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sabato 29 ottobre 2016

La rosa dei venti per "ripartire postalmente" la città eterna

La mia sezione trasversale dedicata alla meccanizzazione postale si arricchisce di alcuni interessanti reperti, ghiotta occasione per qualche divagazione sul tema.

Comincia male il 1887 per l'Italia: il 26 gennaio a Dogali, in Abissinia, una colonna di cinquecento soldati italiani, comandata dal colonnello Tommaso De Cristoforis, è assalita da forze abissine e annientata dopo due ore di battaglia. Nel migliore stile italiano, l'intera nazione, impegnata nella grande avventura coloniale africana, è percorsa da un'ondata di sdegno con dimostrazioni popolari, interventi e liti in Parlamento fra falchi e colombe. Qualcuno urla "mai più un soldato italiano in Africa", ma alla fine si vota per un ulteriore finanziamento, atto a proseguire l'invasione per riscattare l'onore nazionale. Si aumenta così il prezzo del pane. Pare davvero che, dopo quasi centocinquant'anni, poco sia davvero cambiato. Pochi giorni prima che a Milano vada in scena la prima dell'Otello di Giuseppe Verdi e che si firmi l'accordo anglo-italiano per preservare l'equilibrio politico militare nel Meditteraneo, esattamente il 2 febbraio, un tal Francesco Genala, allora Ministro Segretario di Stato del lavori pubblici, firma un sigolare decreto.


L'idea, che tale atto di Governo intendeva esprimere, era quella di sperimentare nella capitale del Regno una nuova metodologia di ripartizione postale, così come già s'era provveduto a fare in altre importanti città europee che, data la dimensione metropolitana, iniziavano a soffrire di inammissibili ritardi nell'inoltro della corrispondenza. Si decise quindi di "ripartire" Roma in zone postali, assegnando ad ognuna di esse una specifica dotazione di portalettere. Non è difficile intuire che, pur collocata a livello sperimentale, una soluzione di questo tipo potesse rappresentare un grande balzo in avanti verso l'idea di una codifica postale, sino ad ora limitata alla suddivisione d'area dei singoli portalettere.


Il Ministro Segretario di Stato dei lavori Pubblici
> considerando che la celerità del recapito a domicilio delle corrispondenze postali, massime nelle grandi città, costituisce uno dei pregi più essenziali del servizio postale ed uno dei vantaggi più utili e più desiderati dal pubblico;
> ritenuto che a conseguire un tale effetto, oltre al numero degli agenti distributori concorrono essenzialmente il metodo del riparto delle corrispondenze in arrivo, nonché il ripartire le città in varie zone, istituendo in ognuna di queste un ufficio succursale per il recapito delle lettere, anziché concentrarle in un sol punto di diramazione dei portalettere, come ora avviene;
> volendo provvedere affinché questo miglioramento nel servizio di recapito a domicilio possa applicarsi gradatamente alle corrispondenze dirette nelle grandi città del Regno;
> sulla proposta del Direttore Generale delle Poste;

decreta
Articolo 1
Per agevolare e rendere più pronto il recapito delle corrispondenze, le grandi città saranno divise in zone distinte col titolo dei punti cardinali: Nord, Sud, Est, Ovest e Centro, o loro iniziali corrispondenti come N. S. E. O. C.
Articolo 2
Per cura della Direzione Generale delle Poste si provvederà alla formazione delle zone ed alla designazione delle vie e delle piazze componenti ciscuna zona. Sarà data massima pubblicità a tale riparto affinché a poco a poco entri nelle abitudini del pubblico di segnare sull'indirizzo della lettera, oltre l'indicazione del domicilio e la città di residenza del destinatario, anche la zona ove ha luogo il domicilio stesso, come per esempio: Signor N...... N...... Via Cavour, 4 Roma E.
Articolo 3
Le corrispondenze dirette nelle grandi città distinte in zone postali saranno classificate negli ambulanti postali. Il loro recapito a domicilio sarà fatto da portalettere avente sede presso speciali uffizi succursali stabiliti nella zona corrispondente e possibilmente in punti centrali della zona stessa, nei quali saranno concentrate le corrispondenze dirette agli abitanti dei rioni o dei quartieri adiacenti agli uffizi medesimi.
Articolo 4
Le disposizioni del presente decreto avranno effetto gradatamente e di mano in mano che saranno compiute tutte le operazioni preparatorie sia per la scelta delle città, sia pel riparto di esse in zone, sia per l'allestimento degli uffizi succursali donde dovranno partire le squadre dei portalettere destinati alla distribuzione delle corrispondenze in ciascuna zona. Per Roma tale disposizione avrà effetto non più tardi del 1° novembre prossimo venturo.





La lettura del decreto ci lascia dunque intravvedere una piccola rivoluzione che, partendo da Roma, città teatro della sperimentazione "cardinale", si sarebbe poi espansa alle restanti grandi città del Paese. Le cronache però narrano di una storia differente che, tra intoppi organizzativi e rallentamenti burocratici, spostò l'inizio della riorganizzazione alla data del 11 febbraio 1990. In effetti ci fu un certo da fare. Si stamparono, ad esempio, un buon numero di copie di manifesti e stradari che riportavano strade, vicoli e piazze di Roma, oltre ai principali palazzi e stabilimenti della capitale, indicandovi accanto la zona postale di appartenenza. Quanto da esporre e rendere disponibile alla consultazione del pubblico all'interno degli uffici postali.


L'amministrazione postale del Regno d'Italia provvide anche a fornire agli uffici romani nuovi timbri, in stile tondo riquadrato, riportanti le nuove indicazioni delle zone postali, così come previste dal decreto che le istituiva. Agli uffici, attraverso apposita circolare, furono fornite dettagliate indicazioni circa le informazioni da fornirsi, ovvero di ricordare di scrivere nell'indirizzo, posto sulle missive dirette a Roma, anche la zona postale di riferimento, rammentando che la mancanza della stessa avrebbe obbligato l'amministrazione ad indirizzare la corrispondenza all'ufficio di Roma Centro, generando un inevitabile ritardo nei tempi di consegna a domicilio. Per il "ceto commerciale" valeva la preghiera di avvisare i propri corrispondenti, italiani ed esteri, di prendere nota della nuova codifica postale della città eterna e di provvedere ad indicarla in modo corretto nell'indirizzo. Inevitabile, innanzi a tanta premura, che anche il secondo traguardo temporale, fissato al novembre 1889, slittasse all'11 febbraio 1990.




Dovrà trascorrere un triennio per poter mettere un bel timbro di "archiviato" sull'intera idea delle zone postali. L'esperimento, a dirlo e il bollettino postale N°11 del 1890, non ha prodotto i risultati sperati. Un fallimento per dirla breve, tant'è che la sua soppressione data il 21 settembre di quello stesso 1890 che ne aveva visto l'inizio.

A nulla valsero i quasi 61 mila sacchi di corrispondenza avviati a destino dagli uffici romani, posta diretta all'interno del Regno e all'estero, o gli oltre 121 mila sacchi lavorati. Per Roma si scelse di adottare la soluzione partenopea che aveva prodotto risultati migliori e più soddisfacenti. Soluzione consistente nel trasportare i portalettere mediante uno speciale omnibus, nei “quartieri eccentrici” per il recapito della corrispondenza. Nulla toglie però al tentativo di aver voluto iniziare a pensare, in ambito postale, con logiche nuove, proiettate al futuro. La verità del fallimento stava forse nella grande difficoltà di cambiare alcuni dogmi che gli italiani legavano alla propria comunicazione scritta. Si pensi, ad esempio, che all'epoca non tutti usavano indicare l'indirizzo completo sulle lettere, omettendo talvolta persino via e numero civico, dando quasi per scontato che l'importanza del destinatario ne avrebbe comunque permesso il recapito. Per non parlare poi del mittente, una sorta di violazione della sacralità del segreto epistolare che faticava ad accettare che occhi indiscreti, inclusi quelli degli impiegati postali, potessero conoscere la provenienza di una lettera.

Nulla toglie però al tentativo di aver voluto iniziare a pensare, in ambito postale, con logiche nuove, proiettate al futuro. La verità del fallimento stava forse nella grande difficoltà di cambiare alcuni dogmi che gli italiani legavano alla propria comunicazione scritta. Si pensi, ad esempio, che all'epoca non tutti usavano indicare l'indirizzo completo sulle lettere, omettendo talvolta persino via e numero civico, dando quasi per scontato che l'importanza del destinatario ne avrebbe comunque permesso il recapito. Per non parlare poi del mittente, una sorta di violazione della sacralità del segreto epistolare che faticava ad accettare che occhi indiscreti, inclusi quelli degli impiegati postali, potessero conoscere la provenienza di una lettera.



Come ho già avuto modo di scrivere, la mia divagazione sulla meccanizzazione postale si innesta nella cronologia repubblicana, grazie all'emissione fatta per ricordare agli italiani la messa in uso del codice di avviamento postale, svolta epocale che ha dato vita ad un mio persone percorso che scivola indietro ed in avanti sulla linea del tempo. Gli album dedicati all'argomento sono consultabili nella pagina dedicata alla mia collezione su questo blog, ma per chi fosse veramente curiso riporto i link a seguire. 

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sabato 15 ottobre 2016

Trieste: non solo un punto di vista filatelico

Nei primi giorni di settembre ho finalmente incontrato Anton. Ci siamo stretti la mano seduti ad uno dei tanti tavolini sparpagliati tra le strade e le piazze di Celjie, sovrastate dall'imponente castello che domina l'intera e verde vallata. Celjie si trova in Slovenia, precisamente la dove il fiume Voglajna sbocca nella Savinja e dove quest'ultima gira in direzione della Sava. La terza città della Slovenia per dimensioni, l'antica Keleia celtica, è il luogo dove era coniato il denaro norico, nel periodo dell'imperatore Claudio, che si sviluppò poi in uno dei più importanti borghi della regione con il nome di Celeia. Anton abita a qualche chilometro di distanza, tra le colline sovrastanti che sembrano montagne ammantate da una fitta boscaglia, in alto, dove la strada diventa piccola piccola e si perde nel verde intenso della vegetazione.


Ho portato con me la mia collezione di Trieste A. Non tanto per tentare di venderla al collezionista che è Anton, ma per mostrargli come ho intenzione di montare la sua collezione di Trieste B che lui è propenso a vendermi. Un gesto dovuto ad un collezionista che cede la sua raccolta con un piccolo nodo in gola e che mi consentirà di ampliare in modo importante il mio spazio espositivo dedicato ai fatti di Trieste e dell'intera regione istriana e dalmata.

Un frammento di storia che stratifica gli eventi quando, con l’armistizio, si apre per il nostro Paese un periodo tra i più bui, la cui ricostruzione continua ad innescare violente polemiche. Dopo l’8 settembre 1943, infatti i Savoia riparano a Brindisi per fondare il “Regno del Sud”, mentre Mussolini è liberato ed annuncia la nascita della Repubblica Sociale Italiana. La Penisola, divisa fra i due fronti lungo la linea gotica, diventa un punto nevralgico per le sorti del conflitto; a farne le spese è una popolazione straziata, divisa, colpita dai bombardamenti e condannata all'orrore di una lotta fratricida. Intanto, in un vortice di avvenimenti, la guerra si avvicina alla fine: Roma occupata e liberata, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, lo sbarco in Normandia, la Conferenza di Yalta, la “macelleria messicana” di piazzale Loreto, il suicidio di Hitler, la presa di Berlino, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, il processo di Norimberga e la difficile Conferenza di pace. In questo contesto si sviluppa la vicenda di Trieste, del Venezia Giulia e della costa istriano dalmata.



In tal senso anche i nostri francobolli parlano,
Raccontano di un periodo travagliato ove la natura umana ha saputo mostrare il peggio di sé aprendo, con la drammatica vicenda delle Fosse Ardeatine, un baratro di incomprensioni, di ostilità, di verità taciute tra popoli confinanti.

Il mio racconto di quelle vicende, attraverso i reperti dentellati, era in parte già montato nell'album che comprende l'occupazione del Venezia Giulia da parte degli alleati, l'emissione triestina titoista e i valori di Trieste A. Anton ora lo sfoglia con interesse, soffermandosi anche sulle schede storiche che si alternano ai francobolli. Narrano una ferita difficile da suturare, scandita dalle emissioni del periodo. Dolorosa al punto che il 13 luglio 2010 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha incontrato a Trieste i presidenti della Slovenia e della Croazia Danilo Türk e Ivo Josipović. Si è trattato di un vertice a tre di evidente impatto simbolico, organizzato grazie ad un grande sforzo politico e diplomatico per superare i malintesi di contrapposte memorie storiche e le diffidenze dovute a reciproche colpe a lungo negate.


Nulla è stato casuale nel protocollo seguito: il 13 luglio, anniversario di quel lontano 1920, è il giorno in cui una manifestazione antislava organizzata dai fascisti e nazionalisti si concluse con l'assalto e l'incendio della Narodni Dom (la Casa del Popolo, nota anche come Hotel Balkan), un imponente edificio sede delle organizzazioni culturali ed economiche degli sloveni di Trieste. In secondo luogo, la sequenza delle tappe della visita: prima lo stesso Balkan, oggi università, simbolo dell'offesa contro gli slavi, poi piazza della Libertà, con sosta innanzi al monumento che ricorda l'esodo da Istria, Dalmazia e Fiume, simbolo dell'offesa contro gli italiani. Infine, in piazza dell'Unità, per un concerto popolare diretto da Riccardo Muti ed eseguito da un'orchestra che ha visto suonare insieme musicisti italiani, sloveni e croati. Una manifestazione importante, impensabile qualche anno fa quando paure e separazioni ereditate dal passato erano ostacolo al dialogo e al confronto: foibe, crimini di guerra, deportazioni, esodo erano tutte parole pronunciabili o indicibili, a seconda dell'appartenenza politica e ideologica di ognuno, in una contrapposizione di memorie fondate su una forte componente di rimozione. Condividere significa esplorare le contraddizioni e le responsabilità. Un passato condiviso è un passato compreso: solo così la storia può essere lezione per il presente.


Siamo partiti proprio da quest'ultima frase che Anton ha letto sulla pagina di apertura dei miei fogli dedicati alle emissioni di Trieste A e che, in qualche modo, ci ha accompagnati nella rilettura della intera collezione del periodo, per fare alcune considerazioni. "Con Trieste B dovrai trovare un equilibrio difficile se vuoi raccontare una storia e non solo limitarti ad incasellare i francobolli", ha esordito Anton dopo un sorso di Lasko, la birra della regione bevuta in tutta la Slovenia. "Credo che tu possa migliorare il tuo racconto filatelico inserendovi un'introduzione, senza dover appesantire troppo la nuova sezione di Trieste B", ha poi proseguito, "perché se non lo fai rischi di spostare l'ago della bilancia più sulle ragioni di una parte rispetto all'altra, o meglio rischieresti di cadere nella trappola di giustificare l'ingiustificabile solo ad una fazione in campo, dimenticando che non esistono motivazioni che possono giustificare la disumanità, la ferocia di un essere umano esercitata su un'altra persona, senza ma e senza se". Effettivamente Anton non ha tutti i torti. Nello sviluppare la cronologia di Trieste A e le connesse emissioni di occupazione del periodo ho messo chiaramente in luce le violenze slave ai danni della comunità italiana, dalle foibe all'esodo, dalla slavizzazione forzata alla negazione di una identità culturale e linguistica. Così come per Trieste B avevo in serbo un'interessante apparato didascalico dedicato alle vicende degli italiani rimasti in quel territorio che, i successivi trattati avrebbero poi assegnato alla Jugoslavia. Una chiara visione monoculare. Tutto questo dimenticando i fatti accaduti assai prima e che da punto di vista postale o filatelico rientrerebbero a pieno titolo nel periodo del regno, piuttosto che in quello repubblicano, ma che se dimenticati rischierebbero di edulcorare ogni proposito di rendere i francobolli cronisti imparziali della nostra storia.


Anton mi ha fatto tornare in mente una citazione di Aldous Leonard Huxley che avevo letto sul saggio "Foibe" di Gianni Oliva: “i fatti non cessano di esistere perché sono ignorati”. Vero, prosegue poi Oliva, "i fatti sopravvivono al silenzio degli studiosi ed alle rimozioni dell'immaginario, e spesso si ripresentano all'improvviso, riscoperti da un documento d'archivio, da un ritrovamento casuale, da una testimonianza tardiva o interessata, e finiscono in questo modo per caricarsi di significati impropri. Le realtà taciute sono le più pericolose perché riemergono astratte dal loro contesto e chiedono ragione insieme di ciò che è accaduto e del perché si è scelto di ignorarlo o marginalizzarlo. I fatti, anche i più controversi, anche i più imbarazzanti e scomodi, hanno invece una loro logica, una loro spiegazione, un loro perché. Compito della ricerca storica è ricostruirli senza pregiudizi, coglierne le dinamiche, restituire l'atmosfera in cui sono maturati. Solo così la conoscenza del passato si trasforma in coscienza del presente".


Finita la birra, chiuso il nostro accordo di natura economica, abbiamo festeggiato il sodalizio filatelico a tavola, tra gli aromi ed i sapori della Slovenia più autentica. Poi, con la famiglia, eccoci tra le viuzze e le chiese di Celje. Un momento ludico, mitigato da un sole tiepido, a tratti rapito da qualche nube di passaggio. Una volta a casa, pensavo passeggiando, avrei cercato la giusta modalità per animare e sintetizzare la necessaria introduzione al mio percorso dedicato a Trieste ed alla regione giuliano istriana, seguendo i consigli di Anton.

Nemmeno il tempo di pensarci che ecco, dietro l'angolo, spuntare un inaspettato suggerimento. Roba da non crederci! Proprio innanzi ad uno degli angoli più suggestivi della cittadina ecco posizionati, a disposizione per i visitatori, una serie di pannelli predisposti per raccontare la storia e gli eventi della città utilizzando documenti e reperti postali, cartoline illustrate viaggiate, con tanto di affrancatura ed annulli in bella mostra.


Un'idea folgorante che mi ha convinto ad utilizzare, nella loro semplicità e senza l'altisonante titolo nobiliare di "pezzo raro", pochi semplici reperti di storia postale, riferibili al periodo 1920 - 1930, per dare vita a quel necessario prologo, accompagnato da una schematica cronologia degli eventi, fondamentale per fornire una genesi, oltre che un equilibrio, all'intero mio allestimento dedicato alla Trieste compressa tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la ricostruzione post bellica.



Il processo costruttivo che ho seguito nei mesi seguito al viaggio in Slovenia è stato veramente gratificante, non solo per la mera parte tecnica messa in cantiere nell'editare e montare i fogli degli album (in formato A4 per questa sezione), ma soprattutto per il piacere di sviluppare un percorso decisamente più articolato rispetto a quello originariamente concepito, tanto da farmi ipotizzare già una evoluzione futura che, nella sua parte introduttiva possa includere alcune zone di occupazione jugoslava ed il periodo compreso tra il 1943 ed il 1945, così come l'inserimento delle emissioni slave del litorale adriatico. Un passo dopo l'altro. Come sempre "le piccole cose si costruiscono un pezzo alla volta".


Tutto questo, scritto e raccontato in questo mio piccolo spazio in rete, per invitarvi a visitare il riallestimento del mio itinerario triestino. Manca ancora molto, ma credo che vi sia già il materiale necessario per proporvi una visita virtuale, con l'augurio che possa rappresentare uno stimolo per un nuovo viaggio filografico, filatelico e postale. Al momento l'allestimento è distribuito in due raccoglitori.

Nel primo album (F1), subito dopo un prologo veloce sui fatti e la cronologia che hanno preceduto emissioni ed eventi raccontati, si possono trovare i francobolli relativi alla Occupazione Anglo Americana del Venezia Giulia (AMG), sulla Occupazione jugoslava di Trieste, su Trieste A completa dei servizi e di alcuni reperti che testimoniano il ritorno all'Italia della città giuliana, oltre ad alcuni flash sulla filatelia contemporanea dedicata ai fatti della regione.


Nel secondo album (F2) si chiude, con i servizi, la sezione di Trieste A. Vi ho poi posizionato emissioni corrispondenti alla Amministrazione Militare jugoslava del 1947, alla Occupazione jugoslava di Fiume, al periodo filatelico di Trieste B completo dei servizi, oltre ad alcuni flash sulla filatelia contemporanea dedicata ai fatti della regione.

martedì 23 agosto 2016

Ogni collezione è come un percorso ... anche virtuale

Con la revisione dei miei album (9 e 10) del percorso repubblicano completo il restyling del mio personale itinerario postale e filatelico dedicato al periodo, pur sempre in evoluzione per quanto riguarda l'inserimento di nuovi reperti o di nuovi approfondimenti, in linea con la filosofia espansiva con cui si sviluppa l'intera collezione. Si è infatti trattato di un riallestimento dei fogli di almanacco, nuovamente editati nel formato a 32 anelli e collocati negli album, allo stesso modo con cui le tabelle didascaliche raccontano e contestualizzano i reperti in un percorso museale.


A proposito di musei, è notizia della primavera di questo 2016 di un disegno di legge volto a rivalutare l'ipotesi di dare nuova vita al "Museo nazionale  della comunicazione postale e telegrafica dell'Archivio nazionale di documentazione dell'arte postale" poiché, secondo quanto espressamente dichiarato dai promotori parlamentari, "il grado di progresso di una civiltà può essere misurato dalla sua capacità di trasmettere le informazioni tra le persone. L'efficienza dei sistemi di comunicazione postale rappresenta anche oggi un importantissimo indicatore della qualità dell'organizzazione di uno stato. La lunga evoluzione dei sistemi e delle tecnologie applicate alla comunicazione attraverso documenti scritti ha visto, nei secoli, la nostra penisola al centro d’importanti innovazioni, sia sociali che organizzative; basti citare la dimensione mediterranea del sistema di corrieri costituito dalla famiglia dei tasso di Cornello. La stessa parola posta, universalmente usata, è italiana”.

Buone dunque le premesse per ridare una nuova vita ad un patrimonio museale, l’attuale Museo storico della comunicazione, che oggi giace inanimato a Roma, nel quartiere EUR, ospitato nei sotterranei del palazzo delle Poste, in uno spazio concesso in comodato d’uso gratuito con scadenza al 2017. E badate bene che non parliamo di una piccola raccolta museale, oggi visitabile solo previo appuntamento. Parliamo di 78 mila pezzi di marcofilia, oltre quattromila documenti di archivio, tremila oggetti di storia postale e quasi un milione di reperti filatelici. Materiale degno di uno dei musei postali più grandi d’Europa, fondato nel 1878 e diretto da Emilio Diena nel suo più antico esordio. Tale citazione è d’obbligo per fare luce su come, a differenza di molti altri Paesi, che hanno saputo valorizzare al massimo il proprio patrimonio postale e filatelico attraverso straordinari e sempre nuovi percorsi museali, dando quindi impulso al collezionismo stesso, l’Italia abbia preferito l’oblio per le proprie raccolte, con unica eccezione del Museo Postale e telegrafico della Mitteleuropa aperto al pubblico nella bella città di Trieste sin dal 1997.


Ma quanto ho voluto raccontare è anche l'occasione per una riflessione, figlia di un’epoca sempre più digitale ove i nuovi strumenti informatici possiedono la capacità di donare ai nostri reperti filatelici una quarta dimensione: quella virtuale e condivisa. Appurato che le strutture museali ad alti livelli, siano esse di Stato o di natura squisitamente privatistica, sono importantissime per la divulgazione della conoscenza, non può sfuggire però che l'odierna tecnologia, ormai a portata di tutti, consente ad ogni collezionista di trasformare la propria passione per la raccolta e l'accomodamento in uno straordinario, originale, unico museo virtuale. Una visione personalizzata del proprio modo di costruire una storia attraverso la filatelia e la filografia, ma pur sempre un itinerario espositivo degno d'esser "visitato". Pensate poi se ogni collezionista facesse "sistema" con altri appassionati, dando vita ad una aggregazione sociale in cui ogni collezione diventi la tessera di un puzzle più grande.

Delle modalità con cui ho inteso dare vita "pubblica"alla mia collezione ho già ampiamente disquisito nei miei precedenti post, nella pagina di questo blog dedicata alla costruzione del mio percorso espositivo e nella guida alla mia collezione. Ragione per cui mi limiterò ad illustrare, cercando di dare risposta ai quesiti circa la elaborazione virtuale dei miei album, le fasi di lavoro che trasformano i miei reperti da cartacei a digitali, offrendo in tal modo la possibilità di osservarli in rete e sfogliarli pagina dopo pagina. Lo farò in modo semplice, ricordando a chi mi legge che la rete è piena di esempi di mostre o di percorsi espositivi virtuali e che l'odierna tecnologia consente ad ognuno di studiare e realizzare anche soluzioni più complesse od appaganti in termini visivi.


Chi poi volesse immergersi nella materia in modo "apneico" potrà trovare parole per i propri denti nel sito dell'Osservatorio Tecnologico per i Beni e le Attività Culturali. Quest'ultimo ha infatti elaborato un documento, nato dalla cooperazione tra l'Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane (ICCU) e l'Istituto centrale per gli archivi (ICAR), che intende illustrare lo stato dell'arte in tema di mostre virtuali online partendo da esperienze concrete fin qui svolte nell'ambito di vari istituti italiani e dall'osservazione e l'analisi dei prodotti presenti nel panorama internazionale. Tale analisi ha portato a chiarire alcuni concetti che ancora non trovano in letteratura definizioni solidamente codificate e a fornire alcune raccomandazioni da tener presenti nello sviluppo e nella realizzazione di progetti. Le linee guida sono frutto di una riflessione tra esperti e operatori dei diversi settori dei beni culturali che hanno condiviso le proprie esperienze in un gruppo di lavoro dedicato.

Detto ciò, vorrei però tornare alla pratica, offrendo una semplice e didascalica sequenza delle modalità con cui ho personalmente reso digitali i miei album, dando vita ad un percorso virtuale consultabile dalla pagina di questo blog dedicato alla mia collezione.


In prima istanza dobbiamo operare una scansione delle varie pagine dei singoli album e per farlo dobbiamo differenziare tra pagine in formato A4 (quelle da me create, ad esempio, per la parte repubblicana dal 2002 e per la sezione di Trieste) e le pagine nel formato tradizionale a 32 anelli (270 x 290 mm) da me adottate per tutta la restante collezione.

La digitalizzazione può avvenire ottenendo un file direttamente in formato pdf, lo consentono infatti quasi tutte le applicazioni che abbiamo sul nostro personal computer, comprese le utility che normalmente viaggiano in allegato alle marche più diffuse di stampanti dotate di scanner o di sistemi di scansione domestica, quelli che, per l'appunto, operano su formati massimi A4. Possiamo stabilire sin da subito che, per l'utilizzo che andremo a fare delle pagine così scansionate, ha poco senso utilizzare una definizione superiore a 300 dpi. Anzi, vale comunque il suggerimento che conviene lavorare a tale definizione e, qualora il prodotto finale assemblato risultasse di un volume eccessivo, utilizzare solo successivamente alcune semplici utility per ridimensionarlo, perdendo così il meno possibile in termini di qualità e nitidezza.

Per la scansione dei fogli a 32 anelli (il cui formato in millimetri è pari a 270 x 290) non è possibile utilizzare un tradizionale scanner domestico, il cui massimo formato è di norma quello A4 (nulla vieta che, anche per la scansione di pagine in formato A4, si possa utilizzare il medesimo sistema). Si può fare quindi ricorso a due differenti soluzioni.


La prima è rapidissima: utilizzare una fotocopiatrice che consenta di salvare su una chiavetta USB le scansioni effettuate, invece di stamparle come normalmente si usa fare con tali sistemi di copia. Oggi buona parte delle fotocopiatrici di medio livello è dotata di questa opzione e l'ampia superficie di scansione, che supporta formati sino al grandissimo A3, rende velocissimo digitalizzare i nostri fogli di album. Inutile ricordare che le scansioni devono essere effettuate manualmente, non utilizzando in modo assoluto alcun sistema di caricamento automatico dell'originale che potrebbe danneggiare irrimediabilmente i nostri francobolli. Benché ogni modello di fotocopiatrice utilizzi un proprio software integrato, ho potuto rilevare che le modalità sono molto somiglianti e consentono di impostare: il formato personalizzato (270 x 290), il tipo file con cui salvare la scansione sulla pennetta (nel nostro caso è preferibile il solito pdf, ma si potrebbe optare anche per un formato immagine come jpg da trasformare, solo successivamente in pdf), la possibilità di salvare ogni pagina scansionata come un singolo file o la possibilità di gestire in un unico file pdf un'intera sequenza di pagine elaborate una dopo l'altra. Per quest'ultima opzione si deve tenere in conto che creare una cartella per ogni album che contenga un file per ogni pagina scansionata, renderà più semplice ogni possibile sostituzione a seguire di pagine che, per intervenuti aggiornamenti o per l'inserimento di un francobollo mancante, saranno nuovamente scansionate. Questa è l'opzione che ho preferito.  

In caso contrario, ovvero qualora si scelga la creazione di un unico file con tutte le pagine in sequenza, si dovrà mettere in conto che, per la sostituzione di una pagina soggetta ad una revisione, sarà necessario ricorrere ad una delle tante utility, in gran parte gratuite, dedicate alla manipolazione dei pdf (ad esempio Pdf24). Tali programmi consentono infatti di rielaborare con facilità intere pubblicazioni in formato pdf, spostando pagine al loro interno, inserendone di nuove o eliminandone di inutili od obsolete.

Se non si dispone di una fotocopiatrice, ma soltanto di un normale sistema di scansione domestica in formato A4 non perdetevi d'animo. La seconda opzione, più domestica, richiede un poco più di perizia e maggiore tempo a disposizione. I risultati possono comunque essere di buona qualità e nulla togliere al prodotto finale. Le pagine a 32 anelli potranno essere scansionate in due tempi: posizionate la pagina verticalmente rispetto al piano orizzontale di scansione ed effettuate la prima scansione, ruotate poi la pagina completamente ed effettuate una seconda scansione. La parte da scansionare dovrà guardare la superficie di lavoro del nostro scanner A4. Entrambe le scansioni così effettuate andranno salvate in formato immagine (jpg o jpeg) con una definizione di almeno 300 dpi. In tal modo otterremo due immagini, ciascuna riproducente metà pagina del nostro foglio d'album (in verità qualcosa di più di una metà). Ora sarà sufficiente mettersi innanzi al proprio computer e, utilizzando un semplice software di gestione immagini, ricomporre le due metà, ricostruendo la pagina nella sua interezza. Per essere il più precisi possibile è però conveniente creare una matrice di base con le dimensioni reali della pagina (270 x 290) e ridimensionare poi sulla stessa, in modo il più accurato possibile, le porzioni di immagine prelevate dalle nostre due scansioni. Il risultato ottenuto costituirà la perfetta riproduzione del nostro foglio album che, a questo punto, potrà essere salvata in formato pdf.



Indipendentemente dalla strada che si è scelto, il nostro album, foglio dopo foglio, è stato digitalizzato, ovvero dalla sua struttura cartacea si è trasformato in una serie di file pdf. Il suggerimento è di creare per ogni album una cartella nel nostro computer e, all'interno di questa, salvare le pagine corrispondenti, meglio se nominate con una sequenza ordinabile (ad esempio: pagina 001, pagina 002, pagina 003, ...), logica con cui sarà più semplice e veloce effettuare il successivo compattamento, ovvero l'unione di tutte le pagine in un unico file pdf, una sorta di album virtuale a tutti gli effetti.

Per riunire le singole pagine in un unico definitivo file pdf, è sufficiente procurarsi una delle tante utility disponibili in rete per la elaborazione del formato pdf. Tali applicazioni consentono, infatti, di generare un unico file dalla fusione delle singole pagine, ma anche di rielaborare a posteriori il prodotto così composto, ridimensionandolo adeguatamente, in base alla definizione che si intende ottenere (è sufficiente il livello ebook o web), così da poterlo poi gestire, nell'ultima fase di lavoro, attraverso i servizi online che ci consentiranno di rendere il nostro album sfogliabile e consultabile sulla rete. Non dobbiamo infatti dimenticare che tali servizi consentono di caricare file grandi al massimo 100 MB ciascuno.

Mi permetto di suggerire i due più diffusi servizi di tale tipo: Calameo e Issuu. Si tratta di servizi, gratuiti nella loro formula basica, che permettono di caricare documenti digitali (come portfolio, libri, riviste, giornali ed altri media stampati) per la visualizzazione realistica sul web e la loro modifica. I sistemi si integrano con i siti di reti sociali per permettere la promozione e la diffusione del materiale caricato. Oggi sono largamente utilizzati, ad esempio, dalle case d'aste per la pubblicazione dei propri cataloghi. Una volta scelto il servizio che intendiamo utilizzare sarà davvero facile caricare il nostro file pdf (le istruzioni e l'interfaccia sono veramente semplici ed alla portata di tutti) e rendere davvero virtuale la nostra collezione, album dopo album.


lunedì 1 agosto 2016

Regno d'Italia: l'esordio nella mia collezione

Un post era davvero inevitabile. Quanto meno per celebrare degnamente l'apertura di una nuova sezione nel mio personale percorso filatelico espositivo.  Un simbolico taglio del nastro per l'inaugurazione degli album che rappresentano oggi il mio punto di partenza per viaggiare tra i francobolli del Regno d'Italia. Scrivo di questo evento (e per me vi assicuro lo è per davvero) perché l'epoca che inizia con l'unità d'Italia vanta emissioni centenarie e ci racconta, nei risvolti della postalità, di un periodo importantissimo nella genesi del nostro Paese. Una storia tanto importante quanto tormentata, un'era che, dalla consapevolezza dell'unitarietà, passa attraverso due guerre mondiali, una dittatura lunga un ventennio e la caduta della monarchia con la conseguente nascita della repubblica.



Il mio "Regno" è stato, sino a qualche mese fa, chiuso in una sorta di baule, di quelli che conservano in un limbo i reperti museali non ancora catalogati. Quell'insieme di valori, in buona parte obliterati e relativi al periodo più moderno, lo avevo raccolto nel corso degli anni con l'idea di dare un senso al contesto storico e postale del periodo, ma mi è sempre sembrato troppo frammentato, privo di quei valori essenziali a motivarne l'allestimento, con numerose serie incomplete ed evidenti buchi temporali nella cronologia delle emissioni. Tutti deficit di vitamina S, dove la sinuosa lettera dell'alfabeto è sinonimo di "soldi". Già! Ci piaccia o no, raccogliere un discreto insieme di valori del Regno d'Italia, senza contare i possibili approfondimenti, va ben oltre la buona volontà, ma impone anche un adeguato progetto di risparmio da riversare negli acquisti filatelici. La costanza però è sempre premiata e la possibilità di far coincidere il mio budget (accumulato nel tempo) con un acquisto interessante si è rivelata d'improvviso in un bel giorno di primavera. Sfogliando a video, e in verità senza nemmeno troppa convinzione, una serie di annunci ne ho incrociato uno che parlava di una collezione del Regno, ripetutamente messa in vendita e con un'interessante replica che diminuiva la pretesa economica rispetto a quella iniziale. L'unica opzione possibile era quella di alzare il telefono ed approfondire.


Dall'altro capo del filo, a presentarsi come collezionista vicino alle settanta primavere, mi rispose la voce graffiante, resa roca al punto giusto da un pacchetto al giorno di "Nazionali", di quelle che per metà della vita sono state le "senza filtro" per eccellenza. La prima domanda non l'ho fatta io, benché ne avessi diritto da papabile acquirente, ma l'ha posta il decano filatelico: "collezionista o commerciante?". La mia risposta, da appassionato raccoglitore, deve essergli risuonata rassicurante perché in pochi secondi l'argomento è diventato la collezione stessa, un insieme di valori raccolti nel corso di molti anni, con serie complete a partire dal 1912, inclusi buona parte dei servizi, gli espressi, l'aerea e molto altro ancora, in maggioranza, ed ecco il dubbio del primo approccio, e per la parte più "antica" linguellati.

Le linguelle, fin troppo demonizzate dal commercio filatelico dei tempi moderni, hanno in qualche modo segnato il percorso della filatelia, ma anche distorto, stante i parametri imposti dal commercio di settore, il concetto di reperto filatelico. Una distorsione di cui sono convinto, ma alla quale, nonostante le mie idee di raccoglitore, non ho saputo evitare. Di necessità ho comunque fatto virtù e sono andato a rispolverare qualche datato, ma interessante trattato sulla storia della filatelia e l'evoluzione del modo di collezionare nel corso dei decenni.



Tra le tante righe lette, ho trovato quale efficace sostegno alle mie teorie, un recente intervento a firma di Franco Filanci tra le pagine del suo Novellario, nel capitolo dedicato proprio alle "avvertenze" e modalità d'uso dello stesso. A proposito di qualità dei francobolli Filanci sostiene che "è bene rammentare che i francobolli, gli interi postali, le lettere e gli altri documenti che mettiamo in collezione sono innanzi tutto dei reperti del passato, e come tali valgono le regole museali: l'importante è averli e conservarli bene. Ovvio che si voglia avere i pezzi più belli, oltre che significativi, ma non bisogna mai mettere questo desiderio al primo posto, magari pretendendo l'impossibile. Tra l'altro, che cosa penseresti di una scrivania Chippendale o Luigi XV tanto perfetta da non mostrare nemmeno un graffietto o un forellino di tarlo? Sicuramente avresti il dubbio che non sia così originale come dice il venditore. E soprattutto penseresti che gli manca quel senso di datato che in definitiva è il fascino delle cose del passato degne di collezione."


La corroborante lettura mi ha fatto riflettere su alcuni aspetti del mio possibile acquisto: punto primo, quei francobolli che avrei potuto fare miei io non li possedevo o se li avevo in casella erano senza dubbio di qualità inferiore; punto secondo, la linguella era l'inevitabile garanzia di un passaggio generazionale tra collezionisti, poiché quella strisciolina di carta, della misura di circa due centimetri per cinque millimetri, era, fino alla fine degli anni Quaranta, il metodo tradizionale per applicare i francobolli sugli album dei collezionisti filatelici. Fino a tale data, infatti, non esistevano in commercio raccoglitori filatelici con taschine o strisce trasparenti e l'unico modo per tenere fermo il francobollo in una certa posizione del foglio era quello di applicare la linguella sul francobollo e tramite questa poter incollare senza danni irrimediabili lo stesso sul foglio nella posizione desiderata. Punto terzo: se tutti i valori fossero stati allo stato di nuovo, tenuto conto dell'età dichiarata del venditore nato nel 1945 e del mercato filatelico del periodo in cui lo stesso collezionista operava le sue ricerche, verrebbe da dubitare sulla genuinità di qualche francobollo, al punto da porsi dilemma di sottoporre gli stessi dentellati a perizie atte a scongiurare furbesche e non così improbabili operazioni di rigommatura. Il punto quarto è il prezzo, di cui non voglio disquisire ora, ma che mi impegno a tradurre in riflessione nel prossimo post.


Lo stesso Filanci prosegue affermando l'evidenza che "chi guarda un esemplare nuovo sistemato in un foglio d'album non può certo vederne il retro", ma anche sostenendo che per esemplari "in condizioni super se non addirittura superqualisplendideeccelseextrasuperose è impossibile e persino un po' assurdo indicare precisi plus valori". Tant'è che le istruzioni per l'uso, esplicitate nel Novellario, parlano di francobolli in buone condizioni di conservazione e con caratteristiche di centratura, margini e dentellatura conformi alle tecniche di produzione dell'epoca in cui erano venduti e impiegati, oltre che al collezionismo che ce li ha tramandati. Ovvero piuttosto decentrati e con dentellature irregolari sino al 1928; linguellati sino alla fine degli anni '40.

A questo punto non avevo altra alternativa che mettermi in auto, puntare diritto verso le langhe del Piemonte, salire tra i filari ed accettare un buon caffè da quel collezionista venditore che aveva deciso di appendere il suo album al chiodo. L'incontro valeva davvero la pena. I francobolli, nonostante qualche segno di linguella, apparivano freschi e ben conservati nel loro insieme, stante qualche fisiologico ingiallimento dovuto al tempo sui valori più antichi, ma l'insieme proponeva anche molti esemplari precedenti il 1912, con qualche bel valore obliterato e qualche altro dentellato al nuovo. Tra le pagine dell'album anche qualche non emesso ed i trittici della trasvolata di Balbo a far la loro bella figura. Il prezzo ora appariva assai più interessante, ma soprattutto si apriva per me la possibilità di aprire i bauli nei depositi e lavorare ad un vero percorso espositivo dedicato al periodo monarchico, seguito all'unità d'Italia.


Ma perché tal collezionista s'era messo in testa di cedere la sua raccolta? Quasi mi sentivo in colpa di sottrarla con un golpe filatelico a colui che, per parte della propria vita, s'era dato pena di metterla insieme.

L'aroma del caffè caldo accompagnò la risposta alla mia domanda, a quel perché. Nella paura, a mio parere ingiustificata, vista la straordinaria loquacità del mio interlocutore, di lasciare la terrena dimora senza preavviso alcuno (l'atmosfera narrativa è volutamente dantesca), il mio interlocutore era terribilmente angosciato di vedere disperso il suo percorso filatelico o, ancora peggio, di vederlo gettato e dimenticato in qualche umido ripostiglio, stante il totale disinteresse manifestato dai figli e l'assenza di un qualche nipote affascinato da quei colorati pezzetti di carta gommata. L'idea che un altro collezionista perpetuasse in qualche modo quell'insieme di francobolli pazientemente raccolti era più appagante di un lascito alla soffitta di casa o al mercatino delle pulci.

Ed ecco raccontata la genesi di questo primo percorso espositivo dedicato al Regno, cui ho aggiunto qualche pezzo già in mio possesso ed al quale mi auguro d'offrire in futuro qualche interessante arricchimento.

http://territoridicarta.blogspot.it/p/la-collezione.html

Puoi trovare i link a primi tre album del mio percorso dedicato al Regno d'Italia all'interno della mia  collezione qui.

venerdì 22 luglio 2016

Passione, feticismo e patologia del collezionismo

La domanda che spesso mi sento rivolgere quando qualcuno interagisce con la mia collezione, sia in modo diretto, sfogliando uno dei miei album, oppure in modo virtuale visualizzandoli a colpi di clic, è quanto tempo dedico alla mia passione. Non l'unica per fortuna! Generalmente l'istinto mi porterebbe ad esclamare "parecchio", ma se rispondessi in modo così passionale cadrei certamente in errore. Sì. Perché poi, a pensarci bene, dedico molto meno tempo ai miei reperti postali di quanto faccia un tifoso di calcio per la sua "fede" sportiva, sommando partite, trasferte, discussioni da bar, tempo televisivo, satellitare, in chiaro o pay tv che essa sia. E non ho calcolato la Gazzetta dello Sport!


Se rispondessi così però rientrerei nella categoria degli alchimisti della statistica, quelli del "che se io mangio due polli grigliati e tu nemmeno uno, ne abbiamo mangiato in media uno a testa", in barba al rumoreggiare antipatico del tuo stomaco vuoto. Quindi, nella risposta al quesito e nel computo temporale, va o non va considerato il tempo di lettura o di approfondimento? Ovvero, se chi scrive è persona che, quale hobby creativo ed intellettivo, ha nutrito l'amore per la lettura, il tempo dedicato ad un saggio sulle vicende triestine (propedeutico, se non fondamentale, per dare un senso alla raccolta filatelica di Trieste), deve calcolarsi come tempo addebitato alla filatelia o è parte esclusiva del proprio flirt per la letteratura? Se, ad esempio, da cultore del documentario storico d'autore, il collezionista trova spunto nella visione di programma televisivo dedicato all'esplorazione polare per modificare, strutturare o accomodare in modo del tutto nuovo i sui reperti, quel tempo di visione a quale hobby andrà addebitato? Alla filatelia o al documentario?

Vien da se che la risposta al quesito originario "quanto tempo dedico alla mia passione" è una sola: "il tempo disponibile e necessario". Disponibile e necessario rispetto ad una personale soddisfazione, ad una necessaria voglia di ludico svago dagli impegni quotidiani, compatibilmente con le priorità del quotidiano esistere. Colgo l'occasione per impantanarmi in questa divagazione giusto per dare un senso al tempo che dedico alla mia collezione e un tempo a ciò che non ha senso nel commentare ciò che accomuna il popolo dei collezionisti.



Né troppo poco, né in eccesso. Ma esiste veramente quel risvolto patologico che travalica la sana follia che ci pervade ogni qualvolta teniamo un dentello tra le mani?

Nel rilanciare il quesito mi è tornato alla mente un articolo che mi lasciò parecchie perplessità e che, pur con tutto il rispetto possibile, non mancò di strapparmi pure qualche sorriso, di quelli che ti vengono spontanei quando si mette in atto il tentativo di trattare con troppo rigore scientifico qualcosa che principalmente ludico dovrebbe essere. A scriverlo è Barbara Rossi sul sito del Centro Italiano Sviluppo Psicologia di Roma. L'autrice identifica tra le caratteristiche di un collezionista del nostro tempo "il desiderio di possedere un oggetto raro, rappresentativo di una certa epoca, di cui può godere singolarmente in segreto o eventualmente con pochi privilegiati. Inoltre l’oggetto deve avere un certo “carattere” in termini di significato simbolico. Lo scopo che soddisfa il collezionismo è vario: un modo per evadere, o per esprimersi, per comunicare, per distrarsi, per condividere con pochi altri in grado di comprendere l’unicità di quel particolare oggetto. Ancora, collezionare è sfidare il tempo, è tuffarsi nella storia per ridare vita a delle passioni umane, un rivivere le vicende che hanno portato alla creazione di quel particolare oggetto."

Caratteristiche, quelle citate dalla Rossi, sulle quali periodicamente filosofeggiamo, in modo particolare su quello stantio senso esoterico del collezionismo solitario, quasi asociale, quello che forse allontana più che avvicinare nuovi 'adepti'.

L'autrice però prosegue sottolineando che "il collezionista, in questa veste di raccoglitore attento, svolge anche un’importante funzione di controllo rispetto a sue particolari ansie. Un vecchio proverbio dice: 'se non puoi vincerlo, alleatici!' e collezionare è anche un modo funzionale e indiretto per annullare la percezione del passaggio del tempo, per evitare di separarsi dal passato o dai ricordi, per evitare di essere travolto dalle passioni più umane e carnali. Egli gode dell'oggetto in gran segreto, si sente un privilegiato per questo e quindi anche presuntuoso".



Ed allora? Vien da domandarsi fino a che punto il valore del “chi sono” si misura con il “cosa possiedo”? Quando si tratta di una nobile passione artistica e quando invece di una patologia ormai cronicizzata? L'autrice dell'intervento prosegue ribadendo che "anche una mostra è una collezione di quadri, di oggetti rappresentativi di un tempo, che nessuno considera espressione di patologia, e che spesso siamo sollecitati a vedere e commentare. Stimola nuove idee, pensieri creativi, nuovi sguardi prospettici, per cui allarga la nostra visione del mondo. La passione diventa mania quando il collezionista è irretito nella tensione e nel desiderio dell'accumulo, fino a cadere in una voragine che attrae ipnoticamente e alla quale è impossibile sottrarsi. Da questo vortice nasce la domanda cruciale: «fino a che punto sono io il protagonista, e fino a che punto, per converso, sono io il succube delle cose?». Questa domanda si accompagna a un certo malessere. Quando una persona si pone tale domanda spesso significa che ha già attraversato il confine, che ha perso il controllo, il protagonismo della situazione. “Le cose che possiedi prima o poi ti possiedono" e questo potrebbe essere ricordato come monito per tutti.

La frase ad effetto fa molto sceneggiatura da serial americano, di quelli stile Criminal Minds, tipo "a forza di guardare dentro l'abisso, prima o poi sarà l'abisso a guardare dentro di te". Comunque la si voglia raccontare è indubbio che una collezione è in parte rivelatrice della personalità del collezionista. In termini psicologici, ci parla simbolicamente e segretamente dell’oggetto delle sue ansie e dei suoi desideri, quindi di una parte di se stesso. La Rossi prosegue ribadendo che "ci sono collezionisti di francobolli, che ci parlano della paura del cambiamento, del timore nella relazione con gli altri; i collezionisti di monete, che indirettamente comunicano sul valore che diamo alle cose; il collezionista di preservativi, che parla di un’ansia che pervade l’area della sessualità, la paura del contatto, il bisogno di proteggersi nello scambio con l’altro, la mediazione tra sé e altro, il desiderio di una relazione; il collezionista di fiammiferi, strumenti di difesa e di attacco; il collezionista di borsette di carta o plastica, magari di Paesi diversi, dove il desiderio di essere cittadino del mondo si accompagna al bisogno di proteggere le proprie origini."



C'è però chi non è affatto d’accordo con le teorie psicanalitiche sul culto dell’harem, che mettono in relazione il collezionismo ossessivo con il feticismo. Lo dice a chiare lettere un tal Alberto Bolaffi, attraverso un articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa nel luglio 2015, a firma di Mario Baudino, dal titolo accattivante: “Raccogliere oggetti? Uno stadio dell’evoluzione”.  Gli oggetti raccolti pazientemente o furibondamente non sono odalische intercambiabili, fantasmi che sostituiscono la realtà. Al contrario, dice il celebre mercante di collezioni, e collezionista va da sé lui stesso, non si tratta né di malattia né di perversione, ma proprio di una della «nostre efficienze intellettuali». Collezionare è quindi un concentrato di esperienze, è osservare, conservare, comunicare. "L’uomo ha già cominciato la sua evoluzione collezionando. Che cosa sono le grotte dipinte se non una forma di comunicazione e una collezione?». Se lo chiede lo stesso intervistato, citando pure un Giulio Cesare che "raccoglieva monete della Repubblica e dei territori conquistati". Ma prima di lui, quanti hanno raccolto conchiglie, drappi, statue di dei? Ne troviamo le tracce più antiche nelle tombe, fra morte appunto e sogno di rinascita". In fondo una collezione nasconde anche un po' del nostro recondito desiderio di eternità, nascosto in quella segreta speranza di trasmettere la passione ai figli insieme a quanto abbiamo raccolto, affinché la collezione si perpetui per generazioni.

Ma il rischio dell'ossessione dunque esiste? Una delle risposte all'intervista è chiara "se una persona non ha un buon equilibrio può combinare disastri. Nella filatelia ci sono stati anche casi di omicidi per pezzi contesi". Prima dell’età moderna collezionare era quasi un obbligo per i ricchi e i potenti, per ragioni che andavano dal prestigio alla mistica. Collezionare significava sapere, ed è curioso quanti dipinti rappresentino personaggi potenti con un foglio e una penna in mano, per sottolineare che sapevano leggere e scrivere. La società moderna ha certamente mutato confini e modalità del collezionare. Ma per molti raccoglitori la famosa casella vuota resta quella che non ti lascia dormire di notte. A questo punto, avverto chi mi sta leggendo, si scopre che esiste un immenso mondo di esperti, di molto esperti, di espertissimi che si offrono come guida nel micrcosmo freudiano della dipendenza da accumulo (chissà poi cosa c'entra con il collezionismo) e che cercare di seguirne il filo e come addentarsi nella tana del Bianconiglio ed allora sì... che davvero sarebbe difficile dormire la notte, altro che casella mancante.


Qualcuno arriva persino a citare i risultati di un nuovo studio di scansione celebrale, pubblicato online dagli “Archives of General Psychiatry ”  e diretto da David Tolin della Yale University School of Medicine “,  il disturbo da accumulo compulsivo è  “un’acquisizione eccessiva ed un’incapacità di gettare via oggetti, con conseguente disordine disabilitante". Quindi? Nell'articolo si raccomanda: “Cercate di mantenere l’igiene personale e di fare il bagno. Se avete accatastato degli oggetti nella vasca o nella doccia, spostateli per potervi lavare ”. Tiro un sospiro di sollievo: i francobolli nella vasca da bagno proprio non ci vanno, salvo che si decida per uno scollamento stile industriale di valori obliterali dalle buste.

Vero è che la fantasia dei collezionisti non ha limite, ma attenzione qualunque sia l'oggetto del desiderio (francobolli inclusi), tutti i collezionisti condividono un rischio: potrebbero sviluppare un disturbo ossessivo-compulsivo. Non lo dico io! Sono affermazioni della psicologa Francisca Lòpez Torrecillas, esperta di dipendenze del Dipartimento per la valutazione e la terapia dei disturbi della personalità dell'università di Granada, in Spagna, ne è convinta sulla base della sua esperienza in clinica: «Negli ultimi anni ho osservato un numero crescente di casi in cui il collezionismo senza controllo è sfociato in un vero disturbo ossessivo-compulsivo o nella dipendenza da shopping

Quindi? «Se resta nella forma di hobby ed è sotto controllo, il collezionismo è addirittura positivo per il benessere mentale, perché aiuta a sviluppare doti importanti come la perseveranza, l'ordine, la pazienza, la memoria", spiega Lòpez Torrecillas. "Purtroppo molti collezionisti hanno spesso tratti caratteriali come il perfezionismo o la meticolosità, notoriamente correlati ai disturbi ossessivo-compulsivi.» Prendo nota, ma il rimescolamento di carte comincia a farmi girar la testa. Pensavo che collezionar francobolli fosse una semplice passione, un modo per rilassarsi come tanti, magari un po' vecchio stile, ma da qui a pensar d'esser un caso clinico...



Ancora non lo vedo il Bianconiglio, ma già comincio a pensarlo perché mi pareva anche di aver letto che si colleziona per un bisogno di possesso, ordine, conservazione e classificazione. Cercare oggetti, classificarli, assemblarli attiva una serie di processi mentali, quali l’indagine, la formulazione di un’ipotesi sui percorsi da seguire per trovare ciò che si vuole, la valutazione e la scelta. La conseguenza di questo lavoro è l’ottimizzazione delle proprie capacità di giudizio e decisione." 

A dirlo è il presidente dell’Associazione Italiana Psicologia e Psicoterapia, Carlo Cerracchio in un ampio approfondimento sul tema pubblicato da I-Cult che prosegue nel sostenere che collezionare  significa mantenere ferma l’attenzione su un tema e ciò equivale a una sorta di meditazione concreta che porta a focalizzare i pensieri e i sentimenti. Concentrare la mente su uno o più oggetti fa variare l’attività elettrica del cervello che porta ad un senso di calma e benessere. Collezionare equivale a possedere e il possesso trasmette sicurezza. Inoltre mettere insieme gli oggetti risponde a un desiderio di protezione, e il ritrovamento di un pezzo raro fa sentire bravi, capaci di farcela. Collezionare aiuta a acquistare consapevolezza sulle proprie capacità e quindi potenzia l’autostima. Significa superare il senso di inadeguatezza, imparare a conoscersi e scoprire le proprie qualità.



A questo punto mi pare assai difficile autovalutare se sono un genio iper razionale od un pazzo compulsivo, se soffro di disturbi della personalità per via dei francobolli che colleziono e se dispongo di un superpotere che mi consente, attraverso un piccolo rettangolo di carta, di evocare miti e leggende di altri tempi.

Il Bianconiglio è qui davanti a me e mi sta apettando per un giro turistico.

Chiudo dunque con una citazione di altri tempi, che vale assai di più delle mie 15 mila battute di questo post: "il collezionista possiede una preziosa qualità, la capacità di meravigliarsi del mondo e dei suoi oggetti, di intuirne la potenza evocativa, di entusiasmarsi della loro scoperta, di creare nessi tra i grandi capolavori e le piccole cose che ne hanno costituito il contesto storico, dando un’immagine più completa della cultura del passato (Benjamin, W. 1966).

Puoi trovare i link a tutti gli album della mia collezione qui.
Oppure puoi consultare la guida alla mia collezione:

martedì 19 luglio 2016

Politicamente... dentellato

Il mio ottavo album del ciclo repubblicano, cui ho voluto dare un necessario restyling, cade in piena "epoca Craxi", già leader del Partito Socialista Italiano e Presidente del Consiglio dei Ministri dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987. Una ghiotta occasione per tornare a parlare del francobollo quale strumento di propaganda del potere, in un'epoca, tra l'altro, ove tale aspetto parrebbe ormai solo un retaggio del passato. Il francobollo “politico clientelare” non è infatti una novità, nemmeno in periodo repubblicano.

Personaggi misteriosi, santi e protettori, città e paesi, hanno sempre ambito a trovare un posto di primo piano su di una carta valore. Due esempi magistrali li riporta, giusto per fare un esempio, Vaccari News in un intervento dedicato al binomio francobolli e politica. Si tratta di due articoli, uno del 1864 e l’altro del novembre 1914, che mettono in luce approcci diversi, ma che toccano lo stesso tema. Un secolo e mezzo fa, è la rivista belga “Le timbre-poste”, secondo gli specialisti la più antica che si conosca, a richiamare tale spinoso argomento. Nel numero pubblicato a novembre del 1864, un redazionale è intitolato “Collectiomanie et politique”. “Ecco due parole che urlano a trovarsi insieme”, evidenzia con i toni dello scandalo il periodico, nel rivelare delle forti pressioni che avrebbe subito. Ingerenze che avevano a che fare con una strana richiesta di francobolli delle Romagne, ovviamente non più venduti agli uffici postali di Bologna, ma che si diceva essere stati acquisiti, guarda caso, dal Governo di Bruxelles. Ed il richiedente, nella città emiliana, per ottenere il proprio scopo raggiunse gli ambienti nordeuropei che contavano, facendo attribuire principi liberali e massonici al fondatore del periodico, Jean-Baptiste Moens. Un classico esempio di uso improprio del potere politico per un fine privato, quello collezionistico.


Differente, ma di analogo tema, è invece quanto appare, nero su bianco, nel novembre del 1914 sul  “Bollettino filatelico”, rivista questa volta assolutamente "made in Italy". La Prima guerra mondiale aveva dato fuoco alle polveri sull'intero continente e la testata filatelica metteva in evidenza come l’emissione di cartevalori possa addirittura anticipare precise mire espansionistiche, solo in seguito ratificate dalla diplomazia reale. “Il primo atto d’imperio di uno Stato che mette piede su un lembo qualunque di terra, si manifesta sempre con l’emissione di francobolli speciali”, riporta l'intervento di Berti Merry ripreso da Vaccari News. “E magari, quando si vuol dare ad intendere ai gonzi che quella occupazione è soltanto temporanea, si emettono dei francobolli provvisori, cioè quelli metropolitani con la loro brava soprastampa”. Citando, fra gli esempi, le emissioni per la Bosnia-Erzegovina con l’aquila austroungarica (risalenti al 1879), che precedettero di quasi tre decenni l’inglobamento del territorio (avvenuto nel 1908); quelle di Cipro con la regina Vittoria, distribuite molto prima (datano 1880) dell’annessione formale (1914); le serie per Creta (1900), che anticiparono il passaggio dell’isola alla Grecia (1913). Giusto per fare qualche riferimento, assolutamente non esaustivo, ma certamente significativo. 


Lo stesso oggetto dentellato, ed a questo punto non ci stupirà di certo saperlo, fu ampiamente utilizzato per la propaganda politica di regime e la contropropaganda bellica. Durante la Seconda guerra mondiale furono approntati dei francobolli contro il regime nazista in Germania, così come nel Regno Unito contro il regime comunista russo. Sia Adolf Hitler che Stalin sono stati raffigurati in francobolli privati, poco più che vignette, ma con iscrizioni polemiche o con immagini raccapriccianti del volto, tutto ciò ad opera delle forze occupanti inglesi o americane. In Italia un valido esempio di propaganda resta il francobollo, copiato dal tipo dedicato all'accordo dell'Asse Italo-tedesco, con i volti di Mussolini e Hitler, che al posto del motto "Due popoli, una guerra", reca "Due popoli, un führer". Sempre nel nostro Paese furono emessi, subito dopo il conflitto, alcune particolari "valori" postali intitolati alle "vittime politiche", con i volti dei martiri antifascisti (compreso Matteotti), recanti valore facciale di 1 lira o 2 lire. 


A questo punto appare evidente che le due parole, politica e francobollo, si attraggono quasi come calamite, al punto da offrirsi ad un ulteriore approfondimento dentellato, quello del politico collezionista.

Tanti sono i casi citabili, ma due esempi bastano per tutti. Il primo ha una portata assolutamente internazionale. Le cronache specializzate lo raccontano come collezionista instancabile, un uomo che alla sua passione dedicava molte ore, in gran parte notturne: raccoglieva francobolli di tutto il mondo, disposti dentro album, a loro volta conservati in un baule di legno. Fulcro della collezione era la raccolta di saggi, prove e varietà di francobolli americani del Novecento, spesso donati direttamente dal Bureau of Engraving and Printing, la stamperia nazionale americana. Il suo nome è tutto un programma: Franklin Delano Roosevelt. Ne fa un ritratto collezionistico "da casella" il numero di aprile 2013 della rivista Il Collezionista. «Quando ero un giovanotto ho scoperto che mostrare i propri francobolli era un modo molto utile per catturare l’attenzione di una donna», ammicca lo stesso Roosevelt nell'alludere alla sua passione filatelica durante il colloquio con re Giorgio VI. È il giugno del 1939, la Gran Bretagna sta per entrare in guerra ed il monarca corre negli Stati Uniti per chiedere il sostegno. Il Philatelic President, come era chiamato, si era avvicinato alla filatelia a otto anni, su suggerimento dei genitori.


Il secondo esempio è assolutamente italiano: Giulio Andreotti. Rovistando tra i numerosi articoli di cronaca politica, ne spunta uno del Corriere della Sera, in cui si racconta di un Andreotti che, appena prosciolto dalla Cassazione per l’omicidio Pecorelli, in un momento di composta esultanza, dichiara: «ho dovuto vendere la collezione di francobolli per pagarmi gli avvocati». La morte dell’ex presidente del Consiglio, il 6 maggio 2013, accrescerà dieci anni dopo quella assoluzione il numero dei tanti misteri andreottiani: il «calendario filatelico» è ancora lì nella sua biblioteca, con i 364 pezzi (appunto, il calendario) del 1870, uno per ogni giorno dell’ultimo anno del potere temporale dei Papi.  Il democristiano Andreotti manifestò per tutta la sua vita un immenso interesse per la filatelia, un amore nato con un colpo di fulmine, nel 1959, visitando con Giulio Bolaffi la mitica Mostra Filatelica di Palermo del 1959, ancora oggi citata dagli appassionati. Il senatore a vita si stupì innanzi alla collezione personale di Elisabetta II; un altro «calendario filatelico» tutto fatto di emissioni inglesi, dedicato questa volta al 1859. E così decise per la sua personale collezione, imperniata sul suo periodo storico più amato. Ne ricavò anche una riflessione che sottopose in un discorso a «Italia ‘76», l’esposizione mondiale di filatelia. Una collezione unica al mondo che, per indicazione degli eredi Andreotti, è stata battuta come lotto all’Hotel de la Ville a Milano, ripartita in complessivi 3.267 lotti con basi di partenza stratosferiche. Capire ora dove finisce il politico collezionista ed inizia il collezionista politico è impresa ardua, certo che ad Andreotti statista si devono certamente alcune emissioni "per benevolenza", in modo particolare alcuni francobolli dedicati a temi molto cari al mondo cattolico e scudocrociato.


Giulio Andreotti non fu certamente il solo a caldeggiare qualche emissione particolare. Fece parlare, nel 1973, il francobollo dedicato alla torre di Pisa, emesso l'8 ottobre. Si discuteva all'epoca dell'ottavo centenario della "pendente" più famosa al mondo, che però nel 1173 fu solamente iniziata, per esser poi conclusa duecento anni dopo, nel 1372. Comunque sia, tale ricorrenza non era prevista nel calendario filatelico del 1973, se non fosse che il ministro Giuseppe Togni, desideroso d'offrire un gesto di riconoscenza politica ai suoi elettori pisani, decise per un bel quadretto dentellato, ordinato fresco fresco al Poligrafico. Da quando Bettino Craxi iniziò a circolare ai piani alti del Palazzo, il fenomeno che coniugava francobolli a politica trovò massimo risalto in ambito filatelico e postale.


Agli inizi degli anni Ottanta l'emergenza degli “anni di piombo” cominciò ad esser superata, grazie ad alcuni importanti successi delle forze dell'ordine. Le rivelazioni sulla P2 e l'intensificarsi della pericolosità mafiosa s'intrecciavano all'ottimismo per una decisa ripresa economica. La lottizzazione politica del sistema produttivo nazionale aveva ormai raggiunto un imperturbabile equilibrio, tanto da consolidare la fase dei governi del “pentapartito” (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli). Primo interprete di tale fase politica fu il leader dei socialisti Bettino Craxi. Fu, il suo, un governo decisionista che alimentò “l'euforia del benessere”, aumentando però in modo incontrollato la spesa pubblica, forte di un sistema compiacente che intrecciava agli interessi del florido mercato azionario e speculativo, quelli delle lobby. Un sistema che, pur di conquistare il consenso di vasti strati della società civile, non esitò a favorire ambigui modelli di comportamento sociale e contributivo. Un decisionismo che rispose, fin troppo sbrigativamente, a molti temi irrisolti. Fu in questo periodo, ad esempio, che il panorama dell'informazione televisiva passò dal monopolio al duopolio, grazie al forte appoggio offerto alla Fininvest di Silvio Berlusconi, che non mancò negli anni a seguire di offrire sostegno al leader socialista.


Fulgido esempio di intreccio tra politica e filatelia, resta il francobollo da 2.000 lire, espresso e molto “raccomandato”, che il 31 maggio 1986 celebra la Giornata dei martiri e dei caduti per l’indipendenza nazionale. Si trattò, in realtà, di un’emissione spot, giacché la “Giornata”, proclamata proprio dall'Onorevole Bettino Craxi, all'epoca già Presidente del Consiglio, non ebbe mai svolgimento. Eppure, il bollettino illustrativo, firmato dallo stesso leader del Partito socialista italiano, insediatosi tre anni prima a Palazzo Chigi alla testa del pentapartito Psi-Dc-Psi-Pri-Pli, parebbe testimoniare un evento già codificato, per di più corroborato dal francobollo celebrativo. La Giornata dei martiri e dei caduti per l’indipendenza nazionale, si legge a firma di Craxi nel cartoncino diffuso all’antivigilia del quarantesimo anniversario della Festa della Repubblica, è stata istituita per accomunare in una stessa memoria ed in una stessa celebrazione tutti coloro che hanno offerto la loro vita per la nostra unità e la nostra indipendenza. Nella trasposizione grafica di Emidio Vangelli De Cresci una figura simbolica bagna con il proprio sangue il rosso della bandiera italiana.


Ma in realtà cosa accadde? Il 20 marzo 1986 fu formalizzato alla Camera il disegno di legge 3604 “nuove norme in materia di ricorrenze festive”. Di alto lignaggio i nomi dei presentatori: oltre a Bettino Craxi, il ministro del Tesoro Giovanni Goria (Dc), quello della Difesa Giovanni Spadolini (Pri) e di Grazia e Giustizia Mino Martinazzoli (Dc). Insomma, un accordo blindato, che il premier considerò fatto ancor prima della conclusione dell’iter legislativo. Ma anche il decisionismo craxiano doveva fare i conti con le liturgie parlamentari. Sicché solo il 12 novembre 1986 (nel frattempo il leader del Garofano aveva siglato il “patto della staffetta”, che prevedeva, a marzo 1987, il ritorno di Palazzo Chigi a un esponente democristiano), la commissione Lavoro della Camera approvava un testo sulle ricorrenze festive che all’articolo 1 sanciva la citata “giornata dei martiri dell’indipendenza nazionale” quale festa nazionale. Tutto deciso, allora? Ma nemmeno per sogno. Il 17 aprile 1987 Craxi passava il testimone al democristiano Amintore Fanfani, al timone di un governo “balneare”. Dopo le elezioni del 14 giugno, il presidente della Repubblica affidò l’incarico a Giovanni Goria e di seduta in seduta l'iter della legge sulle festività rincorse l'anno 2000 (governo Amato), facendo giustizia della norma taglia festività del 1977: «A decorrere dal 2001 la celebrazione della Festa nazionale della Repubblica ha nuovamente luogo il 2 giugno di ciascun anno, che pertanto è ripristinato come giorno festivo”. Ma d’indipendenza nazionale ormai non v’è più traccia.

I Patti di Villa Madama, anch'essi ricordati con una emissione datata 15 ottobre 1985, furono un altro dei veloci “colpi di mano” tipici della personalità craxiana. L'accordo di Villa Madama, noto anche come nuovo concordato, fu una serie di patti volti a «regolare le condizioni della religione e della Chiesa in Italia» e stipulati dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi per la Repubblica Italiana e il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli per la Santa Sede. La normativa relativa alla Chiesa cattolica è contenuta nella Legge 25 marzo 1985, n. 121 di ratifica ed esecuzione degli accordi firmati a Roma il 18 febbraio 1984, cui si aggiunge un Protocollo addizionale. L'accordo vede come contraenti la Santa Sede e lo Stato italiano, i cui rapporti sono già regolati dai "Patti Lateranensi", che possono essere modificati di comune accordo senza ricorrere a "revisione costituzionale", ma che necessitano di ulteriori modifiche consensuali del Concordato Lateranense a causa del continuo processo di trasformazione politica e sociale. Il secondo prevede che ulteriori materie per le quali necessiti la collaborazione tra Chiesa cattolica e Stato possano essere regolate sia con nuovi accordi tra le due parti, sia mediante intese tra le competenti autorità dello Stato e la Conferenza episcopale italiana.



In tempi più recenti, a testimonianza che il francobollo mantiene quel valore di rappresentanza che va ben oltre il ruolo di mera affrancatura, corre l'obbligo di segnalare i francobolli stampati in proprio dalla Lega Nord e dal "Governo del Nord Italia", valori che in taluni casi sono stati accettati da uffici postali e regolarmente utilizzati. Considerati errinofili a tutti gli effetti, i dentellati padani vantano ormai diverse emissioni e sono considerate curiosità per il tema filatelico a sfondo politico - storico. Non aggiungo altro, perché di cose da dire sul binomio filatelia e politica c'è ne sarebbero tante da farne una interessante tematica trasversale al periodo Repubblicano e non solo!

Resta, come sempre, l'invito a sfogliare la mia collezione e a dare un'occhiata alla nuova modalità espositiva con cui ho inteso ridisegnare il mio ottavo album del periodo.

Puoi trovare i link a tutti gli album della mia collezione qui.