipotetica carta bianca si può notare una grana più uniforme, meno granulosa e maculata. Indicatore quest'ultimo di maggiore qualità della carta, ma che non sempre mostra una costante circa dimensione e numero di impurità.

Analisi microscopica carta bianca

Detto questo, l'analisi talvolta pone qualche problema interpretativo da parte di chi osserva, esattamente per l'elemento di incertezza dovuto ad una qualità produttiva il cui miglioramento non necessariamente è stato costante nel tempo, perlomeno per i primi anni di emissione dei francobolli coinvolti.

Cinque esemplari del facciale da 2 Lire messi a confronto

Una osservazione comparata ad occhio nudo di più esemplari del medesimo valore può offrire un primo immediato riscontro sulle due tipologie di carta, cosa più difficile da farsi se disponiamo di un singolo o di solo un paio di francobolli. I primi due valori da sinistra sono su carta grigia, i seguenti su carta bianca. Se però avessimo comparato quelli su carta bianca un qualche dubbio sul valore centrale sarebbe sorto.


Se non altro perché il valore centrale, pur se su carta chiaramente bianca rispetto ai primi due valori su carta grigia, ingloba e presenta una serie di impurità, molto simili se ingrandite a quelle che caratterizzano la carta grigia.

Cinque esemplari del facciale da 1 Lira messi a confronto

Per lavorare di fino propongo un'altro esempio comparativo, anch'esso fatto ponendo, uno accanto all'altro, cinque francobolli della serie dal medesimo valore di 1 Lira. Appare al colpo d'occhio che i primi due francobolli a sinistra presentano una evidente carta grigiastra ricca di evidenti impurità. Ma cosa avremmo valutato se la comparazione fosse stata operata solo con gli ultimi tre valori a destra?


Forse avremmo avuto qualche dubbio che il valore centrale fosse "grigio" rispetto ai due che lo affiancano? O forse no? Perché un po' più grigio nella carta lo è, con qualche impurità tra le sue fibre tra le altre cose. Questa è l'evidenza che la comparazione visiva è certamente l'indicatore primo, ma che per essere validata ha necessità di essere effettuata su un numero di campioni significativo.


Sei esemplari del 4 Lire posti a confronto

Altro emblematico esempio sono questi sei valori del facciale d 4 Lire dove ho cercato di distinguere nei primi tre valori in alto la carta "grigia" e in quelli posti in basso la carta "bianca". La scansione evidenzia un viraggio abbastanza chiaro del colore, ma solleva qualche dubbio su due esemplari su tre classificati "in bianco".


Il dettaglio evidenzia (oltre alla data di utilizzo - vedi paragrafo seguente -) una quasi assenza di macro impurità nei valori su carta bianca, il cui viraggio verso un bianco sporco potrebbe essere associato invece ad un assorbimento di pigmento dalle buste su cui hanno viaggiato. Da evidenziare anche che sugli esemplari con carta bianca anche il livello di inchiostrazione e quindi di saturazione del colore sulla vignetta del francobollo stesso può essere oggetto di leggeri viraggi all'osservazione.

Il periodo di utilizzo come indicatore
Dopo ciò che ho tentato di mostrare, mentirei spudoratamente se vi dicessi che, osservati i francobolli, pur con microscopica attenzione, io abbia sempre tra le mani un responso chiaro, incontestabile. Non è così! sotto la lente semmai, li ho messi dopo aver in qualche modo definito il periodo di emissione di quello specifico esemplare. 

Un metodo, non infallibile, ma certamente utile, è quello di analizzare l'annullo postale sperando che sia visibile la data. Sappiamo che la carta grigia è stata usata fino al 1946 e che già dal 1947 la produzione stava virando al bianco. Se ne desume che è assai più probabile che esemplari viaggiati in quel primo periodo siano stampati su carta grigia, fate salve però alcune eccezioni relative a tagli di uso non comune e/o a località fuori mano, dove l'uso più limitato di corrispondenze potrebbe aver fatto sì che esemplari su carta grigia fossero posti in vendita anche dopo il 1947. Ipotesi molto rara se l'annullo di partenza fa riferimento però a città capoluogo od a centri importanti.


Nel mio allestimento ho quindi previsto di inserire alcuni reperti composti da missive, con data di spedizione certa e ben leggibile, dalle quali si è provveduto ad una accurata rimozione, seguita da lavaggio del valore, nel quale si è evidenziata la carta grigia tipica del primo periodo di emissione.

In alcuni casi, se l'annullo datario è ben posizionato e leggibile sul francobollo, è facilitata la collocazione in quell'arco temporale di presunzione sulla fornitura da parte delle Cartiere Milani di un tipo di carta più grossolano ed imperfetto rispetto a quello che andrà poi migliorando nel corso degli anni.

Anche in questo caso, l'uso di tale indicatore, è fortemente condizionato dalla data di emissione di ogni singolo facciale. Se i valori da 10 - 20 - 40 - 60 - 80 centesimi e 1 - 1,20 - 2 - 3 - 4 - 5 - 10 grigio - 20 - 25 - 50 Lire furono emessi  in data 1 ottobre 1945, per i restanti francobolli da 25 - 50 centesimi - 6 - 8 - 10 rosso - 15 - 30 Lire il periodo di emissione va dal 1946 al 1948.

Nella seconda e terza parte di questo articolo...
Per evitare di sovraffollare di parole questo post, e forse anche per creare un poco di suspense filatelica, rimando al successivo intervento in questo blog la conclusione, se così si può chiamare dati i dubbi che ho sollevato, di questa divagazione sulla carta della serie Democratica.

Nella seconda parte parlerò della posizione di filigrana quale indicatore di riferimento, del retino di stampa quale ulteriore elemento selettivo e, infine, nella terza ed ultima parte dell'allestimento narrativo che ho voluto riservare ai miei reperti, coinvolti nella ricerca così come l'ho esposta, all'interno della mia collezione.

Chiaramente, avendo nell'esperienza appreso che sarebbe un peccato di presunzione il solo pensare di saper tutto su quanto scritto, resta apprezzabile ogni intervento che voglia correggere, smentire, ma soprattutto aggiungere ed impreziosire questa mia cronaca "di carta".

Serie Democratica: carta canta...

La mia collezione
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Bibliografia
➤ Franco Filanci, Danilo Bogoni, La serie della Ricostruzione: Democratica, Poste Italiane, 1995
➤ Gianni Carraro - Luigi Sirotti, Il 100 lire della Democratica, Sassone, 2003.
➤ a cura di Bruno Crevato-Selvaggi, Le Carte valori ordinarie della Repubblica, La Repubblica Italiana, Poste Italiane, 2002.
➤ a cura di Franco Filanci, Il Novellario Vol. 4 Da una Repubblica all'altra, Unificato, 2017;
➤ AA.VV., Museo della Carta di Amalfi, https://www.museodellacarta.it/la-carta-a-mano/
(consultato il 12.07.2020);
➤ AA.VV., Museo della Carta di Fabriano, https://www.museodellacarta.com/
(consultato il 11.07.2020);
➤ Giorgio Nebbia, Breve storia del riciclo, 2012, http://www.fondazionemicheletti.it/
(consultato il 12.07.2020);
➤ Maurizio Tava, La carta, studio ed analisi dei processi produttivi, 2012,
Provincia Autonoma di Trento.
➤ AA.VV., Cartiera Sordini - Pale di Folignohttps://www.paledifoligno.it/le-cartiere-di-pale/cartiera-sordini/ (consultato il 13.07.2020);
➤ Enrico Pedemonte, Elisabetta Princi, Silvia Vicini Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale Università di Genova, Storia della produzione della carta, Rivista La chimica e l'industria, n°8 Anno 87, 2005;
➤ AA.VV, La Repubblica italiana, Francobolli d'Italia, Tomo II, 1990, Bolaffi/Fabbri Editori;
➤ AA.VV, Serie Democratica, carta bianca e carta grigia; Filatelia e francobolli forum, (consultato il 09.07.2020);
➤ AA.VV., La carta filigranata; Pia Università dei cartai; (consultato il 12.07.2020)
➤ Walter Soardi, Specializzazioni della Repubblica con filigrana a ruotahttp://www.soardi.eu/45/democratica.htm, (consultato il 16.07.2020);
➤ AA.VV., La filagrana ruota alata; Giandri's i miei francobolli; (consultato il 12.07.2020).

domenica 17 maggio 2020

2019: un anno fuori formato

Da sempre ho interpretato il mio modo di collezionare non come una modalità per riempire caselle o taschine vuote, ma come un modello didattico espositivo, dando ai miei reperti dentellati la stessa dignità degli oggetti che, nelle vetrine di un museo, raccontano ai visitatori una storia, alimentano l'immaginazione e la voglia di approfondire. 
Approfondimento: sul tema vedi anche i post:
🔄 Il raccoglitore: antropologia del collezionista
🔄 Passione, feticismo e patologia del collezionismo
🔄 L'accomodatore: la costruzione espositiva
🔄 Smontare e rimontare: come in un museo?
🔄 La guida: una bussola per orientarsi
🔄 Orientarsi nel percorso collezionistico
🔄 Ogni collezione è come un percorso... anche virtuale
Come ho più volte ribadito, le nostre collezioni non possono più restare patrimonio unico individuale di noi raccoglitori, ma devono esondare dagli argini del compiacimento individuale, pena la sopravvivenza della filatelia stessa, e straripare nel mondo circostante. Sta a noi decidere come. L'importante è offrirsi, così come fa normalmente un museo, ad una missione educativa e culturale. Quella di preservare l’integrità degli oggetti come elementi del nostro patrimonio culturale e quella di contribuire alla crescita della società, compito che deve realizzare attraverso la ricerca e la missione educativa. Le funzioni base del museo moderno, così come riportato da una bella tesi di laurea di Marco Peri (vedi bibliografia) sono cinque; le prime tre corrispondono alle funzioni storiche e sono: il recupero, la conservazione e la tutela dei beni culturali. Un po' quello che ogni collezionista che si rispetti fa: ricercare i francobolli che caratterizzano il suo percorso di indagine, adottare le migliori misure per la conservazione e quindi tutelarne l'integrità e la memoria.

Seguono la produzione culturale, che in altre parole è la ricerca scientifica ed ultima, ma non ultima, la trasmissione culturale, vale a dire la divulgazione dei contenuti e delle ricerche svolte dal museo nel quale entra in gioco il ruolo della didattica. Essa è considerata lo strumento principale per garantire al museo un’azione culturalmente incisiva per la società. Non dissimile, se ci pensiamo bene, dall'attività di molti filatelisti che studiano, indagano e ricercano per poi pubblicare o comunque diffondere e condividere le proprie scoperte e le conoscenze acquisite. Credo siano concetti importanti da ribadire, punti focali di un hobby che nel passato ha vissuto la gloria di essere tra i più diffusi ed apprezzati del pianeta, ma che oggi, con la progressiva ed inesorabile dismissione del francobollo quale elemento portante della "posta", sta evolvendosi e subendo una metamorfosi. 

Sono sempre di più i percorsi museali che ricorrono alla filatelia nei loro processi di produzione culturale

L’obiettivo che oggi dobbiamo porci, in quanto collezionisti, è il medesimo del museo. Non possiamo quindi più solo parlare di un semplice recupero o di una inerte conservazione degli oggetti. Quello che facciamo nel cercare di dare un accomodamento logico ai nostri reperti è qualche cosa di più complesso, un insieme di azioni che partendo dal recupero e dalla tutela, tende nel suo insieme ad una utilizzazione del materiale finalizzata ad un intervento di trasmissione culturale, di elaborazione critica e, quindi, di produzione culturale. Lo sto facendo ora scrivendo queste cose, finalizzate al motivare una scelta puramente espositiva che però, ad analizzarla con attenzione, nasconde un progetto divulgativo nemmeno tanto nascosto. Che sia per i propri figli, per i nipoti, per gli amici o per coloro che la collezione la sfoglieranno dal vivo o in digitale, non ha importanza. In quanto elemento di trasmissione di una conoscenza, è una evidente attività di divulgazione culturale.

Non vi stupirete dunque se, innanzi a tale mia placida dichiarazione, ammetto di essere affetta da una sorta di fanatismo per le modalità espositive con cui gestisco i miei francobolli e ogni altro reperto di questi miei territori di carta. Il 2019 è stato per l'area italiana un anno davvero fuori formato, una sorta di prova speciale per le persone come me, in modo particolare per due emissioni che hanno sbeffeggiato i nostri classici fogli formato 270 x 290 (ma anche i più semplici A4), sia per la doppia dimensione che per quella terza dimensione rappresentata dallo spessore.

Per l'idea di un fuori formato ho scelto un'immagine tratta dalla copertina della rivista filatelica "La lente", periodico dedicato agli abbonati alle emissioni delle Poste elvetiche

Ma andiamo con ordine. Il primo fuori formato è rappresentato dall'emissione di Poste Italiane di un francobollo ordinario appartenente alla serie tematica “il Patrimonio artistico e culturale italiano” dedicato a Cesare Maccari, nel centenario della scomparsa. Questo pittore di cui non molti conoscono l'opera, è vissuto tra il 9 maggio 1840 ed il 17 aprile 1919. A Roma ottenne l’incarico di professore onorario di pittura all'Accademia di Belle Arti e nel 1875 entrò a far parte della commissione nominata per realizzare il bando pubblico inerente al progetto del Palazzo delle Esposizioni, che fu inaugurato nel 1883. Contemporaneamente fu incaricato di realizzare altre opere, tra cui una rappresentazione destinata all'edificio che adesso accoglie il presidente della Repubblica, ovvero il Quirinale.

L'omaggio filatelico è un francobollo “B”, equivalente all'emissione ad un valore pari a 1,10 euro ed utile per inviare cartoline o lettere di primo porto ordinarie all'interno dell'Italia. Si presenta in confezioni da cinquanta esemplari gommati, mentre la tiratura tocca i cinquecentomila esemplari. La vignetta riproduce un particolare dell’affresco “Cicerone inveisce contro Catilina” e raffigura proprio Cicerone. Fa parte di un ciclo pittorico, realizzato dall'artista tra il 1881 e il 1888, ubicato nella sala Gialla di palazzo Madama, sede del Senato.

Al francobollo, ed ecco l'inghippo, si aggiunge un minifoglio, nella misura extra pari a mm. 324 x 110. Esso contiene due dentelli identici a quello emesso in solitaria, cui si affianca una vignetta senza valore che cita Catilina. Il blocco riproduce l’affresco due volte, in bianco e nero ed a colori. È stato prodotto in cinquantamila copie (quindi impiegando centomila cartevalori). Ma la favola del Maccari, per lo meno quella dentellata, non è finita: il minifoglio è “per la prima volta numerato” ed è inserito anche all'interno di un libretto stampato in trentamila unità; quest'ultimo contiene tutte le immagini dei dipinti realizzati dall'autore e presenti nella sala.

Il minifoglio fuori formato di Cesare Maccari
Per il francobollo a fogli non ci sono stati particolari problemi: era disponibile già dal 15 novembre. Qualche problemino in più lo hanno presentato i cinquantamila minifogli, visto che la limitata disponibilità, in solo qualche sede postale particolarmente fortunata, ha creato non poche ansie facendo lievitare il costo di quel piccolo numero di minifogli nella versione non numerata (sono ventimila) e il cui facciale sarebbe di 2,20 euro, in quanto comprende due francobolli “B” identici, raffiguranti Cicerone. La non facilità di reperimento ha portato alcuni collezionisti a "lanciarsi" sul cofanetto, prodotto in milleduecento pezzi, in vendita ad 80 euro, che, oltre al famigerato minifoglio non numerato, conteneva anche la busta primo giorno, la cartolina, bollettino illustrativo e tessera, oltre alla serie divisionale di nove monete, una delle quali, in argento.





Ammesso di essere riusciti a procurarselo il tanto ambito minifoglio, e badate bene "non piegato", si pone ora il problema di esporlo adeguatamente in collezione. Come conservarlo data la sua misura di mm. 324 x 110? Io ho adottato un sistema autocostruito, ma che trovo ben si sposa con l'insieme della collezione. In primis mi sono procurata una cartellina marca Pigna, serie Monocromo. Si tratta di una cartella in cartoncino monocromatica, dotata di tre lembi e di un dorso di cm. 1,2. Questo la rende ben richiudibile ed inseribile in scaffale al pari delle cartelle filateliche.

Raccoglitore dedicato al minifoglio Maccari
A questo punto ho provveduto ad elaborare una scheda storico filatelica che ho applicato nella parte interna della copertina, a sinistra osservando la cartella aperta. Sulla parte di destra, quella più interna (ove sono presenti i lembi ripiegabili), utilizzando due taschine adesive per foglietti posizionate affiancate, ho creato una tasca di riparo in cui collocare, adeguatamente protetto, il minifoglio. Sotto la tasca così creata una scheda in cartoncino bianco riporta, su un lato, la descrizione del reperto dentellato. L'insieme è una sorta di piccola stanza virtuale, all'interno del mio percorso espositivo, creata per mostrare un reperto che, per le sue particolari dimensioni, meritava uno spazio tutto suo.

Ecco la cartella 803 inserita nella guida alla mia collezione

Ma per chi si muove nell'area italiana, il Maccari fuori misura non è stato l'unica emissione con qualche problemino sull'aspetto espositivo e di collocazione. Tra le varie emissioni, una in particolare datata 11 febbraio ed elaborata dalle Poste di piazza San Pietro, ha creato una certa concitazione: quella dedicata al novantesimo anniversario dei Patti lateranensi. Una ricorrenza "congiunta" ed importante che ricorda quel 1929 in cui l’Italia e la Santa Sede stabilirono formalmente le relazioni bilaterali, la prima interlocutrice riconoscendo l’indipendenza e la sovranità della seconda.

Il tributo vaticano si compone di un francobollo autoadesivo da 1,10 euro con la sala della Conciliazione presso il palazzo del Laterano, dove furono firmati gli accordi e che presenta ancora il tavolo e le sedie originali dell’epoca (questo il francobollo della congiunta con l'Italia). Poi figura la coppia, dovuta ad Orietta Rossi, da 1,10 e 1,15 dedicata a Papa Pio XI, che firmò i Patti, ed all'attuale Pontefice, Francesco. È raccolta in minifoglio con due serie e con, sul lato sinistro, la mappa dello Stato vaticano. Infine, e qui viene il bello, un valore da 8,40 euro per lo stemma. Realizzato dalla Hämmerle & Vogel, risulta in stoffa, ad essere precisi in filato di poliestere e metallo. È stato prodotto in quarantamila pezzi e venduto soltanto in ventimila folder, dal non esiguo costo costo di 28 euro. Ogni contenitore propone francobollo e busta primo giorno.

Sin dal primo momento in tanti si sono domandati come, dal momento che il folder non poteva considerarsi prodotto parallelo alla stregua dei tanti che seguono le emissioni commemorative, lo stesso si sarebbe potuto inserire in collezione. Questo perché, una volta asportato il francobollo in tessuto e la busta FDC per collocarle nei fogli d'album predisposti all'uopo, quel bell'oggetto porporato si sarebbe perduto in qualche cassetto, finendo nell'oblio. L'idea poteva essere quella di replicare quanto ho fatto per il minifoglio Maccari, ma in questo frangente una mano in cambio di 9 euro l'ha offerta Marini che ha editato una pagina in speciale cartoncino stampata con le stesse caratteristiche grafiche di tutti gli Album Marini e corredata di un’innovativa tasca per contenere il folder dedicato al 90° anniversario della Fondazione dello Stato della Città del Vaticano.

Il particolare foglio per il Folder elaborato da Marini

In tal modo è possibile così conservare all'interno dell’album tradizionale, non solo il francobollo e la busta primo giorno, ma anche il folder. Resta da considerare però che, dato lo spessore che equivale a quello di fogli di un'annata, quella cartella a 22 anelli avrà una capienza ridotta rispetto a quella tradizionale, anche in funzione del fatto che l'assetto centrale del folder, pur equilibrando il carico dello spessore, tenderà a far flettere i restanti fogli se la cartella ne dovesse risultare sovraccaricata.

Come sempre si tratta di divagazioni da collezionista, chiacchiere da circolo filatelico d'altri tempi. Ma è pur sempre di filatelia e francobolli che abbiamo parlato e questo, a parer mio, non è mai tempo perso!

La mia collezione
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Bibliografia
➤ Marco Peri, La didattica nel museo tra arte e educazione, Tesi di laurea in lettere
     Anno Accademico 2003/2004
➤ AA.VV., Cicerone inveisce contro Catilina,Vaccarinews, 15 novembre 2019
     (consultato il 10.05.2020);
➤ AA.VV., Capitolo Maccari i chiarimenti,Vaccarinews, 19 novembre 2019
     (consultato il 10.05.2020);
➤ AA.VV., Maccari da piegare,Vaccarinews, 25 novembre 2019
     (consultato il 10.05.2020);

sabato 9 maggio 2020

Pratica: trasformare la libreria aperta in espositore filatelico

Di solito ogni divagazione filatelica nei blog dei collezionisti riguarda qualche aspetto della filatelia, sovente approfondimenti su temi specifici, particolarità, studi ed emissioni. Qualche eccezione, anche tra i miei post passati, riguarda le tecniche per editare fogli personalizzati o modalità espositive dei nostri dentelli all'interno degli album, ma è molto raro trovare il racconto di qualche esperienza che, nello stile "obi", ci descriva le modalità impiegate per adattare la normalità domestica, quello che c'è nelle nostre case per la vita di ogni giorno, all'esigenza di conservazione, fruibilità e visibilità della nostra collezione in toto.

Ci sono diverse pubblicazioni che ci raccontano di come sarebbe meglio conservare i nostri francobolli, la maggior parte però scritte e pensate secondo la ferrea logica di chi professionalmente si occupa di conservazione dei beni museali. Un esempio per tutti: l'articolo pubblicato su The Postal Gazette ad opera di David R. Beech FRPSL Curator and Head della Collezione filatelica della British Library. Appare chiaro, sin da una prima lettura, che le condizioni di ideale conservazione raramente sono quelle di una grande fruibilità, ma è ancor più chiaro che quelle condizioni, ideali alla massima conservazione, quasi mai si ritrovano tra le nostre mura domestiche, tra pentole che soffriggono, ferri da stiro a vapore, condizionatori d'estate e riscaldamenti nel periodo invernale. Diciamolo chiaramente: francobolli ed esseri umani che li collezionano non prediligono gli stessi habitat. Ma c'è sempre un punto di equilibrio.



Per T. J. Collings, grande esperto di conservazione di materiali cartacei, e R. F. Schoolley-West, membro della Royal Philatelic Society di Londra e primo Capo delle Collezioni Filateliche, autori di un libro dal titolo "The care and Preservation of Philatelic Material" del 1989 (si trova ancora in giro a circa 25 dollari), le collezioni filateliche dovrebbero essere mantenute ad una temperatura ideale al di sotto dei 18 C° con un'umidità relativa contenuta tra 55 e 60%. Più facile a dirsi che a farsi. L'aria pulita è poi importantissima, ribadisce David Beech, poiché l'inquinamento causa danni alla nostre collezioni. Eccellenti suggerimenti per chi vive in Pianura Padana, nell'hinterland milanese o dalle parti di Taranto! Fumare è incompatibile con la filatelia, particelle di cenere, fumo e sostanze danneggiano il colore. Tombola!

E che dire della luce. La condizione ideale per la conservazione delle collezioni è un ambiente mantenuto completamente al buio, come le nostre abitazioni naturalmente. Abbiamo però bisogno di studiare ed osservare il nostro materiale oppure mostrarlo ad altri collezionisti. Per farlo il materiale esposto non dovrebbe ricevere più di 50 Lux, ovvero la luminosità di 50 candele ad una distanza di un metro. La luce trasmette raggi ultravioletti (UV) e ogni lumen trasmette 10 micro watts di luce ultravioletta. Chiaramente in casa siamo tutti dotati di una specifica attrezzatura per valutare le emissioni luminose, la loro intensità e tipologia.

Detto ciò, arriviamo all'argomento di questo post. Ci siamo capiti, dobbiamo evitare sbalzi improvvisi delle condizioni ambientali, sapendo che non ci è possibile nemmeno con un rito vudù alterare il ciclo delle stagioni (anche se come umanità ci stiamo ben impegnando in tal senso). Dobbiamo evitare troppa polvere e troppa umidità. Dobbiamo non esporre alla luce diretta del sole o di lampade intense i nostri francobolli. Potremmo mettere i nostri album in un armadio dedicato, ma ci sembrerebbe di esiliarli, meglio in una libreria con ante chiudibili allora. Ma quanti di noi hanno questo tipo di libreria? In molti dispongono infatti di librerie aperte e quindi più esposte agli agenti "domestici", ma niente paura. E' possibile con poca spesa adattare questi spazi in modo anche non permanente, e modularli in base alle proprie esigenze, conservando un senso dell'estetica che non ne alteri l'insieme.


Ecco i pochi attrezzi che ci saranno necessari

Cercherò di offrirvi un suggerimento, basato sulla mia personale esperienza, per due tipologie di libreria: una prima con dimensione dei ripiani di circa 50 centimetri, una seconda con ripiani a maggiore estensione, quindi di circa 100 centimetri. Partiamo subito da cosa ci serve in termini di attrezzatura: un pennarello indelebile, un righello metallico, un metro, un taglierino per plexiglass ed una lima.

Il materiale necessario per il nostro lavoro

Per proteggere la nostra collezione su una libreria di tipo aperto utilizzeremo un materiale versatile ed esteticamente gradevole: il plexiglass. All'anagrafe si chiama polimetilmetacrilato, una materia plastica formata da polimeri del metacrilato di metile, estere metilico dell'acido metacrilico. Nel linguaggio comune il termine metacrilato si riferisce generalmente a questi polimeri. Utilizzeremo la versione trasparente. Ne esistono di diversi spessori. Consiglio, per il nostro utilizzo, uno spessore compreso tra i 2 ed i 4 millimetri. Uno spessore maggiore complicherebbe le operazioni di taglio e renderebbe eccessivamente pesante le lastre che andremo ad utilizzare. Se la libreria è in una posizione potenzialmente esposta alla luce si può ricorrere ad una versione ambrata o fumé. Il plexiglass si trova in molti negozi di bricolage in lastre anche di dimensioni contenute: cm. 50x50, 50x100, 100x100. Se volete evitare il taglio in casa, ricordo che in molti negozi online specializzati è possibile ordinare lastre con dimensioni personalizzate effettuate con taglio laser, i cui bordi sono esteticamente più belli, ma sappiate che in questo caso il costo raddoppia, quando non triplica.
Una lastra di cm. 50x100 di 2,5 mm. di spessore costa circa 7 euro presso un centro specializzato in hobbistica, una lastra ordinata online, tagliata su misura di centimetri 50x38 spessore 3 mm., costa circa 14 euro, cui si deve aggiungere il costo di spedizione di circa 10/12 euro.

Il profilo angolare in PVC (serve per la soluzione dedicata ai ripiani di circa 100 centimetri) si trova anch'esso nei negozi di bricolage. Il costo per 1 metro è pari a 1,80 euro. Importante trovare un profilo angolare con una certa profondità. 

Le mollettine trasparenti sono davvero minuscole, si trovano nei negozi che vendono accessori per cancelleria. Una confezione da 100 pezzi costa 7 euro, ma si trovano anche nei supermercati in confezioni da 2 euro. Le impiegheremo per allestire i ripiani da 50 cm. e ne occorrono 4 per ogni ripiano.

le misure necessarie

Partiamo con la soluzione per i ripiani più corti, quelli di circa 50/60 centimetri. Le misure che servono sono quattro: una misura precisa del ripiano (escludendo quindi i fianchi), una misura accurata dello spazio tra la base del ripiano (quella su cui poggiano gli album) e la base del ripiano superiore (quindi includendo lo spessore del ripiano superiore), una terza misura relativa alla profondità del ripiano che andrà divisa per due, un'ultima misura che riguarda la larghezza del ripiano sommata allo spessore del fianco destro e di quello sinistro.

Ottenute queste misure potremo definire quante e di che dimensione dovranno essere le nostre lastre di plexiglass. Per gestire un ripiano servono 3 lastre. La figura che segue, basata sull'esempio di misure dell'immagine precedente, indica le lastre necessarie e le loro dimensioni. 



Per tagliare le lastre della giusta dimensione potete usare il taglierino specifico per plexiglass, il pennarello per tracciare la misura ed il righello metallico per aiutarsi con la lama del cutter nel taglio. La lima può essere utile per eventuali aggiustamenti post taglio sui millimetri eventualmente eccedenti e soprattutto per dare una bella rifinitura pulita ai bordi della lastra.


Una volta ottenute le tre lastre delle dimensioni desiderate posizionarle nel seguente modo: la prima delle due lastre "orizzontali" andrà messa sul ripiano superiore rispetto a quello in cui staranno i nostri album. Non è necessario che la lastra sia della intera profondità del ripiano, poiché a tenerla ferma penseranno i libri posti sul ripiano superiore o eventuali altri album. Fatela sporgere rispetto al ripiano di circa 1,5 cm. La seconda lastra orizzontale andrà appoggiata con le stesse modalità sul ripiano inferiore, quello sul quale appoggerete gli album il cui peso terrà ferma la lastra. Anche in questo caso deve sporgere rispetto al ripiano di 1/1,5 centimetri. La lastra verticale, quella di chiusura dell'anta, se tagliata della misura corretta, si andrà ad "incastrare" perfettamente tra la sporgenza del ripiano superiore e quella del ripiano inferiore. Quattro mollettine trasparenti poste ai quattro lati delle sporgenze serviranno ad evitare che la lastra si sposti durante le operazioni di spolvero o quando la farete scorrere verso destra o verso sinistra per estrarre gli album.

Se intendete allestire il ripiano inferiore a quello appena predisposto la lastra orizzontale sarà solo una, in quanto quella inferiore del precedente allestimento funge già da superiore per quello nuovo.


All'interno di ogni alloggiamento circola l'aria non essendo una chiusura stagna, può essere inserito un set di sali igroscopici e volendo un piccolo igrometro. Il gioco dell'incastro, stante la flessibilità del plexiglass con spessore intorno ai 3 mm non si adatta molto bene però quando i ripiani della nostra libreria sono un poco più lunghi, circa 1 metro ad esempio.

Per questo frangente, dopo varie sperimentazioni, ho adottato un metodo differente che vado ora ad illustrare, partendo dalle misure necessarie (vedi illustrazione seguente).

le misure necessarie

Sono tre le misure che ci serviranno per realizzare il nostro progetto. La prima riguarda la misura precisa della lunghezza del ripiano su cui intendiamo alloggiare i nostri album. Una seconda misura è relativa alla profondità del ripiano, da dividere per due poiché, anche se la lastra di plexiglass di appoggio non copre l'intera superficie del ripiano, saranno gli stessi album, con il loro peso a tenerla ferma. L'ultima misura, che ci sarà utile per le lastre verticali, è quella che copre la distanza tra la superficie di appoggio del ripiano superiore e la superficie di appoggio del ripiano inferiore, valore cui andrà sottratto lo spessore del plexiglas che intendiamo utilizzare.


La misura precisa del ripiano ci servirà per tagliare il profilo angolare in pvc trasparente. Esso andrà collocato aderente al bordo del ripiano superiore. Libri ed altri album lo terranno fermo con il loro peso. Sul ripiano inferiore, quello in cui staranno gli album, si dovrà appoggiare una lastra della larghezza del ripiano e di circa la metà della sua profondità. Fate sporgere la lastra di 2 cm rispetto al bordo del ripiano poiché tale sporgenza costituirà base di appoggio delle lastre verticali di copertura. Stante l'ampiezza del lume di quest'anta, predisporre due lastre in plexiglass tenuto conto di una sovrapposizione delle stesse di almeno 10/15 cm. Quindi, ipotizzando un ripiano di 98 cm. (vedi illustrazione di esempio) predisponete due lastre di almeno 59 cm. x 47,7 cm. (quest'ultima misura è la distanza tra la superficie del ripiano superiore e di quello inferiore, sottratto lo spessore della lastra posta sul ripiano in orizzontale).


Ora otterremo che le lastre tenute ferme dal profilo angolare nella parte superiore e poggiate sulla sporgenza della lastra di appoggio nella parte inferiore, scorrano a destra ed a sinistra sovrapponendosi e consentendo di estrarre gli album. Per le operazioni più complesse di spolvero basta rimuoverle e poi riposizionarle.

Questo è quanto per oggi, spero di aver fornito qualche spunto interessante per rendere grazie alle nostre collezioni, senza rincorrere teorie "conservazionistiche" impossibili da applicare tra le pareti domestiche.

La mia collezione
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Bibliografia
    ➤ David R. Beech, Guida ai metodi di conservazione,The Postal Gazette, n°1, Ottobre 2006;

    ➤ Collings, T. J. and R. F. Schoolley-West, The Care and Preservation of Philatelic Materials,

         British Library / American Philatelic Society, London / State College PA, 1989;
    

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