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lunedì 19 marzo 2018

Collezione 2.0: portabilità sfogliabile

In molti dei miei interventi sul concetto di fruibilità digitale della propria collezione, ho raccontato di come, grazie alle nuove tecnologie, oggi alla portata anche dei meno esperti, sia possibile fare esondare il proprio percorso collezionistico dal recinto privato ad uno spazio realmente pubblico, tutto ciò grazie alla condivisione resa possibile dalla digitalizzazione dei propri album. Oggi è diventata una pratica comune da parte di istituzioni culturali, musei, pinacoteche, centri archivistici e documentali di tipo storico e culturale creare un proprio avatar nel mondo virtuale, tutto ciò per portare fuori dalle mura di solida pietra il proprio patrimonio, rendendolo in tal modo fruibile ad un pubblico più vasto, ma anche permettendone un approccio di studio ed analisi nel dettaglio, senza mettere a repentaglio l'incolumità dell'opera d'arte o dell'antico manoscritto e, perché no, di quel raro e fragile francobollo.



La  digitalizzazione delle proprie collezioni è anche un modo, facendo sempre riferimento ad istituzioni museali, per fidelizzare ed amplificare il proprio bacino di utenti visitatori, avendo come finalità la promozione, la valorizzazione e la tutela del proprio patrimonio, per metterne in evidenza
aspetti poco conosciuti, ma sovente potenzialmente di grande interesse, soddisfacendo quindi i bisogni della propria utenza. Talvolta addirittura offrendo percorsi espositivi inediti, rendendo fruibili in digitale reperti conservati negli archivi o sepolti nei magazzini e non esposti per problemi di spazio fisico.

Tale pratica di condivisione e fruizione offerta dal mondo digitale ha iniziato addirittura a porre al legislatore nuovi quesiti. L’avvocato generale della Corte di Giustizia europea, Niilo Jääskinen, ha applicato un’eccezione prevista dalla direttiva Ue sul copyright stabilendo che, come ha riportato il Corriere Comunicazioni.it, le biblioteche possono digitalizzare i libri senza consenso dell’autore, quando tale possibilità si prospetti per le collezioni accessibili al pubblico per fini di ricerca. Le biblioteche dunque possono digitalizzare opere e volumi detenute nella propria collezione, senza l’accordo dei titolari dei diritti d’autore, per proporle agli utenti su postazioni di lettura elettronica. La direttiva sul diritto d’autore non consente agli Stati di autorizzare gli utenti a copiare l’opera digitalizzata dalla biblioteca su una chiavetta Usb, ma non impedisce, in linea di principio, di fare una stampa dell’opera. La presa di posizione apre nuovi orizzonti, anche nel campo di una biblioteca filatelica condivisa sfruttando sistemi documentali in cloud, argomento del quale però ho intenzione di parlare in uno specifico post, magari condividendo con chi mi legge qualche innovativa idea su come condividere testi, magari non più in commercio, di letteratura filatelica o vecchie riviste ormai introvabili sul mercato.



Ciò di cui invece voglio argomentare oggi è la sperimentazione che ho messo in pratica di poter rendere la mia collezione 2.0, ovvero la versione digitale di quella fisicamente dentellata, realmente portabile.

Mi spiego meglio: terminata la fase di digitalizzazione, per la quale va poi mantenuto il costante aggiornamento (per la parte meramente tecnica vi rimando al post "Ogni collezione è come un percorso ... anche virtuale"), si dispone di una serie di file pdf in buona risoluzione (minimo 300 dpi). Questi file infatti, solo successivamente sono lavorati al fine di ridurne la loro definizione al formato ebook necessario alla condivisione, quanto perché tale compressione li rende più velocemente fruibili online attraverso specifiche piattaforme quali Calameo ed Issuu che li trasformano nei cosiddetti formati sfogliabili (flip book). Un'innovazione geniale, se si pensa che da qualsiasi apparato digitale ed in qualsiasi parte del pianeta ci si trovi, basta una connessione Internet per consultare il proprio apparato collezionistico così come lo abbiamo nei nostri scaffali. Provare per credere: la mia collezione online.

Ma la portabilità vera è un'altra cosa. Deve, a mio parere, poter essere fruibile offline, ovvero senza nessuna connessione, in modo semplice ed intuitivo, meglio se grazie ad un apparato leggero e portatile come un tablet, un rettangolo digitale capace di stare in una borsetta od in uno zainetto. Da portarsi magari appresso a qualche manifestazione di settore, giusto per poter controllare un particolare francobollo, confrontarlo con un altro in vendita o, più semplicemente, per comparare un annullo o valutare se quello appena visto è realmente quello mancante o ci assomiglia solamente.


Il pdf derivati originariamente dalla scansione delle pagine degli album possono perciò rappresentare una risorsa preziosa. Ho dunque fatto un piccolo esperimento usando il mio tablet e sfruttando uno dei numerosi software gratuiti che consentono di gestire i file pdf come un ebook, contando appieno anche sulle caratteristiche di massima definizione degli stessi file. Molti sistemi operativi, ad esempio Windows 10, dispongono addirittura di un visualizzatore/lettore proprietario. Ove questo non sia presente si può ricorrere ai già citati software, primo tra questi MartView, considerato uno dei migliori programmi per sfogliare PDF come se fossero delle riviste cartacee. È ottimizzato per l’uso con i touch-screen ed include anche funzioni avanzate. È molto curato graficamente e molto semplice da utilizzare sin dal primo avvio. Ma ne esistono ormai di altri, validi ed alternativi: Calibre Portable, IceCream Ebook, giusto per citarne alcuni e suggerire che ogni sistema operativo può ormai contare su un efficace visualizzatore flip book.

Per illustrare come può diventare portatile la propria collezione  ho fatto ricorso ad un semplice video, utilizzando come esempio un mio album del Regno d'Italia. Dal video, per il quale ringrazio il figlio più piccolo che si è prestato a muovere le dita, si nota come dalla modalità pagina si può rapidamente passare ad una visualizzazione multipagina, così come è possibile ingrandire immagini e testi, sfruttando quindi la definizione massima per osservare i dettagli di un francobollo, così come scansito dall'album originale.
Calibre Portable Tratto da https://calibre-portable.forumer.it/
Calibre Portable Tratto da https://calibre-portable.forumer.it/



Aggiornamento del 24 marzo 2018

Che l'interesse ad una vera portabilità della propria collezione sia in deciso aumento lo testimonia anche scesa in campo di grandi nomi del commercio filatelico mondiale. Stanley Gibbons, ad esempio, ha messo a punto un prodotto online, rivolto ai collezionisti filatelici, che consente di mettere in rete, anche se non nel meccanismo di massima fedeltà di cui ho parlato nel mio blog descrivendo la digitalizzazione della mia collezione, il proprio apparato collezionistico, collegando ogni singolo valore al data base tecnico che l'azienda utilizza per i propri cataloghi filatelici. Il prodotto, immesso sul mercato con il nome di My Collection, prevede una sorta di canone che parte da 35 sterline inglesi all'anno.

La tecnologia utilizzata per My Collection ne consente l'utilizzo su tutti i dispositivi, PC, tablet e dispositivi mobili, prevede opzioni di ricerca versatili e potenti per individuare francobolli e relativi prezzi, è completamente personalizzabile consentendo di caricare le immagini dei propri valori e di includervi eventuli note e dettagli. Oltre a ciò consente di effettuare una comoda sezione riassuntiva che elenca il numero dei francobolli suddivisi per per paese e album, oltre ai dati sul loro valore di catalogo.


Il prodotto commercializzato da Stanley Gibbons ha come cuore bibliografico il famoso catalogo Stamps of the World che inventaria circa 500 mila francobolli e dispone di ben 180 mila immagini di emissioni relative ad oltre 730 paesi/regioni del globo.Utilizza i numeri di catalogo SG universalmente riconosciuti e contiene quattro guide pratiche dedicate al "Come identificare i francobolli".

domenica 2 aprile 2017

La metamorfosi: tutto si trasforma

La legge della conservazione della massa è una legge fisica della meccanica classica, che prende origine dal cosiddetto postulato fondamentale di Lavoisier « nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma ». Così, in fondo, è ciò che accade alla mia collezione filatelica. Nulla di diverso da quello che, dopo un certo periodo di tempo, mettono in atto alcuni percorsi museali nel frangente di un'importante revisione della propria collezione, una normale evoluzione all'interno del famoso processo di accomodamento.


Nel mio caso tutto nasce dal mio girovagare per mercatini, reali e virtuali, all'interno dei quali rivenire veri e propri reperti dimenticati. Di come, a suo tempo, trovai un'abbandonata, quasi nostalgica "Collezione del Tricolore", ho già parlato ampiamente nel mio post "la collezione nella collezione". Grazie a quel ritrovamento pensai di affiancare alla mia cronologia filatelica repubblicana di valori "nuovi", una galleria espositiva parallela dei medesimi valori quali oggetti postali allo stato di viaggiato, obliterato, usato... insomma vissuti veramente. Tale percorso partiva dal 1955 per chiudersi nel 1989.

Tutto andò per il meglio, fin tanto che tra le pieghe della rete mi balzò all'occhio che quella vecchia edizione firmata Bolaffi proseguiva sino al 1990, altri dieci anni rispetto ai fogli che già possedevo. Lo documentava in modo assai eloquente quell'utente che l'aveva posta in vendita. Inutile dire che ho pensato bene di farla mia, dando quindi un nuovo sbocco a quella che pareva la famosa strada chiusa che imbocchi per errore quando ti muovi in un quartiere sconosciuto. A questo punto, a suon di fogli e di cartelle (che consentivano una migliore distribuzione dei reperti), ci stava anche una riflessione più complessa ed articolata: non era forse la giusta occasione per estrapolare le mie divagazioni filateliche, fatte di oggetti filatelici e postali obliterati, dalla sezione repubblicana dei francobolli "a nuovo", ricollocando le stesse nel percorso del "tricolore", ridando a Cesare quel che è di Cesare?


Si trattava quindi di rielaborare l'apparato iconografico espositivo di quegli itinerari fuori programma, offrendo agli stessi una nuova vita, ma sarebbe più corretto dire una nuova grafica che li armonizzasse nel contesto di quella "Collezione del Tricolore" pronta all'uso. Detto fatto! Il ricorso al metodo, paziente e laborioso, della "clonazione", non solo mi ha divertito un mondo, ma mi ha consentito di rielaborare l'intero assetto espositivo del mio tracciato repubblicano.

Per fare tutto ciò ho quindi estratto dalla sezione repubblicana "nuovi" quelle divagazioni che contenevano reperti filatelici celebrativi o di storia postale, fatte salve alcune eccezioni che per la loro particolare natura ho ritenuto di non spostare, e ho previsto un loro cronologico inserimento nel percorso parallelo dedicato ai valori allo stato di "usato".



Ho quindi preso i fogli originali della "Collezione del Tricolore", gli intercalari bibliografici relativi ad ogni annata, ed ho provveduto, con tanto di righello di precisione, a riprodurre con un semplice software d'impaginazione lo stesso stile grafico. Ci sono voluti alcuni tentativi e varie prove di stampa per "clonare" al meglio i caratteri tipografici, le dimensioni degli stessi, i colori e la spaziatura prevista nell'impaginato originario.


A questo punto ho creato delle schede ad hoc per i vari inserimenti, trovando in tal modo una sorta di armonizzazione tra quanto l'editore originale aveva già prodotto in serie e ciò che io volevo inserire quale fuori programma. In alcune particolari situazioni, ad esempio, ho scelto per rapporti cromatici differenti, pur mantenendoli nella medesima gabbia grafica. Questo perché, ad esempio, gestire la stampa "a getto d'inchiostro" di una vasta area di colore verde scuro su cui collocare il testo in bianco, avrebbe creato qualche problema di densità dell'inchiostrazione, rendendo instabile la carta dei fogli bianchi, causa l'impregnazione in eccesso, così come la definizione dell'area rimasta bianca riportante il testo. L'effetto inverso, verde su grigio, meglio si adatta alla tipologia di stampa utilizzata ed al tempo stesso trova modo di inserirsi con una certa armonia nell'insieme della collezione.




A conti fatti è una divertente rielaborazione dell'intero insieme espositivo dedicato agli anni della Repubblica, quella delle vecchie lire, che assorbirà ancora un bel po' del mio tempo, visto l'allungamento cronologico dei valori viaggiati sino alla chiusura del secondo millennio (anno 1999 incluso), come pure la necessità di ripensare ad alcune nuove soluzioni per piccoli itinerari postal filatelici che potrebbero trovare migliore visibilità in altre sezioni, ad esempio quella della meccanizzazione postale che in questi ultimi anni ho curato con particolare attenzione.


In questa riorganizzazione del piano collezionistico nemmeno il periodo del Regno d'Italia è rimasto indenne. Sempre utilizzando la già citata tecnica della clonazione, ho creato nuovi fogli, questa volta basati su grafica e stile del nuovo regno Bolaffi. Tutto ciò mi è possibile grazie all'impiego di una stampate a grande formato che mi consente di realizzare fogli a 22 fori utilizzando basi bianche a grammatura 200.

La nuova sezione ha quindi riassorbito quella che già avevo allestito a suo tempo in formato A4 che comprendeva i capitoli: gli Alleati sbarcano in Sicilia (emissioni Amgot), le quattro giornate di Napoli (emissioni Alleate), Roma città aperta. Sezioni che si uniscono ora al periodo delle emissioni di Luogotenenza ricollocate nei nuovi fogli, alle quali si va ad aggiungere un piccolo esordio del mio percorso: la Repubblica Sociale Italiana.

Come sempre, al fine di dare una vita pubblica, se pur virtuale, al mio viaggio di raccoglitore, ho rieditato le cartelle che sono state riviste e riordinate, così come la guida al mio percorso collezionistico.

Per consultare ogni album vi invito a consultare la pagina "la mia collezione".

giovedì 9 febbraio 2017

Argentobolli: non è tutto oro ciò che luccica

La premessa fondamentale
Nell'inserire questo particolarissimo “capitolo” nella mia collezione repubblicana, è doveroso anticipare i limiti entro i quali circoscrivere il fenomeno degli “argentobolli”, caso dentellato tra i tanti cui solo il trascorrere degli anni confermerà o meno lo status filatelico. Si tratta di un limitato numero di emissioni che, riprodotte in contemporanea, oltre che su carta anche su lamina d'argento, con tanto di valore facciale ben stampigliato in calce, hanno finito per arrogarsi il titolo di valori di Stato “buoni per affrancar missiva”, complice un'insana quanto macroscopica svista di Poste Italiane. È bene chiarirlo in calce, poiché se si finisse per considerare quali francobolli tutte le riproduzioni in metalli più o meno preziosi, incluse quelle nei folder ufficiali private del valore in euro, allora davvero si commetterebbe peccato: confondere fischi per fiaschi e pensare che sia davvero oro tutto ciò che luccica!

Giusto per fare un esempio: non sono francobolli le riproduzioni in lamina dorata di vario tipo parte dei folderini promozionali editi da Bolaffi per propagandare la collezione filatelica dell'area italiana. Gradevoli, ma privi di ogni requisito dentellato.

Il caso filatelico
Come sempre accade tutto succede d'improvviso, quando meno te lo aspetti. E come ogni caso filatelico che si rispetti, dietro allo stesso c'è sempre una storia che vale la pena d'essere raccontata. Il caso esplode in pieno convegno milanese, quando Poste Italiane tiene a battesimo il nuovo folder dedicato al 150° anniversario dell'unità monetaria italiana. Al suo interno, oltre all'emissione vera e propria prodotta in foglietto, sono presenti alcuni gradevoli “gadget” filatelici. Tra questi balza all'occhio una riproduzione del foglietto in lamina d'argento e, udite udite, con aspetto e valore facciale identici all'esemplare cartaceo.


La notizia si diffonde come un virus durante un'epidemia e le scorte del folder portato agli sportelli milanesi si esauriscono con grande rapidità. E dire che tali “ricordini” filatelici non sono proprio ciò che si possa definire una novità. Già molto tempo prima, Poste Italiane aveva commercializzato ai propri sportelli un curioso fermacarte in plexiglas che al proprio interno conteneva una riproduzione di alcuni celebri francobolli della storia repubblicana. Più precisamente il 5 lire emesso nel 1923 per il Cinquantenario della morte di Alessandro Manzoni, il 100 lire della serie Democratica, il 205 Lire meglio conosciuto come Gronchi Rosa e il 1.000 lire pacchi “cavallino”. Confezione accattivante in cui il fermacarte, contenente la riproduzione in lamina argentata del francobollo, era a sua volta inserito in una piacevole scatola riproducente il celebre dentellato. Ottimo per un simpatico regalo filatelico, magari ad un non collezionista, deve aver pensato qualcuno, tanto che tali oggetti per moltissimo tempo sono passati sotto totale silenzio. Eppure anche in queste quattro riproduzioni spiccano le diciture ufficiali ed il valore facciale. Anche se, e questo è il punto cruciale, ormai indiscutibilmente fuori corso come affrancature.


Allo stesso modo dei già citati precursori, anche le lamine d'argento contenute in diversi folder, emessi da Poste Italiane prima del 2011, hanno ricevuto scarsa attenzione. Persino l'osservatore meno attento, infatti, non potrà non notare che le riproduzioni in lamina dei francobolli relativi al Corriere dei Piccoli (8 novembre 2008), Bulgari (24 aprile 2009), le Mille Miglia (14 maggio 2009), tanto per citare alcuni esempi, sono assolutamente prive del valore facciale e quindi non utilizzabili alla stregua di normali affrancature in corso di validità. A questo punto appare chiaro lo spartiacque oltre il quale, l'oggetto filatelico considerato alla stregua di un simpatico gadget, si trasforma in affrancatura e quindi in reperto da incasellare: il valore facciale e la contemporaneità alla validità postale dell'emissione riprodotta.


A questo punto il gioco è fatto e nasce un nuovo accattivante caso filatelico, reso ancor più avvincente dal punto di vista collezionistico se si considerano le basse tirature che vanno dai 2.000 pezzi dei primi esemplari ai 17 mila dei più recenti. Inizia così anche la corsa speculativa e qualcuno, tanto per dimostrare che le riproduzioni in lamina così combinate (cioè con il valore facciale ben impresso nella riproduzione) sono utilizzabili come affrancature si da da fare a recuperare esemplari ed imbustare lettere, a loro volta recapitate in modo esemplare con tanto di annullo postale. È l'inizio della corsa all'oro (o sarebbe meglio dire all'argento), visto che il fenomeno ottiene, nel giro di qualche anno, una sua “ufficializzazione”, in quanto i cataloghi Sassone ed Unificato hanno inserito tali oggetti nei propri mercuriali, citandoli ed indicandone un possibile prezzo di mercato.

Solo a questo punto Poste Italiane s'accorge di quanto sta accadendo a causa della sua macroscopica svista e decide di correre ai ripari. Con l'emissione del 1° ottobre 2012 dedicata alla Corte dei Conti, la riproduzione in lamina d'argento del relativo francobollo, contenuta nel folder, è prodotta con il valore facciale chiaramente annullato. Poste Italiane ha di fatto sancito con tale segno la non validità dell’oggetto come cartevalori rendendolo non idoneo al pagamento delle spese postali. L'evento, che chiude il primo capitolo dei foglietti argentati, al tempo stesso sancisce, pur indirettamente, la validità postale delle precedenti emissioni in lamina.


La tecnologia produttiva
Il collezionista può trovare interessante anche la tecnologia messa in campo per la produzione di tali “valori” in lamina d'argento. Sugli stessi, infatti, l'osservatore attento può notare la dicitura “by Paolillo”. Si tratta di una sorta di marchio di fabbrica riconducibile ad una tipografia romana, di proprietà di Ciro Paolillo, specializzata in tale genere di stampa, per il quale detiene anche uno specifico brevetto. Non si può certo dire che tecnologia ed azienda siano cosa nuova nel campo della filatelia. Proprio alla Paolillo di Roma si deve uno dei due francobolli, quello da euro 2.80, in distribuzione dal 10 ottobre 2008 per ricordare Italia 2009, con presentazione nell’ambito di “Romafil”, che mostra la leggendaria Bocca della verità. Il dentello è stato realizzato con un procedimento inedito, tramite vaporizzazione dell’oro. Il boom dei francobolli su lamina d’oro si ebbe già negli anni Sessanta, ma è nel terzo millennio che si sono intensificati i processi di stampa più evoluti. Come nell'emissione Onu per Pechino, sempre del 2008, realizzata dalla stamperia olandese Enschedé. La produzione di tali francobolli comporta scarti notevoli, tenuto conto anche delle difficoltà tecniche e delle richieste di qualità messe a capitolato da Poste Italiane. Un secondo francobollo in lamina d'oro è quello emesso il 30 ottobre del 2008 dedicato al Natale, anch'esso come il precedente in minifoglio da 25 esemplari. Che l'azienda fosse la medesima degli “argentobolli” non era dato di sapere dato che nulla compariva sui comunicati ufficiali, essendo la lamina prodotta solo una base dorata sulla quale effettuare poi la stampa definitiva del valore bollato, pur operando l'azienda laziale in regime di fornitore ufficiale ed esclusivo di Poste Italiane. La laminatura utilizzata per queste emissioni è quindi la stessa utilizzata anche per l'argento, da qui la firma d'autore sulle riproduzioni contenute nei fermacarte.


Passato e futuro
A rigore di cronaca “filatelica” è giusto ricordare che, nella storia argentata delle carte valori italiane  sono riemerse alcune riproduzioni dei valori della Michelangiolesca (quelli da 70 lire e da 50 lire), con tanto di valore facciale. Contenuti in un particolare folder per la Giornata del Francobollo del 1977, questi progenitori degli argentobolli sono assai più grandi degli originali. Ma è nel 2016 che Poste Italiane ci riprova con fermacarte e lamine, con tanto di valore facciale e puntando alla serie forever “Piazze d’Italia”, emessa il 2 luglio. Il primo soggetto individuato è il “B-50g” con il Duomo di Milano, non a caso in vendita allo spazio filatelia del capoluogo lombardo al prezzo di 20,00 euro. Visto come si presenta però, sarà ben difficile, questa volta, spacciarlo per francobollo vero.

La riorganizzazione della mia collezione
La maggior parte degli esemplari entrati a far parte dei cataloghi proviene da fermacarte prodotti e commercializzati da Poste Italiane. All'interno di una confezione di cartone è contenuto il parallelepipedo in plexiglas composto da due parti, tenute salde tra di loro da apposite calamite, all'interno delle quali fa bella mostra di sé la riproduzione del valore postale in lamina argentata. Sono stati venduti in questa veste praticamente tutte le emissioni del 2011 dedicate al 150° anniversario dell'unità d'Italia. Sia in fermacarte che in apposito folder, invece, si trova la lamina dedicata al 150° anniversario dell'unificazione del sistema monetario nazionale, dentello emesso nel marzo del 2012. Tale foglietto speciale era disponibile,  se all'interno dell’omonimo folder, al costo di € 20 oppure al costo di € 18 versione fermacarte. La tiratura complessiva del foglietto è indicata come di 18 mila esemplari, 15 mila inseriti nel folder, 3.000 sotto le sembianze di un fermacarte. Sono invece contenuti nel solo folder gli argentobolli successivi.


Ho deciso di riorganizzare quindi la mia sezione espositiva compresa tra il 2011 ed il 2012 collocando gli argentobolli a scavalco tra le due annate di emissioni.

Per i fogli mi sono procurato la serie specifica prodotta da Masterphil il cui costo, rapportato ai valori che ospita, ha un prezzo di mercato ragionevole. Dovendo inserire l'insieme tra i fogli a 32 anelli che normalmente impiego (per la Repubblica sono quelli prodotti da Abafil)  ho posto in apertura di questo particolare insieme una pagina di almanacco clonando la veste grafica di quelli editi da Abafil. Ho poi creato alcuni specifici fogli per quelle varianti che ho ritenuto di inserire (precursori o finte lamine).

Quanto ho appena descritto è parte di una riorganizzazione recente (vedi la pagina dedicata all'accomodatore), poiché in origine l'intera sezione dedicata agli argentobolli era inserita in un contesto di fogli formato A4 con quattro anelli. Trattandosi di lamine, in verità piuttosto delicate nonostante lo spessore più elevato rispetto ad un francobollo, data la mancanza di flessibilità, avevo notato che i fogli in grammatura 200 con applicate le taschine a L tendevano a sollecitare parecchio le lamine quando l'album era sfogliato. Avevo perciò optato per la collocazione in inserti senza plastificante a due tasche. Per ogni tasca avevo prodotto un inserto in cartoncino 200+200 di grammatura, realizzato in modo da ospitare una lamina su ogni lato (quattro lamine su ogni inserto, due per facciata). In tal modo le lamine sono maggiormente protette da elementi ossidativi e da danni per piegatura. Per le lamine ospitate in folder avevo utilizzato specifici inserti per mantenere integro l'insieme. Gli inserti esplicativi erano redatti e stampati, come solitamente faccio, su cartoncino di grammatura 200. Nonostante l'impegno che ho descritto l'insieme espositivo così come composto non era, dal mio punto di vista, equilibrato con il resto dell'apparato collezionistico, tanto che ho poi provveduto a smontarlo e ricollocarlo, con la soluzione precedentemente descritta, in fogli a 32 anelli.

I fermacarte in plexiglas e le relative scatole sono collocate in box di cartone, quale corredo secondario alla collezione. Idem per i folder privati delle lamine.

Giusto per dare un'occhiata
L'intera collezione è visibile sulla pagina "la mia collezione"

Scene di ordinaria follia
Come accadde per foglietti dei diciottenni, anche per gli argentobolli la polemica durerà a lungo. Secondo molti collezionisti (al momento Bolaffi non ha catalogato tali “emissioni”, ma non lo ha fatto anche per i codici a barre), i foglietti in lamina d’argento non hanno alcun valore postale, in quanto non esplicitamente previsto dalla Gazzetta Ufficiale al momento dell’emissione. Dunque non possono essere incasellati come francobolli. Secondo tale opinione, tutta la corrispondenza affrancata con il foglietto è quindi illegale in quanto atta a frodare le Poste Italiane. Nella accesa e dibattuta questione la lamina più ambita, poiché distribuita in uno speciale folder omaggio distribuito a pochi eletti, è quella del foglietto celebrante il 150° anniversario di Poste Italiane. Questa insolita emissione ricorda quanto già accaduto nel Settembre 1989 con il francobollo celebrativo dedicato alla nascita dell’attore comico Charlie Chaplin. In quell’occasione Poste Italiane stampò, oltre al normale francobollo, un foglietto in nero non dentellato ed a tiratura limitata di soli 6.000 esemplari. Tale foglietto fu inserito come omaggio soltanto nel libro dei francobolli nell’edizione esclusiva per l’estero. Oggi è un pezzo filatelico molto apprezzato e richiesto dai collezionisti italiani. Sta di fatto però che, ma è il mio solo pensiero non qualificato o qualificante, credo sia necessario definire un limite, stante anche la storia delle importanti emissioni in ambito italiano. Trovo un po' folle, infatti, che tale foglietto, giusto alcuno giorni fa, si scivolato su ebay al pazzo prezzo di 663 euro.



Un po' di bibliografia

  • "Dopo il duomo d'argento cos'altro arriverà?", Gennaio 2017, L'Arte del Francobollo  n°65
  • "Tornano i fermacarte", dicembre 2016, Vaccari News
  • "Breve storia delle lamine d'argento", Pierfranco Olivani, febbraio 2013, Il Francobollo Incatenato n° 226
  • "Gli argentobolli italiani", Sebastiano Cilio, ottobre 2012, L'Arte del Francobollo n° 61
  • "Poste Italiane annulla il valore dei francobolli in argento", 3 ottobre 2012, francobolliefilatelia.com
  • "Le lamine d'argento entrano nei cataloghi", agosto 2012, Vaccari News
  • "Foglietto Lira Italiana in argento: un nuovo Chaplin?", 24 maggio 2012, francobolliefilatelia.com.
Questa pagina è stata aggiornata il 2 gennaio 2018

lunedì 5 dicembre 2016

Orientarsi nel percorso collezionistico

Poche righe per accompagnare la nuova edizione della "guida alla mia collezione", aggiornata con i più recenti cambiamenti del mio percorso espositivo. Ci tengo in modo particolare, giusto per mantenere fede a quella mia tanto sbandierata fissazione di considerare gli album di una collezione, ancor più se articolata, come le vetrine di un percorso museale.



Giusto per arricchirne la presentazione prendo a prestito da Valentina Baldi, che lo ha scritto in occasione di una manifestazione promossa dal Circolo Filatelico e Numismatico Benedetto Varchi, un pensiero sulla fisionomia del collezionista. "Il collezionismo è la tendenza a raccogliere, classificare e catalogare per un bisogno di ordine e metodicità. Il più delle volte, non rileva ciò che si raccoglie, ma la sistematicità della raccolta. Il collezionista riesce a conciliare la sfera sentimentale, che ha la funzione di alimentare la ricerca, e la dimensione più analitica, che consente di collocare ogni cosa al suo posto e di stabilire opportune relazioni d’ordine. Accanto alla passione con la quale mette insieme materiale originale, il collezionista riconosce intuitivamente quando determinati elementi simili siano ascrivibili ad una certa categoria tipologica. Si può dunque affermare che il collezionista è un amante dell’accumulazione critica ed analitica di una determinata serie di oggetti. Il collezionista ha un obiettivo (a cui non arriverà mai): rendere la propria collezione più importante e ricca, possibilmente impreziosita costantemente di nuovi pezzi. Talvolta dietro la collezione c’è un preciso itinerario esistenziale che consente di ricostruire le vicende personali della vita di un individuo, si riscontrano elementi ricollegabili direttamente ai suoi interessi, ai suoi stati d’animo, ai suoi hobby. Una delle virtù fondamentali che connota tutti i collezionisti è la pazienza. Quando si inizia una collezione non si ha idea di come questa si svilupperà o quali connotati assumerà."



sabato 15 ottobre 2016

Trieste: non solo un punto di vista filatelico

Nei primi giorni di settembre ho finalmente incontrato Anton. Ci siamo stretti la mano seduti ad uno dei tanti tavolini sparpagliati tra le strade e le piazze di Celjie, sovrastate dall'imponente castello che domina l'intera e verde vallata. Celjie si trova in Slovenia, precisamente la dove il fiume Voglajna sbocca nella Savinja e dove quest'ultima gira in direzione della Sava. La terza città della Slovenia per dimensioni, l'antica Keleia celtica, è il luogo dove era coniato il denaro norico, nel periodo dell'imperatore Claudio, che si sviluppò poi in uno dei più importanti borghi della regione con il nome di Celeia. Anton abita a qualche chilometro di distanza, tra le colline sovrastanti che sembrano montagne ammantate da una fitta boscaglia, in alto, dove la strada diventa piccola piccola e si perde nel verde intenso della vegetazione.


Ho portato con me la mia collezione di Trieste A. Non tanto per tentare di venderla al collezionista che è Anton, ma per mostrargli come ho intenzione di montare la sua collezione di Trieste B che lui è propenso a vendermi. Un gesto dovuto ad un collezionista che cede la sua raccolta con un piccolo nodo in gola e che mi consentirà di ampliare in modo importante il mio spazio espositivo dedicato ai fatti di Trieste e dell'intera regione istriana e dalmata.

Un frammento di storia che stratifica gli eventi quando, con l’armistizio, si apre per il nostro Paese un periodo tra i più bui, la cui ricostruzione continua ad innescare violente polemiche. Dopo l’8 settembre 1943, infatti i Savoia riparano a Brindisi per fondare il “Regno del Sud”, mentre Mussolini è liberato ed annuncia la nascita della Repubblica Sociale Italiana. La Penisola, divisa fra i due fronti lungo la linea gotica, diventa un punto nevralgico per le sorti del conflitto; a farne le spese è una popolazione straziata, divisa, colpita dai bombardamenti e condannata all'orrore di una lotta fratricida. Intanto, in un vortice di avvenimenti, la guerra si avvicina alla fine: Roma occupata e liberata, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, lo sbarco in Normandia, la Conferenza di Yalta, la “macelleria messicana” di piazzale Loreto, il suicidio di Hitler, la presa di Berlino, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, il processo di Norimberga e la difficile Conferenza di pace. In questo contesto si sviluppa la vicenda di Trieste, del Venezia Giulia e della costa istriano dalmata.



In tal senso anche i nostri francobolli parlano,
Raccontano di un periodo travagliato ove la natura umana ha saputo mostrare il peggio di sé aprendo, con la drammatica vicenda delle Fosse Ardeatine, un baratro di incomprensioni, di ostilità, di verità taciute tra popoli confinanti.

Il mio racconto di quelle vicende, attraverso i reperti dentellati, era in parte già montato nell'album che comprende l'occupazione del Venezia Giulia da parte degli alleati, l'emissione triestina titoista e i valori di Trieste A. Anton ora lo sfoglia con interesse, soffermandosi anche sulle schede storiche che si alternano ai francobolli. Narrano una ferita difficile da suturare, scandita dalle emissioni del periodo. Dolorosa al punto che il 13 luglio 2010 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha incontrato a Trieste i presidenti della Slovenia e della Croazia Danilo Türk e Ivo Josipović. Si è trattato di un vertice a tre di evidente impatto simbolico, organizzato grazie ad un grande sforzo politico e diplomatico per superare i malintesi di contrapposte memorie storiche e le diffidenze dovute a reciproche colpe a lungo negate.


Nulla è stato casuale nel protocollo seguito: il 13 luglio, anniversario di quel lontano 1920, è il giorno in cui una manifestazione antislava organizzata dai fascisti e nazionalisti si concluse con l'assalto e l'incendio della Narodni Dom (la Casa del Popolo, nota anche come Hotel Balkan), un imponente edificio sede delle organizzazioni culturali ed economiche degli sloveni di Trieste. In secondo luogo, la sequenza delle tappe della visita: prima lo stesso Balkan, oggi università, simbolo dell'offesa contro gli slavi, poi piazza della Libertà, con sosta innanzi al monumento che ricorda l'esodo da Istria, Dalmazia e Fiume, simbolo dell'offesa contro gli italiani. Infine, in piazza dell'Unità, per un concerto popolare diretto da Riccardo Muti ed eseguito da un'orchestra che ha visto suonare insieme musicisti italiani, sloveni e croati. Una manifestazione importante, impensabile qualche anno fa quando paure e separazioni ereditate dal passato erano ostacolo al dialogo e al confronto: foibe, crimini di guerra, deportazioni, esodo erano tutte parole pronunciabili o indicibili, a seconda dell'appartenenza politica e ideologica di ognuno, in una contrapposizione di memorie fondate su una forte componente di rimozione. Condividere significa esplorare le contraddizioni e le responsabilità. Un passato condiviso è un passato compreso: solo così la storia può essere lezione per il presente.


Siamo partiti proprio da quest'ultima frase che Anton ha letto sulla pagina di apertura dei miei fogli dedicati alle emissioni di Trieste A e che, in qualche modo, ci ha accompagnati nella rilettura della intera collezione del periodo, per fare alcune considerazioni. "Con Trieste B dovrai trovare un equilibrio difficile se vuoi raccontare una storia e non solo limitarti ad incasellare i francobolli", ha esordito Anton dopo un sorso di Lasko, la birra della regione bevuta in tutta la Slovenia. "Credo che tu possa migliorare il tuo racconto filatelico inserendovi un'introduzione, senza dover appesantire troppo la nuova sezione di Trieste B", ha poi proseguito, "perché se non lo fai rischi di spostare l'ago della bilancia più sulle ragioni di una parte rispetto all'altra, o meglio rischieresti di cadere nella trappola di giustificare l'ingiustificabile solo ad una fazione in campo, dimenticando che non esistono motivazioni che possono giustificare la disumanità, la ferocia di un essere umano esercitata su un'altra persona, senza ma e senza se". Effettivamente Anton non ha tutti i torti. Nello sviluppare la cronologia di Trieste A e le connesse emissioni di occupazione del periodo ho messo chiaramente in luce le violenze slave ai danni della comunità italiana, dalle foibe all'esodo, dalla slavizzazione forzata alla negazione di una identità culturale e linguistica. Così come per Trieste B avevo in serbo un'interessante apparato didascalico dedicato alle vicende degli italiani rimasti in quel territorio che, i successivi trattati avrebbero poi assegnato alla Jugoslavia. Una chiara visione monoculare. Tutto questo dimenticando i fatti accaduti assai prima e che da punto di vista postale o filatelico rientrerebbero a pieno titolo nel periodo del regno, piuttosto che in quello repubblicano, ma che se dimenticati rischierebbero di edulcorare ogni proposito di rendere i francobolli cronisti imparziali della nostra storia.


Anton mi ha fatto tornare in mente una citazione di Aldous Leonard Huxley che avevo letto sul saggio "Foibe" di Gianni Oliva: “i fatti non cessano di esistere perché sono ignorati”. Vero, prosegue poi Oliva, "i fatti sopravvivono al silenzio degli studiosi ed alle rimozioni dell'immaginario, e spesso si ripresentano all'improvviso, riscoperti da un documento d'archivio, da un ritrovamento casuale, da una testimonianza tardiva o interessata, e finiscono in questo modo per caricarsi di significati impropri. Le realtà taciute sono le più pericolose perché riemergono astratte dal loro contesto e chiedono ragione insieme di ciò che è accaduto e del perché si è scelto di ignorarlo o marginalizzarlo. I fatti, anche i più controversi, anche i più imbarazzanti e scomodi, hanno invece una loro logica, una loro spiegazione, un loro perché. Compito della ricerca storica è ricostruirli senza pregiudizi, coglierne le dinamiche, restituire l'atmosfera in cui sono maturati. Solo così la conoscenza del passato si trasforma in coscienza del presente".


Finita la birra, chiuso il nostro accordo di natura economica, abbiamo festeggiato il sodalizio filatelico a tavola, tra gli aromi ed i sapori della Slovenia più autentica. Poi, con la famiglia, eccoci tra le viuzze e le chiese di Celje. Un momento ludico, mitigato da un sole tiepido, a tratti rapito da qualche nube di passaggio. Una volta a casa, pensavo passeggiando, avrei cercato la giusta modalità per animare e sintetizzare la necessaria introduzione al mio percorso dedicato a Trieste ed alla regione giuliano istriana, seguendo i consigli di Anton.

Nemmeno il tempo di pensarci che ecco, dietro l'angolo, spuntare un inaspettato suggerimento. Roba da non crederci! Proprio innanzi ad uno degli angoli più suggestivi della cittadina ecco posizionati, a disposizione per i visitatori, una serie di pannelli predisposti per raccontare la storia e gli eventi della città utilizzando documenti e reperti postali, cartoline illustrate viaggiate, con tanto di affrancatura ed annulli in bella mostra.


Un'idea folgorante che mi ha convinto ad utilizzare, nella loro semplicità e senza l'altisonante titolo nobiliare di "pezzo raro", pochi semplici reperti di storia postale, riferibili al periodo 1920 - 1930, per dare vita a quel necessario prologo, accompagnato da una schematica cronologia degli eventi, fondamentale per fornire una genesi, oltre che un equilibrio, all'intero mio allestimento dedicato alla Trieste compressa tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la ricostruzione post bellica.



Il processo costruttivo che ho seguito nei mesi seguito al viaggio in Slovenia è stato veramente gratificante, non solo per la mera parte tecnica messa in cantiere nell'editare e montare i fogli degli album (in formato A4 per questa sezione), ma soprattutto per il piacere di sviluppare un percorso decisamente più articolato rispetto a quello originariamente concepito, tanto da farmi ipotizzare già una evoluzione futura che, nella sua parte introduttiva possa includere alcune zone di occupazione jugoslava ed il periodo compreso tra il 1943 ed il 1945, così come l'inserimento delle emissioni slave del litorale adriatico. Un passo dopo l'altro. Come sempre "le piccole cose si costruiscono un pezzo alla volta".


Tutto questo, scritto e raccontato in questo mio piccolo spazio in rete, per invitarvi a visitare il riallestimento del mio itinerario triestino. Manca ancora molto, ma credo che vi sia già il materiale necessario per proporvi una visita virtuale, con l'augurio che possa rappresentare uno stimolo per un nuovo viaggio filografico, filatelico e postale. Al momento l'allestimento è distribuito in due raccoglitori.

Nel primo album (F1), subito dopo un prologo veloce sui fatti e la cronologia che hanno preceduto emissioni ed eventi raccontati, si possono trovare i francobolli relativi alla Occupazione Anglo Americana del Venezia Giulia (AMG), sulla Occupazione jugoslava di Trieste, su Trieste A completa dei servizi e di alcuni reperti che testimoniano il ritorno all'Italia della città giuliana, oltre ad alcuni flash sulla filatelia contemporanea dedicata ai fatti della regione.


Nel secondo album (F2) si chiude, con i servizi, la sezione di Trieste A. Vi ho poi posizionato emissioni corrispondenti alla Amministrazione Militare jugoslava del 1947, alla Occupazione jugoslava di Fiume, al periodo filatelico di Trieste B completo dei servizi, oltre ad alcuni flash sulla filatelia contemporanea dedicata ai fatti della regione.

martedì 23 agosto 2016

Ogni collezione è come un percorso ... anche virtuale

Con la revisione dei miei album (9 e 10) del percorso repubblicano completo il restyling del mio personale itinerario postale e filatelico dedicato al periodo, pur sempre in evoluzione per quanto riguarda l'inserimento di nuovi reperti o di nuovi approfondimenti, in linea con la filosofia espansiva con cui si sviluppa l'intera collezione. Si è infatti trattato di un riallestimento dei fogli di almanacco, nuovamente editati nel formato a 32 anelli e collocati negli album, allo stesso modo con cui le tabelle didascaliche raccontano e contestualizzano i reperti in un percorso museale.


A proposito di musei, è notizia della primavera di questo 2016 di un disegno di legge volto a rivalutare l'ipotesi di dare nuova vita al "Museo nazionale  della comunicazione postale e telegrafica dell'Archivio nazionale di documentazione dell'arte postale" poiché, secondo quanto espressamente dichiarato dai promotori parlamentari, "il grado di progresso di una civiltà può essere misurato dalla sua capacità di trasmettere le informazioni tra le persone. L'efficienza dei sistemi di comunicazione postale rappresenta anche oggi un importantissimo indicatore della qualità dell'organizzazione di uno stato. La lunga evoluzione dei sistemi e delle tecnologie applicate alla comunicazione attraverso documenti scritti ha visto, nei secoli, la nostra penisola al centro d’importanti innovazioni, sia sociali che organizzative; basti citare la dimensione mediterranea del sistema di corrieri costituito dalla famiglia dei tasso di Cornello. La stessa parola posta, universalmente usata, è italiana”.

Buone dunque le premesse per ridare una nuova vita ad un patrimonio museale, l’attuale Museo storico della comunicazione, che oggi giace inanimato a Roma, nel quartiere EUR, ospitato nei sotterranei del palazzo delle Poste, in uno spazio concesso in comodato d’uso gratuito con scadenza al 2017. E badate bene che non parliamo di una piccola raccolta museale, oggi visitabile solo previo appuntamento. Parliamo di 78 mila pezzi di marcofilia, oltre quattromila documenti di archivio, tremila oggetti di storia postale e quasi un milione di reperti filatelici. Materiale degno di uno dei musei postali più grandi d’Europa, fondato nel 1878 e diretto da Emilio Diena nel suo più antico esordio. Tale citazione è d’obbligo per fare luce su come, a differenza di molti altri Paesi, che hanno saputo valorizzare al massimo il proprio patrimonio postale e filatelico attraverso straordinari e sempre nuovi percorsi museali, dando quindi impulso al collezionismo stesso, l’Italia abbia preferito l’oblio per le proprie raccolte, con unica eccezione del Museo Postale e telegrafico della Mitteleuropa aperto al pubblico nella bella città di Trieste sin dal 1997.


Ma quanto ho voluto raccontare è anche l'occasione per una riflessione, figlia di un’epoca sempre più digitale ove i nuovi strumenti informatici possiedono la capacità di donare ai nostri reperti filatelici una quarta dimensione: quella virtuale e condivisa. Appurato che le strutture museali ad alti livelli, siano esse di Stato o di natura squisitamente privatistica, sono importantissime per la divulgazione della conoscenza, non può sfuggire però che l'odierna tecnologia, ormai a portata di tutti, consente ad ogni collezionista di trasformare la propria passione per la raccolta e l'accomodamento in uno straordinario, originale, unico museo virtuale. Una visione personalizzata del proprio modo di costruire una storia attraverso la filatelia e la filografia, ma pur sempre un itinerario espositivo degno d'esser "visitato". Pensate poi se ogni collezionista facesse "sistema" con altri appassionati, dando vita ad una aggregazione sociale in cui ogni collezione diventi la tessera di un puzzle più grande.

Delle modalità con cui ho inteso dare vita "pubblica"alla mia collezione ho già ampiamente disquisito nei miei precedenti post, nella pagina di questo blog dedicata alla costruzione del mio percorso espositivo e nella guida alla mia collezione. Ragione per cui mi limiterò ad illustrare, cercando di dare risposta ai quesiti circa la elaborazione virtuale dei miei album, le fasi di lavoro che trasformano i miei reperti da cartacei a digitali, offrendo in tal modo la possibilità di osservarli in rete e sfogliarli pagina dopo pagina. Lo farò in modo semplice, ricordando a chi mi legge che la rete è piena di esempi di mostre o di percorsi espositivi virtuali e che l'odierna tecnologia consente ad ognuno di studiare e realizzare anche soluzioni più complesse od appaganti in termini visivi.


Chi poi volesse immergersi nella materia in modo "apneico" potrà trovare parole per i propri denti nel sito dell'Osservatorio Tecnologico per i Beni e le Attività Culturali. Quest'ultimo ha infatti elaborato un documento, nato dalla cooperazione tra l'Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane (ICCU) e l'Istituto centrale per gli archivi (ICAR), che intende illustrare lo stato dell'arte in tema di mostre virtuali online partendo da esperienze concrete fin qui svolte nell'ambito di vari istituti italiani e dall'osservazione e l'analisi dei prodotti presenti nel panorama internazionale. Tale analisi ha portato a chiarire alcuni concetti che ancora non trovano in letteratura definizioni solidamente codificate e a fornire alcune raccomandazioni da tener presenti nello sviluppo e nella realizzazione di progetti. Le linee guida sono frutto di una riflessione tra esperti e operatori dei diversi settori dei beni culturali che hanno condiviso le proprie esperienze in un gruppo di lavoro dedicato.

Detto ciò, vorrei però tornare alla pratica, offrendo una semplice e didascalica sequenza delle modalità con cui ho personalmente reso digitali i miei album, dando vita ad un percorso virtuale consultabile dalla pagina di questo blog dedicato alla mia collezione.


In prima istanza dobbiamo operare una scansione delle varie pagine dei singoli album e per farlo dobbiamo differenziare tra pagine in formato A4 (quelle da me create, ad esempio, per la parte repubblicana dal 2002 e per la sezione di Trieste) e le pagine nel formato tradizionale a 32 anelli (270 x 290 mm) da me adottate per tutta la restante collezione.

La digitalizzazione può avvenire ottenendo un file direttamente in formato pdf, lo consentono infatti quasi tutte le applicazioni che abbiamo sul nostro personal computer, comprese le utility che normalmente viaggiano in allegato alle marche più diffuse di stampanti dotate di scanner o di sistemi di scansione domestica, quelli che, per l'appunto, operano su formati massimi A4. Possiamo stabilire sin da subito che, per l'utilizzo che andremo a fare delle pagine così scansionate, ha poco senso utilizzare una definizione superiore a 300 dpi. Anzi, vale comunque il suggerimento che conviene lavorare a tale definizione e, qualora il prodotto finale assemblato risultasse di un volume eccessivo, utilizzare solo successivamente alcune semplici utility per ridimensionarlo, perdendo così il meno possibile in termini di qualità e nitidezza.

Per la scansione dei fogli a 32 anelli (il cui formato in millimetri è pari a 270 x 290) non è possibile utilizzare un tradizionale scanner domestico, il cui massimo formato è di norma quello A4 (nulla vieta che, anche per la scansione di pagine in formato A4, si possa utilizzare il medesimo sistema). Si può fare quindi ricorso a due differenti soluzioni.


La prima è rapidissima: utilizzare una fotocopiatrice che consenta di salvare su una chiavetta USB le scansioni effettuate, invece di stamparle come normalmente si usa fare con tali sistemi di copia. Oggi buona parte delle fotocopiatrici di medio livello è dotata di questa opzione e l'ampia superficie di scansione, che supporta formati sino al grandissimo A3, rende velocissimo digitalizzare i nostri fogli di album. Inutile ricordare che le scansioni devono essere effettuate manualmente, non utilizzando in modo assoluto alcun sistema di caricamento automatico dell'originale che potrebbe danneggiare irrimediabilmente i nostri francobolli. Benché ogni modello di fotocopiatrice utilizzi un proprio software integrato, ho potuto rilevare che le modalità sono molto somiglianti e consentono di impostare: il formato personalizzato (270 x 290), il tipo file con cui salvare la scansione sulla pennetta (nel nostro caso è preferibile il solito pdf, ma si potrebbe optare anche per un formato immagine come jpg da trasformare, solo successivamente in pdf), la possibilità di salvare ogni pagina scansionata come un singolo file o la possibilità di gestire in un unico file pdf un'intera sequenza di pagine elaborate una dopo l'altra. Per quest'ultima opzione si deve tenere in conto che creare una cartella per ogni album che contenga un file per ogni pagina scansionata, renderà più semplice ogni possibile sostituzione a seguire di pagine che, per intervenuti aggiornamenti o per l'inserimento di un francobollo mancante, saranno nuovamente scansionate. Questa è l'opzione che ho preferito.  

In caso contrario, ovvero qualora si scelga la creazione di un unico file con tutte le pagine in sequenza, si dovrà mettere in conto che, per la sostituzione di una pagina soggetta ad una revisione, sarà necessario ricorrere ad una delle tante utility, in gran parte gratuite, dedicate alla manipolazione dei pdf (ad esempio Pdf24). Tali programmi consentono infatti di rielaborare con facilità intere pubblicazioni in formato pdf, spostando pagine al loro interno, inserendone di nuove o eliminandone di inutili od obsolete.

Se non si dispone di una fotocopiatrice, ma soltanto di un normale sistema di scansione domestica in formato A4 non perdetevi d'animo. La seconda opzione, più domestica, richiede un poco più di perizia e maggiore tempo a disposizione. I risultati possono comunque essere di buona qualità e nulla togliere al prodotto finale. Le pagine a 32 anelli potranno essere scansionate in due tempi: posizionate la pagina verticalmente rispetto al piano orizzontale di scansione ed effettuate la prima scansione, ruotate poi la pagina completamente ed effettuate una seconda scansione. La parte da scansionare dovrà guardare la superficie di lavoro del nostro scanner A4. Entrambe le scansioni così effettuate andranno salvate in formato immagine (jpg o jpeg) con una definizione di almeno 300 dpi. In tal modo otterremo due immagini, ciascuna riproducente metà pagina del nostro foglio d'album (in verità qualcosa di più di una metà). Ora sarà sufficiente mettersi innanzi al proprio computer e, utilizzando un semplice software di gestione immagini, ricomporre le due metà, ricostruendo la pagina nella sua interezza. Per essere il più precisi possibile è però conveniente creare una matrice di base con le dimensioni reali della pagina (270 x 290) e ridimensionare poi sulla stessa, in modo il più accurato possibile, le porzioni di immagine prelevate dalle nostre due scansioni. Il risultato ottenuto costituirà la perfetta riproduzione del nostro foglio album che, a questo punto, potrà essere salvata in formato pdf.



Indipendentemente dalla strada che si è scelto, il nostro album, foglio dopo foglio, è stato digitalizzato, ovvero dalla sua struttura cartacea si è trasformato in una serie di file pdf. Il suggerimento è di creare per ogni album una cartella nel nostro computer e, all'interno di questa, salvare le pagine corrispondenti, meglio se nominate con una sequenza ordinabile (ad esempio: pagina 001, pagina 002, pagina 003, ...), logica con cui sarà più semplice e veloce effettuare il successivo compattamento, ovvero l'unione di tutte le pagine in un unico file pdf, una sorta di album virtuale a tutti gli effetti.

Per riunire le singole pagine in un unico definitivo file pdf, è sufficiente procurarsi una delle tante utility disponibili in rete per la elaborazione del formato pdf. Tali applicazioni consentono, infatti, di generare un unico file dalla fusione delle singole pagine, ma anche di rielaborare a posteriori il prodotto così composto, ridimensionandolo adeguatamente, in base alla definizione che si intende ottenere (è sufficiente il livello ebook o web), così da poterlo poi gestire, nell'ultima fase di lavoro, attraverso i servizi online che ci consentiranno di rendere il nostro album sfogliabile e consultabile sulla rete. Non dobbiamo infatti dimenticare che tali servizi consentono di caricare file grandi al massimo 100 MB ciascuno.

Mi permetto di suggerire i due più diffusi servizi di tale tipo: Calameo e Issuu. Si tratta di servizi, gratuiti nella loro formula basica, che permettono di caricare documenti digitali (come portfolio, libri, riviste, giornali ed altri media stampati) per la visualizzazione realistica sul web e la loro modifica. I sistemi si integrano con i siti di reti sociali per permettere la promozione e la diffusione del materiale caricato. Oggi sono largamente utilizzati, ad esempio, dalle case d'aste per la pubblicazione dei propri cataloghi. Una volta scelto il servizio che intendiamo utilizzare sarà davvero facile caricare il nostro file pdf (le istruzioni e l'interfaccia sono veramente semplici ed alla portata di tutti) e rendere davvero virtuale la nostra collezione, album dopo album.


lunedì 1 agosto 2016

Regno d'Italia: l'esordio nella mia collezione

Un post era davvero inevitabile. Quanto meno per celebrare degnamente l'apertura di una nuova sezione nel mio personale percorso filatelico espositivo.  Un simbolico taglio del nastro per l'inaugurazione degli album che rappresentano oggi il mio punto di partenza per viaggiare tra i francobolli del Regno d'Italia. Scrivo di questo evento (e per me vi assicuro lo è per davvero) perché l'epoca che inizia con l'unità d'Italia vanta emissioni centenarie e ci racconta, nei risvolti della postalità, di un periodo importantissimo nella genesi del nostro Paese. Una storia tanto importante quanto tormentata, un'era che, dalla consapevolezza dell'unitarietà, passa attraverso due guerre mondiali, una dittatura lunga un ventennio e la caduta della monarchia con la conseguente nascita della repubblica.



Il mio "Regno" è stato, sino a qualche mese fa, chiuso in una sorta di baule, di quelli che conservano in un limbo i reperti museali non ancora catalogati. Quell'insieme di valori, in buona parte obliterati e relativi al periodo più moderno, lo avevo raccolto nel corso degli anni con l'idea di dare un senso al contesto storico e postale del periodo, ma mi è sempre sembrato troppo frammentato, privo di quei valori essenziali a motivarne l'allestimento, con numerose serie incomplete ed evidenti buchi temporali nella cronologia delle emissioni. Tutti deficit di vitamina S, dove la sinuosa lettera dell'alfabeto è sinonimo di "soldi". Già! Ci piaccia o no, raccogliere un discreto insieme di valori del Regno d'Italia, senza contare i possibili approfondimenti, va ben oltre la buona volontà, ma impone anche un adeguato progetto di risparmio da riversare negli acquisti filatelici. La costanza però è sempre premiata e la possibilità di far coincidere il mio budget (accumulato nel tempo) con un acquisto interessante si è rivelata d'improvviso in un bel giorno di primavera. Sfogliando a video, e in verità senza nemmeno troppa convinzione, una serie di annunci ne ho incrociato uno che parlava di una collezione del Regno, ripetutamente messa in vendita e con un'interessante replica che diminuiva la pretesa economica rispetto a quella iniziale. L'unica opzione possibile era quella di alzare il telefono ed approfondire.


Dall'altro capo del filo, a presentarsi come collezionista vicino alle settanta primavere, mi rispose la voce graffiante, resa roca al punto giusto da un pacchetto al giorno di "Nazionali", di quelle che per metà della vita sono state le "senza filtro" per eccellenza. La prima domanda non l'ho fatta io, benché ne avessi diritto da papabile acquirente, ma l'ha posta il decano filatelico: "collezionista o commerciante?". La mia risposta, da appassionato raccoglitore, deve essergli risuonata rassicurante perché in pochi secondi l'argomento è diventato la collezione stessa, un insieme di valori raccolti nel corso di molti anni, con serie complete a partire dal 1912, inclusi buona parte dei servizi, gli espressi, l'aerea e molto altro ancora, in maggioranza, ed ecco il dubbio del primo approccio, e per la parte più "antica" linguellati.

Le linguelle, fin troppo demonizzate dal commercio filatelico dei tempi moderni, hanno in qualche modo segnato il percorso della filatelia, ma anche distorto, stante i parametri imposti dal commercio di settore, il concetto di reperto filatelico. Una distorsione di cui sono convinto, ma alla quale, nonostante le mie idee di raccoglitore, non ho saputo evitare. Di necessità ho comunque fatto virtù e sono andato a rispolverare qualche datato, ma interessante trattato sulla storia della filatelia e l'evoluzione del modo di collezionare nel corso dei decenni.



Tra le tante righe lette, ho trovato quale efficace sostegno alle mie teorie, un recente intervento a firma di Franco Filanci tra le pagine del suo Novellario, nel capitolo dedicato proprio alle "avvertenze" e modalità d'uso dello stesso. A proposito di qualità dei francobolli Filanci sostiene che "è bene rammentare che i francobolli, gli interi postali, le lettere e gli altri documenti che mettiamo in collezione sono innanzi tutto dei reperti del passato, e come tali valgono le regole museali: l'importante è averli e conservarli bene. Ovvio che si voglia avere i pezzi più belli, oltre che significativi, ma non bisogna mai mettere questo desiderio al primo posto, magari pretendendo l'impossibile. Tra l'altro, che cosa penseresti di una scrivania Chippendale o Luigi XV tanto perfetta da non mostrare nemmeno un graffietto o un forellino di tarlo? Sicuramente avresti il dubbio che non sia così originale come dice il venditore. E soprattutto penseresti che gli manca quel senso di datato che in definitiva è il fascino delle cose del passato degne di collezione."


La corroborante lettura mi ha fatto riflettere su alcuni aspetti del mio possibile acquisto: punto primo, quei francobolli che avrei potuto fare miei io non li possedevo o se li avevo in casella erano senza dubbio di qualità inferiore; punto secondo, la linguella era l'inevitabile garanzia di un passaggio generazionale tra collezionisti, poiché quella strisciolina di carta, della misura di circa due centimetri per cinque millimetri, era, fino alla fine degli anni Quaranta, il metodo tradizionale per applicare i francobolli sugli album dei collezionisti filatelici. Fino a tale data, infatti, non esistevano in commercio raccoglitori filatelici con taschine o strisce trasparenti e l'unico modo per tenere fermo il francobollo in una certa posizione del foglio era quello di applicare la linguella sul francobollo e tramite questa poter incollare senza danni irrimediabili lo stesso sul foglio nella posizione desiderata. Punto terzo: se tutti i valori fossero stati allo stato di nuovo, tenuto conto dell'età dichiarata del venditore nato nel 1945 e del mercato filatelico del periodo in cui lo stesso collezionista operava le sue ricerche, verrebbe da dubitare sulla genuinità di qualche francobollo, al punto da porsi dilemma di sottoporre gli stessi dentellati a perizie atte a scongiurare furbesche e non così improbabili operazioni di rigommatura. Il punto quarto è il prezzo, di cui non voglio disquisire ora, ma che mi impegno a tradurre in riflessione nel prossimo post.


Lo stesso Filanci prosegue affermando l'evidenza che "chi guarda un esemplare nuovo sistemato in un foglio d'album non può certo vederne il retro", ma anche sostenendo che per esemplari "in condizioni super se non addirittura superqualisplendideeccelseextrasuperose è impossibile e persino un po' assurdo indicare precisi plus valori". Tant'è che le istruzioni per l'uso, esplicitate nel Novellario, parlano di francobolli in buone condizioni di conservazione e con caratteristiche di centratura, margini e dentellatura conformi alle tecniche di produzione dell'epoca in cui erano venduti e impiegati, oltre che al collezionismo che ce li ha tramandati. Ovvero piuttosto decentrati e con dentellature irregolari sino al 1928; linguellati sino alla fine degli anni '40.

A questo punto non avevo altra alternativa che mettermi in auto, puntare diritto verso le langhe del Piemonte, salire tra i filari ed accettare un buon caffè da quel collezionista venditore che aveva deciso di appendere il suo album al chiodo. L'incontro valeva davvero la pena. I francobolli, nonostante qualche segno di linguella, apparivano freschi e ben conservati nel loro insieme, stante qualche fisiologico ingiallimento dovuto al tempo sui valori più antichi, ma l'insieme proponeva anche molti esemplari precedenti il 1912, con qualche bel valore obliterato e qualche altro dentellato al nuovo. Tra le pagine dell'album anche qualche non emesso ed i trittici della trasvolata di Balbo a far la loro bella figura. Il prezzo ora appariva assai più interessante, ma soprattutto si apriva per me la possibilità di aprire i bauli nei depositi e lavorare ad un vero percorso espositivo dedicato al periodo monarchico, seguito all'unità d'Italia.


Ma perché tal collezionista s'era messo in testa di cedere la sua raccolta? Quasi mi sentivo in colpa di sottrarla con un golpe filatelico a colui che, per parte della propria vita, s'era dato pena di metterla insieme.

L'aroma del caffè caldo accompagnò la risposta alla mia domanda, a quel perché. Nella paura, a mio parere ingiustificata, vista la straordinaria loquacità del mio interlocutore, di lasciare la terrena dimora senza preavviso alcuno (l'atmosfera narrativa è volutamente dantesca), il mio interlocutore era terribilmente angosciato di vedere disperso il suo percorso filatelico o, ancora peggio, di vederlo gettato e dimenticato in qualche umido ripostiglio, stante il totale disinteresse manifestato dai figli e l'assenza di un qualche nipote affascinato da quei colorati pezzetti di carta gommata. L'idea che un altro collezionista perpetuasse in qualche modo quell'insieme di francobolli pazientemente raccolti era più appagante di un lascito alla soffitta di casa o al mercatino delle pulci.

Ed ecco raccontata la genesi di questo primo percorso espositivo dedicato al Regno, cui ho aggiunto qualche pezzo già in mio possesso ed al quale mi auguro d'offrire in futuro qualche interessante arricchimento.

http://territoridicarta.blogspot.it/p/la-collezione.html

Puoi trovare i link a primi tre album del mio percorso dedicato al Regno d'Italia all'interno della mia  collezione qui.

venerdì 22 luglio 2016

Passione, feticismo e patologia del collezionismo

La domanda che spesso mi sento rivolgere quando qualcuno interagisce con la mia collezione, sia in modo diretto, sfogliando uno dei miei album, oppure in modo virtuale visualizzandoli a colpi di clic, è quanto tempo dedico alla mia passione. Non l'unica per fortuna! Generalmente l'istinto mi porterebbe ad esclamare "parecchio", ma se rispondessi in modo così passionale cadrei certamente in errore. Sì. Perché poi, a pensarci bene, dedico molto meno tempo ai miei reperti postali di quanto faccia un tifoso di calcio per la sua "fede" sportiva, sommando partite, trasferte, discussioni da bar, tempo televisivo, satellitare, in chiaro o pay tv che essa sia. E non ho calcolato la Gazzetta dello Sport!


Se rispondessi così però rientrerei nella categoria degli alchimisti della statistica, quelli del "che se io mangio due polli grigliati e tu nemmeno uno, ne abbiamo mangiato in media uno a testa", in barba al rumoreggiare antipatico del tuo stomaco vuoto. Quindi, nella risposta al quesito e nel computo temporale, va o non va considerato il tempo di lettura o di approfondimento? Ovvero, se chi scrive è persona che, quale hobby creativo ed intellettivo, ha nutrito l'amore per la lettura, il tempo dedicato ad un saggio sulle vicende triestine (propedeutico, se non fondamentale, per dare un senso alla raccolta filatelica di Trieste), deve calcolarsi come tempo addebitato alla filatelia o è parte esclusiva del proprio flirt per la letteratura? Se, ad esempio, da cultore del documentario storico d'autore, il collezionista trova spunto nella visione di programma televisivo dedicato all'esplorazione polare per modificare, strutturare o accomodare in modo del tutto nuovo i sui reperti, quel tempo di visione a quale hobby andrà addebitato? Alla filatelia o al documentario?

Vien da se che la risposta al quesito originario "quanto tempo dedico alla mia passione" è una sola: "il tempo disponibile e necessario". Disponibile e necessario rispetto ad una personale soddisfazione, ad una necessaria voglia di ludico svago dagli impegni quotidiani, compatibilmente con le priorità del quotidiano esistere. Colgo l'occasione per impantanarmi in questa divagazione giusto per dare un senso al tempo che dedico alla mia collezione e un tempo a ciò che non ha senso nel commentare ciò che accomuna il popolo dei collezionisti.



Né troppo poco, né in eccesso. Ma esiste veramente quel risvolto patologico che travalica la sana follia che ci pervade ogni qualvolta teniamo un dentello tra le mani?

Nel rilanciare il quesito mi è tornato alla mente un articolo che mi lasciò parecchie perplessità e che, pur con tutto il rispetto possibile, non mancò di strapparmi pure qualche sorriso, di quelli che ti vengono spontanei quando si mette in atto il tentativo di trattare con troppo rigore scientifico qualcosa che principalmente ludico dovrebbe essere. A scriverlo è Barbara Rossi sul sito del Centro Italiano Sviluppo Psicologia di Roma. L'autrice identifica tra le caratteristiche di un collezionista del nostro tempo "il desiderio di possedere un oggetto raro, rappresentativo di una certa epoca, di cui può godere singolarmente in segreto o eventualmente con pochi privilegiati. Inoltre l’oggetto deve avere un certo “carattere” in termini di significato simbolico. Lo scopo che soddisfa il collezionismo è vario: un modo per evadere, o per esprimersi, per comunicare, per distrarsi, per condividere con pochi altri in grado di comprendere l’unicità di quel particolare oggetto. Ancora, collezionare è sfidare il tempo, è tuffarsi nella storia per ridare vita a delle passioni umane, un rivivere le vicende che hanno portato alla creazione di quel particolare oggetto."

Caratteristiche, quelle citate dalla Rossi, sulle quali periodicamente filosofeggiamo, in modo particolare su quello stantio senso esoterico del collezionismo solitario, quasi asociale, quello che forse allontana più che avvicinare nuovi 'adepti'.

L'autrice però prosegue sottolineando che "il collezionista, in questa veste di raccoglitore attento, svolge anche un’importante funzione di controllo rispetto a sue particolari ansie. Un vecchio proverbio dice: 'se non puoi vincerlo, alleatici!' e collezionare è anche un modo funzionale e indiretto per annullare la percezione del passaggio del tempo, per evitare di separarsi dal passato o dai ricordi, per evitare di essere travolto dalle passioni più umane e carnali. Egli gode dell'oggetto in gran segreto, si sente un privilegiato per questo e quindi anche presuntuoso".



Ed allora? Vien da domandarsi fino a che punto il valore del “chi sono” si misura con il “cosa possiedo”? Quando si tratta di una nobile passione artistica e quando invece di una patologia ormai cronicizzata? L'autrice dell'intervento prosegue ribadendo che "anche una mostra è una collezione di quadri, di oggetti rappresentativi di un tempo, che nessuno considera espressione di patologia, e che spesso siamo sollecitati a vedere e commentare. Stimola nuove idee, pensieri creativi, nuovi sguardi prospettici, per cui allarga la nostra visione del mondo. La passione diventa mania quando il collezionista è irretito nella tensione e nel desiderio dell'accumulo, fino a cadere in una voragine che attrae ipnoticamente e alla quale è impossibile sottrarsi. Da questo vortice nasce la domanda cruciale: «fino a che punto sono io il protagonista, e fino a che punto, per converso, sono io il succube delle cose?». Questa domanda si accompagna a un certo malessere. Quando una persona si pone tale domanda spesso significa che ha già attraversato il confine, che ha perso il controllo, il protagonismo della situazione. “Le cose che possiedi prima o poi ti possiedono" e questo potrebbe essere ricordato come monito per tutti.

La frase ad effetto fa molto sceneggiatura da serial americano, di quelli stile Criminal Minds, tipo "a forza di guardare dentro l'abisso, prima o poi sarà l'abisso a guardare dentro di te". Comunque la si voglia raccontare è indubbio che una collezione è in parte rivelatrice della personalità del collezionista. In termini psicologici, ci parla simbolicamente e segretamente dell’oggetto delle sue ansie e dei suoi desideri, quindi di una parte di se stesso. La Rossi prosegue ribadendo che "ci sono collezionisti di francobolli, che ci parlano della paura del cambiamento, del timore nella relazione con gli altri; i collezionisti di monete, che indirettamente comunicano sul valore che diamo alle cose; il collezionista di preservativi, che parla di un’ansia che pervade l’area della sessualità, la paura del contatto, il bisogno di proteggersi nello scambio con l’altro, la mediazione tra sé e altro, il desiderio di una relazione; il collezionista di fiammiferi, strumenti di difesa e di attacco; il collezionista di borsette di carta o plastica, magari di Paesi diversi, dove il desiderio di essere cittadino del mondo si accompagna al bisogno di proteggere le proprie origini."



C'è però chi non è affatto d’accordo con le teorie psicanalitiche sul culto dell’harem, che mettono in relazione il collezionismo ossessivo con il feticismo. Lo dice a chiare lettere un tal Alberto Bolaffi, attraverso un articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa nel luglio 2015, a firma di Mario Baudino, dal titolo accattivante: “Raccogliere oggetti? Uno stadio dell’evoluzione”.  Gli oggetti raccolti pazientemente o furibondamente non sono odalische intercambiabili, fantasmi che sostituiscono la realtà. Al contrario, dice il celebre mercante di collezioni, e collezionista va da sé lui stesso, non si tratta né di malattia né di perversione, ma proprio di una della «nostre efficienze intellettuali». Collezionare è quindi un concentrato di esperienze, è osservare, conservare, comunicare. "L’uomo ha già cominciato la sua evoluzione collezionando. Che cosa sono le grotte dipinte se non una forma di comunicazione e una collezione?». Se lo chiede lo stesso intervistato, citando pure un Giulio Cesare che "raccoglieva monete della Repubblica e dei territori conquistati". Ma prima di lui, quanti hanno raccolto conchiglie, drappi, statue di dei? Ne troviamo le tracce più antiche nelle tombe, fra morte appunto e sogno di rinascita". In fondo una collezione nasconde anche un po' del nostro recondito desiderio di eternità, nascosto in quella segreta speranza di trasmettere la passione ai figli insieme a quanto abbiamo raccolto, affinché la collezione si perpetui per generazioni.

Ma il rischio dell'ossessione dunque esiste? Una delle risposte all'intervista è chiara "se una persona non ha un buon equilibrio può combinare disastri. Nella filatelia ci sono stati anche casi di omicidi per pezzi contesi". Prima dell’età moderna collezionare era quasi un obbligo per i ricchi e i potenti, per ragioni che andavano dal prestigio alla mistica. Collezionare significava sapere, ed è curioso quanti dipinti rappresentino personaggi potenti con un foglio e una penna in mano, per sottolineare che sapevano leggere e scrivere. La società moderna ha certamente mutato confini e modalità del collezionare. Ma per molti raccoglitori la famosa casella vuota resta quella che non ti lascia dormire di notte. A questo punto, avverto chi mi sta leggendo, si scopre che esiste un immenso mondo di esperti, di molto esperti, di espertissimi che si offrono come guida nel micrcosmo freudiano della dipendenza da accumulo (chissà poi cosa c'entra con il collezionismo) e che cercare di seguirne il filo e come addentarsi nella tana del Bianconiglio ed allora sì... che davvero sarebbe difficile dormire la notte, altro che casella mancante.


Qualcuno arriva persino a citare i risultati di un nuovo studio di scansione celebrale, pubblicato online dagli “Archives of General Psychiatry ”  e diretto da David Tolin della Yale University School of Medicine “,  il disturbo da accumulo compulsivo è  “un’acquisizione eccessiva ed un’incapacità di gettare via oggetti, con conseguente disordine disabilitante". Quindi? Nell'articolo si raccomanda: “Cercate di mantenere l’igiene personale e di fare il bagno. Se avete accatastato degli oggetti nella vasca o nella doccia, spostateli per potervi lavare ”. Tiro un sospiro di sollievo: i francobolli nella vasca da bagno proprio non ci vanno, salvo che si decida per uno scollamento stile industriale di valori obliterali dalle buste.

Vero è che la fantasia dei collezionisti non ha limite, ma attenzione qualunque sia l'oggetto del desiderio (francobolli inclusi), tutti i collezionisti condividono un rischio: potrebbero sviluppare un disturbo ossessivo-compulsivo. Non lo dico io! Sono affermazioni della psicologa Francisca Lòpez Torrecillas, esperta di dipendenze del Dipartimento per la valutazione e la terapia dei disturbi della personalità dell'università di Granada, in Spagna, ne è convinta sulla base della sua esperienza in clinica: «Negli ultimi anni ho osservato un numero crescente di casi in cui il collezionismo senza controllo è sfociato in un vero disturbo ossessivo-compulsivo o nella dipendenza da shopping

Quindi? «Se resta nella forma di hobby ed è sotto controllo, il collezionismo è addirittura positivo per il benessere mentale, perché aiuta a sviluppare doti importanti come la perseveranza, l'ordine, la pazienza, la memoria", spiega Lòpez Torrecillas. "Purtroppo molti collezionisti hanno spesso tratti caratteriali come il perfezionismo o la meticolosità, notoriamente correlati ai disturbi ossessivo-compulsivi.» Prendo nota, ma il rimescolamento di carte comincia a farmi girar la testa. Pensavo che collezionar francobolli fosse una semplice passione, un modo per rilassarsi come tanti, magari un po' vecchio stile, ma da qui a pensar d'esser un caso clinico...



Ancora non lo vedo il Bianconiglio, ma già comincio a pensarlo perché mi pareva anche di aver letto che si colleziona per un bisogno di possesso, ordine, conservazione e classificazione. Cercare oggetti, classificarli, assemblarli attiva una serie di processi mentali, quali l’indagine, la formulazione di un’ipotesi sui percorsi da seguire per trovare ciò che si vuole, la valutazione e la scelta. La conseguenza di questo lavoro è l’ottimizzazione delle proprie capacità di giudizio e decisione." 

A dirlo è il presidente dell’Associazione Italiana Psicologia e Psicoterapia, Carlo Cerracchio in un ampio approfondimento sul tema pubblicato da I-Cult che prosegue nel sostenere che collezionare  significa mantenere ferma l’attenzione su un tema e ciò equivale a una sorta di meditazione concreta che porta a focalizzare i pensieri e i sentimenti. Concentrare la mente su uno o più oggetti fa variare l’attività elettrica del cervello che porta ad un senso di calma e benessere. Collezionare equivale a possedere e il possesso trasmette sicurezza. Inoltre mettere insieme gli oggetti risponde a un desiderio di protezione, e il ritrovamento di un pezzo raro fa sentire bravi, capaci di farcela. Collezionare aiuta a acquistare consapevolezza sulle proprie capacità e quindi potenzia l’autostima. Significa superare il senso di inadeguatezza, imparare a conoscersi e scoprire le proprie qualità.



A questo punto mi pare assai difficile autovalutare se sono un genio iper razionale od un pazzo compulsivo, se soffro di disturbi della personalità per via dei francobolli che colleziono e se dispongo di un superpotere che mi consente, attraverso un piccolo rettangolo di carta, di evocare miti e leggende di altri tempi.

Il Bianconiglio è qui davanti a me e mi sta apettando per un giro turistico.

Chiudo dunque con una citazione di altri tempi, che vale assai di più delle mie 15 mila battute di questo post: "il collezionista possiede una preziosa qualità, la capacità di meravigliarsi del mondo e dei suoi oggetti, di intuirne la potenza evocativa, di entusiasmarsi della loro scoperta, di creare nessi tra i grandi capolavori e le piccole cose che ne hanno costituito il contesto storico, dando un’immagine più completa della cultura del passato (Benjamin, W. 1966).

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