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domenica 5 maggio 2019

Il francobollo "usato" nel multiverso filatelico


Ad ogni nuovo allestimento della mia collezione che prende forma, fedele al motto che le grandi cose si costruiscono un pezzetto alla volta, rinnovo l’occasione per fare quattro chiacchiere, talvolta volutamente provocatorie, sullo straordinario mondo della filatelia, ma sarebbe più opportuno dire universo visto che “mondo”, alla luce della fisica dei supereroi marvelliani appare ormai un termine riduttivo e che la filatelia sarebbe davvero uno straordinario esempio di "multiverso".

L’occasione, questa volta, mi si offre grazie al consolidamento della mia area repubblicana allo stato di “usati”, in modo particolare per le prime annate (per la verità non ancora al saldo di tutti i valori) dal 1945 al 1954, percorso espositivo e collezionistico che da un paio d’anni corre parallelo alla medesima raccolta allo stato di “nuovi”. È proprio sullo stato di usato, spesso sostituito da sinonimi assunti dalla pura terminologia postale quali obliterato, viaggiato, annullato, che ho intenzione di gettare la lenza con questo mio post. Un argomento quasi obbligato nel momento in cui ho affiancato nella mia collezione due serie “usate” dei celeberrimi valori emessi nel 1951 in occasione dei Giochi Ginnici Internazionali di Firenze, ma anche e soprattutto ai sofismi dei collezionisti più ortodossi in fatto di regole, dettami teologico dentellati ed interpretazioni degli antichi testi.
Approfondimento. Per quanto ho già scritto sulla mia sezione repubblicana "obliterata" vi rimando al mio blog: "La collezione nella collezionepost del 4 Aprile 2016.
Nel realizzare le pagine dei primi anni repubblicani, si scorre il calendario all'indietro. Una sorta di straordinaria macchina del tempo dentellata che proietta con grande nitidezza nella nostra memoria eventi, personaggi, pagine di storia, in molti casi studiate sui banchi di scuola con una malcelata svogliatezza, vuoi perché a quell'età poco ci interessava, vuoi perché fuori dalle finestre c'era il sole e i profumi della primavera ti obbligavano a rincorrere altri pensieri.

È sullo stato di usato, spesso sostituito da sinonimi assunti dalla pura terminologia postale quali obliterato, viaggiato, annullato, che ho intenzione di gettare la lenza con questo mio post.

Prima di soffermarmi sul qualsivoglia emissione in particolare, vorrei fare un ripasso rispolverando i sacri dettami con cui, nel corso degli anni, si sono definite quelle linee di separazione che oggi costituiscono i nostri quadranti stellari dentellati. Giusto per capire quale definizione si è data al francobollo usato. Come ha avuto modo di raccontare Giorgio Landmans in un suo saggio dal titolo “Nuovi o usati o su busta?” pubblicato dal sito Il Postalista (vedi anche bibliografia), “la passione per la filatelia nasce quasi contemporaneamente all’avvento del francobollo. Infatti oggi possiamo riscontrare che in qualche giornale dell’epoca apparirono delle inserzioni di persone che richiedevano francobolli usati”. Nel 1841 apparve sul “Times” di Londra, un annuncio con il quale venivano ricercati francobolli usati! Qualcuno li cercava come regalo, ma c’era pure chi era disposto ad acquistarli per una modesta somma di denaro. La conclusione di Landmans non lascia spazio ad interpretazioni. “la filatelia nasce come richiesta di francobolli usati.” Concetto ribadito anche da altri autori, persino dalla prefazione dell'opera in quattro volumi "Francobolli d'Italia" editata da Bolaffi per i tipi della Fabbri Editore alla fine degli anni Novanta, che mette nero su bianco che "la filatelia nasce dunque con il francobollo e in origine fu raccolta di francobolli usati recuperati dalla corrispondenza"

Lo stesso articolo, certamente pensato e steso con intenti ed obiettivi differenti da quelli di chi qui scrive, è comunque ricco di spunti per fare un passo indietro nel tempo e meglio comprendere che il “francobollo usato” quale opzione collezionistica è il frutto di scelte che di fatto possono essere etichettate come “commerciali”. Ogni dinamica che pone a confronto una domanda ed una conseguente offerta è all’origine di un “mercato” e fu il neonato mercato filatelico ad orientare le prime scelte dei collezionisti. Rendere, ad esempio, disponibili cospicue scorte di francobolli non più utilizzabili, in quanto gli Stati che li avevano emessi erano scomparsi o avevano radicalmente mutato la loro geografia politica, rappresentò un’irrinunciabile occasione per i filatelici di incasellare francobolli nuovi, non facendo più una particolare distinzione tra questi ultimi e tra quelli viaggiati, staccati dalle buste ed accuratamente lavati. Tant’è che anche i francobolli nuovi, in antica epoca, erano sovente lavati al fine di rimuovere la gomma. Quanto perché, come riportato da diverse pubblicazioni del periodo, si considerava la gommatura come un pericoloso substrato, intaccabile da batteri e muffe, soggetto ad indurimenti, ingiallimenti e screpolature, spesso responsabili anche del deterioramento del reperto dentellato nel suo insieme. Tant'è che la monumentale "Enciclopedia del francobollo", diretta da Fulvio Apollonio e data alle stampe nel 1968, spende parecchie pagine sui valori usati, concentrandosi però più sulle modalità di lavaggio ed asciugatura, che sulla qualità e la tipologia dell'annullo del singolo dentello liberato dalla corrispondenza. Non faceva quindi gran differenza che un valore fosse nuovo od usato, l’importante era possederlo per documentarne l’esistenza nel proprio album. 

prese corpo l’idea di collezionare i francobolli usati “su documento intero”, ovvero sulle corrispondenze postali nella loro interezza.

Ma si sa! L’occasione fa l’uomo ladro e l’idea di dare una spintarella al commercio dei valori usati, a discapito di quelli nuovi, fece nascere una generazione di falsari specializzati nell’annullare i francobolli intonsi, tanto che prese corpo l’idea di collezionare i francobolli usati “su documento intero”, ovvero sulle corrispondenze postali nella loro interezza. Negli anni ’60 del Novecento, si consolidò la tendenza alla raccolta della storia postale, ovvero del documento postale integro, che offre maggiori informazioni e quindi possibilità di studio e di ricerca. Non che questo abbia di fatto scoraggiato i falsari di annullamenti, ma di certo ciò rappresentò un’ulteriore evoluzione del mercato filatelico. Si dovrà attendere l’arrivo del francobollo commemorativo, la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo seguente, perché si cominci a configurare una chiara divisione tra i collezionisti votati al “nuovo” e quelli che orienteranno la propria raccolta al francobollo “usato”

Le motivazioni iniziali erano evidenti: i francobolli non viaggiati erano più facili da ottenere, in modo particolare perché l’aumento delle emissioni commemorative e l’evoluzione delle tariffe postali non sempre facilitava la reperibilità di alcuni francobolli usati che, d’altro canto però, costavano meno consentendo di poter orgogliosamente incasellare i propri valori nell’album anche ai collezionisti meno abbienti. Questi ultimi, per ovviare alla difficile reperibilità di alcuni francobolli allo stato di usato, “pregheranno i corrispondenti o i loro rivenditori di fiducia di far pretimbrare i francobolli, cosa che sovente fu fatta su buste che oggi sono denominate “buste filateliche”. A raccontarci questo particolare è ancora una volta l’articolo di Giorgio Landmans che precisa anche che le citate buste filateliche “nulla hanno a che fare con le cosiddette buste primo giorno che sono un prodotto degli ultimi 50-60 anni specifico delle PTT o di qualche organizzazione privata, predisposte e vendute al momento dell’emissione”.

Possiamo quindi trarre un’importante prima conclusione da quanto ci è stato raccontato, ovvero che quello che sovente appelliamo come un “annullamento di favore” non può certo asseverarsi tra le mode più recenti, ma ha già qualche bella ruga che diventa una zampa di gallina quando si strizza l’occhio a qualche più contemporanea definizione di “francobollo usato”, depurandolo dall’aggettivo “di favore”. Appare chiaro, alla luce di quanto ora sappiamo, che è assai complesso pensare di essere in grado di distinguere quali annulli sui nostri francobolli siano frutto di un viaggio postale a tutti gli effetti o siano il prodotto filatelico di un veloce passaggio di favore ad uno sportello postale compiacente. 


L'“annullamento di favore” non può certo asseverarsi tra le mode più recenti, ma ha già qualche bella ruga

Se poi volessimo trovare un ulteriore pelo nell’uovo, spostandoci in epoche più recenti, ci sarebbe anche da tenere in conto della “tassa di contrordine”. Un bell’esempio per raccontare di cosa si tratta è rappresentato dagli autambulanti postali, uffici mobili delle Poste ricavati da autocarri Lancia e dotati di sportelli per la vendita dei francobolli che, durante l’Anno Santo del 1950, stazionarono presso le quattro grandi basiliche giubilari: San Pietro, Santa Maria maggiore, San Paolo e San Giovanni in Laterano. Gli sportelli mobili, attrezzati di tutto punto, erano dotati, allo scopo di favorire lo smistamento della corrispondenza dei pellegrini, di una bollatrice meccanica con tanto di targhetta illustrata rappresentante la basilica di riferimento. Il fatto non passò inosservato ai collezionisti, in particolare agli appassionati di marcofilia, che si recarono in pellegrinaggio alle quattro chiese romane con tanto di cartoline affrancate per farsele annullare e portarsi a casa l’originale targhetta parlante. 

Esatto! Riportarsi a casa. Avete capito bene!
Lo conferma la particolare tariffa di affrancatura di quelle missive che non viaggiarono effettivamente. Chi le inoltrava allo sportello mobile, per riottenerne la restituzione dopo l’annullamento, doveva calcolare, in aggiunta alla normale tariffa vigente di 5 Lire, ulteriori 15 Lire di “tassa di contrordine”, ovvero la richiesta fatta alle Poste dal mittente di una missiva, per “riottenerne la restituzione o cambiarne l’indirizzo”, a condizione che la consegna non fosse avvenuta. Eccoci allora un bel po’ di valori dell’epoca annullati e non viaggiati che, una volta staccati dalle missive (perché magari parzialmente deteriorate o macchiate), entrarono nei nostri album come "usati". Non si può anche in questo caso parlare di un “annullo di favore”? O forse lo status tariffario particolare le rende più conformi ad una obliterazione d’ordinanza? Ciò non toglie che tale francobollo, staccato dalla missiva che ne consente la valutazione dell'affrancatura in tariffa, è un "usato" a tutti gli effetti. O no?

Se poi volessimo trovare un ulteriore pelo nell’uovo, spostandoci in epoche più recenti, ci sarebbe anche da tenere in conto della “tassa di contrordine”
In alcuni forum poi, mi è persino capiutato di assistere a discussioni rasentanti l'integralismo religioso. Dissertazioni dal taglio accademico riguardanti se davvero un francobollo staccato da una busta con annullo Primo Giorno di Emissione, potesse o meno essere classificato come "francobollo usato" o perlomeno se l'annullo fosse riconducibile alla casistica degli annullamenti "di favore".

Busta con annullo Primo Giorno di Emissione. Di favore?

A tale proposito può essere utile quanto scriveva Franco Siccardi il 6 novembre 2006 sul forum di lafilatelia.it, uno dei principali collettori di confronto e dibattito filatelico presenti nella rete, in un suo prezioso intervento intitolato “Gli annulli di favore non esistono”. Lo cito quasi integralmente, rimandando per gli approfondimenti alla bibliografia riportata in calce. 
“Tutta questa discussione sugli ombelichi degli angeli era già stata proposta sul forum tempo fa, e probabilmente lo sarà ancora in futuro. È tipica del collezionismo italiano moderno, fanaticamente legato al nuovo-centratissimo-mai-linguellato-gomma-extravergine-come-quando-è-uscito-dal-poligrafico, od alla storia postale, dove chi colleziona usati è guardato dall'alto in basso, come un poveraccio. Ed è basata su di un equivoco, alimentato dai venditori truffaldini di materiale pseudo usato, che denominano "di favore" annulli spudoratamente falsi. Non è assolutamente così nel resto del mondo, e non era assolutamente così in Italia sino a pochissimi anni fa. Iniziamo dalle definizioni, fondamentali. Per chi colleziona nuovo, i francobolli "non taroccati" si presentano in questi stati: nuovo illinguellato, nuovo linguellato, nuovo senza gomma. Gli altri (i rigommati) sono dei falsi. Dopo lavati, diventano dei senza gomma, ed hanno quindi il valore dei senza gomma. Per chi colleziona francobolli usati, i francobolli possono presentarsi: con annullo originale, in periodo (ed in alcuni casi, anche località) di validità, con annullo postumo. Gli altri (quelli con annullo falso) sono dei falsi e basta. E non valgono neppure una cicca americana masticata, in quanto il timbro falso non si può lavar via come la gomma. Vediamo ora le due categorie degli usati.
Tra i francobolli con annullo originale in periodo di validità vanno classificati anche quelli con il cosiddetto "annullo di favore", fatto apporre dai collezionisti per avere un annullo CERTAMENTE BUONO E CHIARAMENTE LEGGIBILE. Questa pratica era in uso in periodo di Regno, quando nessuno o quasi collezionava nuovi o storia postale, ed i valori più alti delle serie erano difficili da reperire staccandoli dalle lettere. Lo stesso accadeva (e ancora accade) in tutta l'area del collezionismo anglosassone, dove per i classici erano utilizzati timbri a barre deturpanti, ed i collezionisti che volevano avere nell'album francobolli e non macchie di inchiostro facevano e fanno annullare apposta (CTO, Cancelled To Order) i francobolli con il meno invasivo annullo a data (CDS, Circular Date Stamp). Questi francobolli, sicuramente non viaggiati, valgono, a seconda del francobollo, sino a 10 volte di più del francobollo "viaggiato", ma con annullo a barre. Ed ancor oggi, chi colleziona usati, e sono molti, cerca annulli CDS, infischiandosene se il francobollo ha viaggiato o no. Chi lo può stabilire???? Il valore del francobollo usato, per quell'area, dipende solo dalla chiarezza dell'annullo e dal fatto che non deturpi il francobollo. Vediamo ora gli annulli postumi. Per il 90% dei francobolli, detti annulli sono esattamente come quelli falsi: delle macchie di inchiostro apposte sui francobolli per frodare i collezionisti. Ma esistono delle eccezioni: ad esempio, molti francobolli degli anni Sessanta, acquistati in grande quantità dai cosiddetti "fogliaroli", si sono ritrovati negli anni Settanta ad essere svenduti al sotto-sotto-sottofacciale. E, specie gli alti valori, sono stati utilizzati in frode postale, per cui in questo caso non si tratta di un timbro per frodare i collezionisti. Non sono in grado di dire se tale utilizzo sia più o meno raro di quello in periodo di validità; ma detti francobolli hanno il diritto di rimanere in collezione anche con annullo postumo. Lo stesso dicasi per i valori di Regno usati nel 45/46, dopo la loro messa fuori corso. Se leggete bene, nessuno dei cataloghi più diffusi in Italia nomina MAI gli annulli di favore. Semplicemente perché... non esistono, in quanto non differenziabili in alcun modo da un annullo apposto su di un francobollo che era su di una busta viaggiata! Quindi, se volete collezionare storia postale, collezionate buste, o frontespizi, o frammenti. Se volete collezionare francobolli usati, collezionate francobolli con annullo leggibile in data di validità e non deturpante. Chi può dire se un francobollo con un tale annullo abbia viaggiato o no? Nessuno. Conclusione: gli annulli di favore NON ESISTONO, in quanto nessuno è in grado di distinguerli dagli annulli dei francobolli realmente viaggiati.”

Dibattito e riflessioni di sicuro interesse. Ma cosa scrivono i maggiori cataloghi filatelici nel definire cosa possa annoverarsi sotto l’aggettivo di “usato”? Il catalogo Unificato precisa che “le quotazioni degli usati si riferiscono ad esemplari con annullo originale, leggero, non deturpante. In particolare per valori del Regno d’Italia di un certo pregio (alti valori delle serie commemorative, posta aerea, …) le quotazioni riportate in catalogo s’intendono per annulli periziati originali. Gli usati con annulli aventi caratteristiche che non consentono di attestarne l’autenticità devono essere valutati come linguellati”.

Esemplari con annullo originale, leggero, non deturpante: il primo è più invasivo, ma ben leggibile; il secondo meno deturpante, ma in quanto a leggibilità...
 
Un poco più esaustivo appare il Catalogo Sassone. Ne prendo un'edizione a caso e leggo "per quanto riguarda il francobollo usato esso deve, così come per quello nuovo, essere ben dentellato e conservare intatto il colore originario. Normalmente non avrà al verso la gomma, mentre sul davanti sarà visibile un timbro postale. Questo non dovrà essere troppo pesante, possibilmente leggibile e soprattutto originale". Dopo essersi speso per citare che le grandi rarità filateliche sono spesso rappresentate da francobolli usati, il Sassone prosegue: "Durante gli anni '30, ad esempio, furono emesse in Italia numerose emissioni commemorative i cui valori più altri recavano un sovraprezzo a favore di vari enti. In pratica un francobollo utilizzabile per la tariffa da 5 lire, costava in realtà 7, 8 o più lire. Ciò fece sì che i francobolli furono acquistati esclusivamente dai collezionisti per le proprie raccolte e che pochi viaggiarono durante il periodo di validità postale. Molti anni dopo, con lo sviluppo prepotente del collezionismo degli usati di questo periodo, il materiale risultò assai raro. Importante è che l'annullo sia stato apposto durante l'effettivo periodo di validità postale".

Concluso il ripasso delle regole d’oro circa il nostro “usato sicuro”, dovremmo ora avere le idee più chiare, ma la verità è ben altra! Non perché chi ha cercato di definire alcune regole di mercato si sia espresso in modo poco chiaro, ma forse perché l'epoca filatelica contemporanea ha subito più di un repentino mutamento, parallelamente all'evoluzione del concetto stesso di postalità ormai sostituito da formule di recapito della parola scritta assai diverse. Lasciamo per un attimo da parte il periodo regnicolo più antico con tutte le sue implicazioni circa annullamenti e tariffe, in parte ben strutturato dalle regole che si è dato chi colleziona "storia postale". Proviamo a farla più semplice, restiamo nel periodo repubblicano. Stante ciò che abbiamo udito parrebbe a questo punto sia meglio possedere un francobollo con un bel annullo tondo, piuttosto dello stesso dentello vidimato dalla classica traccia a righe ondulate degli annulli meccanici della medesima epoca.

Meglio possedere un francobollo con un bel annullo tondo, piuttosto dello stesso dentello vidimato dalla classica traccia a righe ondulate?
Da notare che agli inizi degli anni Cinquanta le diffusissime bollatrici meccaniche Flyer in uso nei nostri uffici postali invertirono la posizione tra bollo circolare e targhetta meccanica spostando quest'ultima da destra a sinistra, proprio perché l’impronta "parlante" finiva sovente sul francobollo, limitandone la funzione pubblicitaria che essa avrebbe dovuto avere, poiché il francobollo stesso ne impediva la piena leggibilità. Se ne deduce che, prima del 1950, sono numerosi i valori usati che, quale annullo, presentano le linee ondulate o l'eventuale messaggio pubblicitario. Praticamente tutte quelle corrispondenze che negli uffici a media ed alta densità di attività si erano dotati di una o più bollatrici meccaniche. Non sono dunque autentici usati d'epoca?


Approfondimento. Per quanto riguarda le bollatrici meccaniche, oltre alla sezione dedicata nella mia collezione, vi rimando al mio blog: "Meccanizzazione postale" post del 3 dicembre 2016.

E qui sovviene un'altra domanda: paradossalmente e non potendone accertare l’origine è meglio un compiacente tondo di favore rispetto ad un meccanico, tenuto conto che proprio quest'ultimo potrebbe rappresentare la genuina testimonianza del viaggio postale?
E se il tondo si presenta come una traccia marginale, dove data e luogo non sono perfettamente leggibili, allora è meglio la nera ondulazione rispetto al datario circolare?

Negli anni '50 le bollatrici meccaniche Flyer in uso nei nostri uffici postali invertirono la posizione tra bollo circolare e targhetta meccanica

Lascio a chi mi legge la risposta, perché io proprio non c’è l’ho! Anche se dubito che il nonno collezionista fosse affranto da tutti questi problemi. Ma rilancio subito il sasso nello stagno, perché nel cercare di capire meglio cosa s’intenda per annullo d’epoca, mi domando come distinguere, quando non palesemente evidente, un francobollo emesso all'epoca, con chiari limiti temporali di utilizzo, poi impiegato per affrancare una missiva contemporanea, magari in tariffa corretta, viaggiato e regolarmente annullato allo sportello. Problema che si complica se il francobollo è stato a priori staccato ed inserito in album e se non si ha la corrispondenza a testimonianza dei fatti.

Eloquente esempio di emissione fuori corso "usata"
Eccovi, giusto nell'immagine soprastante, un eloquente esempio di ciò che volevo dire! Questa raccomandata, viaggiata il 7 gennaio 2017, mostra nell'affrancatura a sinistra tre valori "fuori corso": il 25 Lire Centenario della Seconda Guerra d'Indipendenza emesso il 27 giugno 1959, la cui validità postale cessava nel dicembre 1960; il 70 Lire emesso per la Campagna contro la malaria nel 1962 postalmente utilizzabile fino al 31 dicembre 1963; il 70 Lire del 1963 dedicato ai cento anni della Croce Rossa buono per affrancare le missive sino a fine 1964. Stante ciò che abbiamo letto i tre valori rinvenuti su questa busta non potrebbero in alcun modo essere incasellati come "usati" dotati di pedigree, ma di fatto l'annullo che li oblitera non è certamente falso e nemmeno di favore!


Ma non è tutto! Osservate questo aeroplanino svolazzante nel cielo azzurro e senza alcune nube a disturbarne la visibilità: emissione del 18 luglio 1967, proprio per celebrare il mezzo secolo trascorso dal primo francobollo di posta aerea. Dal 1° gennaio di quell'anno tutti i francobolli italiani sono ammessi in affrancatura senza limite di validità. A fronte di ciò una domanda mi sorge spontanea. Il valore che ho appena mostrato, viaggiato su una Posta1 in data 12 ottobre 2016, ha titolo per sedere accanto ai valori del medesimo periodo all'interno del nostro album? O sarebbe meglio un ben tondo anni Sessanta?

Il valore che ho appena mostrato, viaggiato su una Posta1 in data 12 ottobre 2016, ha titolo per sedere accanto ai valori del medesimo periodo

A questo punto, fatte le debite considerazioni, ci sarebbe pure da chiedersi se sia meglio ospitare nell’album un francobollo usato emesso nel 1978 che mostri un tondo leggibile, magari del 1979, rispetto allo stesso francobollo, senza limiti temporali d’utilizzo, annullato da qualche CMP nel 2012! Quanto alla leggibilità degli annulli poi, ci sarebbe da aprire un bel capitolo per l’area contemporanea visto che, diciamolo fuori dai denti, quando non annullate a penna, le affrancature filateliche che ci premuriamo di comporre con tanta passione sulle spedizioni effettuate in Posta1, mostrano annulli tutt’altro che leggibili, salvo ormai rare eccezioni dovute forse alla fortuita capacità dell’addetto postale di rammentare come si usa un timbro manuale.

Quando non annullate a penna, le affrancature filateliche che ci premuriamo di comporre con tanta passione sulle spedizioni effettuate in Posta1, mostrano annulli tutt’altro che leggibili.

Non si tratta di un fenomeno sporadico: così come mostro nella missiva della foto soprastante, posso affermare che una lettera su quattro di quelle che ricevo oggi, mostra annulli che sembrano apposti da pazienti in terapia riabilitativa dopo interventi alle articolazioni superiori. Annulli che io chiamo "fantasma", dato il loro aspetto ectoplasmatico non fa certamente onore al francobollo che aspira a far parte della nostra collezione di "usati" e che forse, dopo quello che ci siamo raccontati, rischia il l'esilio senza onore da ogni album che si rispetti.

Sulla già citata penna, quale succedaneo dell'annullo postale, di questo argomento sono pieni i forum, i blog e le comunity che in ridondanza ciclica riaprono sui social discussioni che altro non fanno se non evidenziare il fenomeno. Vi risparmierò quindi di mostrarvi le numerose (non esagero) missive che ricevo con il terrifico tratto di penna, salvo due esempi "da manuale"... di genuina fantafilatelia però!

Il primo caso è quello di una lettera viaggiata il 14 ottobre 2015 e lavorata dal CMP di Firenze, come si evince dall'annullo regolarmente impresso. Qualche solerte addetto postale, probabilmente accortosi che l'impronta meccanica aveva lasciato indenne il valore da 0,02 Euro ha pensato bene di riannullare il tutto con uno straordinario svolazzo di penna. Il secondo esempio arriva dal Regno Unito e senza bisogno di spiegazione alcuna ci racconta che "tutto il mondo è paese".

Chiudo per ora queste mie divagazioni sui francobolli usati, anche se proprio ora starei sfogliando la pagina d'album del 1951, proprio quella con i tre valori dedicati alle "Feste e Concorsi Ginnastici Internazionali di Firenze". E qui, su annulli di favore e francobolli "usati" ci sarebbe davvero molto da raccontare. Ma questa è un'altra storia!


Bibliografia

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lunedì 19 marzo 2018

Collezione 2.0: portabilità sfogliabile

In molti dei miei interventi sul concetto di fruibilità digitale della propria collezione, ho raccontato di come, grazie alle nuove tecnologie, oggi alla portata anche dei meno esperti, sia possibile fare esondare il proprio percorso collezionistico dal recinto privato ad uno spazio realmente pubblico, tutto ciò grazie alla condivisione resa possibile dalla digitalizzazione dei propri album. Oggi è diventata una pratica comune da parte di istituzioni culturali, musei, pinacoteche, centri archivistici e documentali di tipo storico e culturale creare un proprio avatar nel mondo virtuale, tutto ciò per portare fuori dalle mura di solida pietra il proprio patrimonio, rendendolo in tal modo fruibile ad un pubblico più vasto, ma anche permettendone un approccio di studio ed analisi nel dettaglio, senza mettere a repentaglio l'incolumità dell'opera d'arte o dell'antico manoscritto e, perché no, di quel raro e fragile francobollo.



La  digitalizzazione delle proprie collezioni è anche un modo, facendo sempre riferimento ad istituzioni museali, per fidelizzare ed amplificare il proprio bacino di utenti visitatori, avendo come finalità la promozione, la valorizzazione e la tutela del proprio patrimonio, per metterne in evidenza
aspetti poco conosciuti, ma sovente potenzialmente di grande interesse, soddisfacendo quindi i bisogni della propria utenza. Talvolta addirittura offrendo percorsi espositivi inediti, rendendo fruibili in digitale reperti conservati negli archivi o sepolti nei magazzini e non esposti per problemi di spazio fisico.

Tale pratica di condivisione e fruizione offerta dal mondo digitale ha iniziato addirittura a porre al legislatore nuovi quesiti. L’avvocato generale della Corte di Giustizia europea, Niilo Jääskinen, ha applicato un’eccezione prevista dalla direttiva Ue sul copyright stabilendo che, come ha riportato il Corriere Comunicazioni.it, le biblioteche possono digitalizzare i libri senza consenso dell’autore, quando tale possibilità si prospetti per le collezioni accessibili al pubblico per fini di ricerca. Le biblioteche dunque possono digitalizzare opere e volumi detenute nella propria collezione, senza l’accordo dei titolari dei diritti d’autore, per proporle agli utenti su postazioni di lettura elettronica. La direttiva sul diritto d’autore non consente agli Stati di autorizzare gli utenti a copiare l’opera digitalizzata dalla biblioteca su una chiavetta Usb, ma non impedisce, in linea di principio, di fare una stampa dell’opera. La presa di posizione apre nuovi orizzonti, anche nel campo di una biblioteca filatelica condivisa sfruttando sistemi documentali in cloud, argomento del quale però ho intenzione di parlare in uno specifico post, magari condividendo con chi mi legge qualche innovativa idea su come condividere testi, magari non più in commercio, di letteratura filatelica o vecchie riviste ormai introvabili sul mercato.



Ciò di cui invece voglio argomentare oggi è la sperimentazione che ho messo in pratica di poter rendere la mia collezione 2.0, ovvero la versione digitale di quella fisicamente dentellata, realmente portabile.

Mi spiego meglio: terminata la fase di digitalizzazione, per la quale va poi mantenuto il costante aggiornamento (per la parte meramente tecnica vi rimando al post "Ogni collezione è come un percorso ... anche virtuale"), si dispone di una serie di file pdf in buona risoluzione (minimo 300 dpi). Questi file infatti, solo successivamente sono lavorati al fine di ridurne la loro definizione al formato ebook necessario alla condivisione, quanto perché tale compressione li rende più velocemente fruibili online attraverso specifiche piattaforme quali Calameo ed Issuu che li trasformano nei cosiddetti formati sfogliabili (flip book). Un'innovazione geniale, se si pensa che da qualsiasi apparato digitale ed in qualsiasi parte del pianeta ci si trovi, basta una connessione Internet per consultare il proprio apparato collezionistico così come lo abbiamo nei nostri scaffali. Provare per credere: la mia collezione online.

Ma la portabilità vera è un'altra cosa. Deve, a mio parere, poter essere fruibile offline, ovvero senza nessuna connessione, in modo semplice ed intuitivo, meglio se grazie ad un apparato leggero e portatile come un tablet, un rettangolo digitale capace di stare in una borsetta od in uno zainetto. Da portarsi magari appresso a qualche manifestazione di settore, giusto per poter controllare un particolare francobollo, confrontarlo con un altro in vendita o, più semplicemente, per comparare un annullo o valutare se quello appena visto è realmente quello mancante o ci assomiglia solamente.


Il pdf derivati originariamente dalla scansione delle pagine degli album possono perciò rappresentare una risorsa preziosa. Ho dunque fatto un piccolo esperimento usando il mio tablet e sfruttando uno dei numerosi software gratuiti che consentono di gestire i file pdf come un ebook, contando appieno anche sulle caratteristiche di massima definizione degli stessi file. Molti sistemi operativi, ad esempio Windows 10, dispongono addirittura di un visualizzatore/lettore proprietario. Ove questo non sia presente si può ricorrere ai già citati software, primo tra questi MartView, considerato uno dei migliori programmi per sfogliare PDF come se fossero delle riviste cartacee. È ottimizzato per l’uso con i touch-screen ed include anche funzioni avanzate. È molto curato graficamente e molto semplice da utilizzare sin dal primo avvio. Ma ne esistono ormai di altri, validi ed alternativi: Calibre Portable, IceCream Ebook, giusto per citarne alcuni e suggerire che ogni sistema operativo può ormai contare su un efficace visualizzatore flip book.

Per illustrare come può diventare portatile la propria collezione  ho fatto ricorso ad un semplice video, utilizzando come esempio un mio album del Regno d'Italia. Dal video, per il quale ringrazio il figlio più piccolo che si è prestato a muovere le dita, si nota come dalla modalità pagina si può rapidamente passare ad una visualizzazione multipagina, così come è possibile ingrandire immagini e testi, sfruttando quindi la definizione massima per osservare i dettagli di un francobollo, così come scansito dall'album originale.
Calibre Portable Tratto da https://calibre-portable.forumer.it/
Calibre Portable Tratto da https://calibre-portable.forumer.it/



Aggiornamento del 24 marzo 2018

Che l'interesse ad una vera portabilità della propria collezione sia in deciso aumento lo testimonia anche scesa in campo di grandi nomi del commercio filatelico mondiale. Stanley Gibbons, ad esempio, ha messo a punto un prodotto online, rivolto ai collezionisti filatelici, che consente di mettere in rete, anche se non nel meccanismo di massima fedeltà di cui ho parlato nel mio blog descrivendo la digitalizzazione della mia collezione, il proprio apparato collezionistico, collegando ogni singolo valore al data base tecnico che l'azienda utilizza per i propri cataloghi filatelici. Il prodotto, immesso sul mercato con il nome di My Collection, prevede una sorta di canone che parte da 35 sterline inglesi all'anno.

La tecnologia utilizzata per My Collection ne consente l'utilizzo su tutti i dispositivi, PC, tablet e dispositivi mobili, prevede opzioni di ricerca versatili e potenti per individuare francobolli e relativi prezzi, è completamente personalizzabile consentendo di caricare le immagini dei propri valori e di includervi eventuli note e dettagli. Oltre a ciò consente di effettuare una comoda sezione riassuntiva che elenca il numero dei francobolli suddivisi per per paese e album, oltre ai dati sul loro valore di catalogo.


Il prodotto commercializzato da Stanley Gibbons ha come cuore bibliografico il famoso catalogo Stamps of the World che inventaria circa 500 mila francobolli e dispone di ben 180 mila immagini di emissioni relative ad oltre 730 paesi/regioni del globo.Utilizza i numeri di catalogo SG universalmente riconosciuti e contiene quattro guide pratiche dedicate al "Come identificare i francobolli".

La mia collezione
Per visionare in digitale il mio intero percorso collezionistico clicca qui

Bibliografia


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lunedì 12 marzo 2018

Piccoli pacchi e storie grandi

Non c'è nulla da fare, gira e rigira, lo scalino generazionale impone sempre un surplus di allenamento nel cercare di trasmettere e di condividere la propria passione di "raccoglitore". Ne avevo già disquisito in un mio post dal titolo, appunto, "incontri generazionali lungo il percorso", nel quale raccontavo di impegno e difficoltà nel coinvolgere i figli nella mia passione, senza forzature s'intende, ma con l'obiettivo, almeno, di offrire loro l'immagine di un genitore che non rappresentasse un pregevole pezzo di modernariato, ma proiettasse il senso del collezionare non solo come un incontrollabile desiderio di accumulare cose, ma come il piacere di viaggiare nello spazio e nel tempo e catalogare e conservare schegge del nostro passato, frammenti di storia, il ricordo di eventi e personaggi persi nell'oblio della topografia urbana, ma anche di ampliare il proprio orizzonte culturale semplicemente cercando di capire cosa un francobollo, un annullo od una vecchia missiva volevano celebrare o comunicare.


Certo che sono lontani i tempi in cui, come racconta La Stampa in un articolo dal titolo Walter Benjamin, filosofo, scrittore, critico letterario e traduttore tedesco, amava dire "per il collezionista, quello autentico intendo, il collezionista come deve essere, il possesso è il rapporto più profondo che in assoluto si possa avere con le cose: non come se le cose fossero viventi in lui, piuttosto è egli stesso che abita in loro" e continuava affermando che "i collezionisti sono fisiognomia del mondo delle cose. È sufficiente osservarne uno e badare a come tratta gli oggetti della propria vetrina. Si direbbe che appena li tiene in mano appaia ispirato da essi, abbia l’aria di un mago che attraverso di essi guardi nella loro lontananza".



Tornando a noi, accade che, nel molto orgoglioso tentativo di mostrare ai "millenium" domestici la mia sezione dedicata ai servizi della Repubblica, mi trovo innanzi quei sorrisetti ironici, leggermente beffardi, rivolti a me ed ai quei piccoli dentelli, stretti nel loro minuscolo formato pensato per spezzarsi tra plico e bollettino. A nulla sarebbe valso spiegar loro che il servizio dei pacchi postali, relativamente al periodo repubblicano, fu riattivato fra il luglio e l’agosto del 1946 e che quei piccoli francobolli erano testimoni della fine della Seconda Guerra Mondiale per gli italiani. Non solo! Essi rappresentarono un elemento importante della ricostruzione e della ripresa economica del Paese, essendo il vettore di merci e materiali che raggiungevano le famiglie in tutta la penisola, portando loro beni di prima necessità, aiuti materiali di conforto. Nemmeno la mia più ricca raccolta dedicata alla ricostruzione, che ho collocato nella sezione chiamata "la collezione del tricolore", avrebbe potuto catalizzare un interesse attivo da parte dei miei amati figli. Allora? Come sempre è stato necessario ritarare il punto di vista.

Per farlo mi sono rammentato di una storia che avevo letto qualche tempo fa sul sito dell'autorevole


Mary Pierstorff - (C)

C'era una volta una bambina, di nome faceva May Pierstorff. Era bionda e tra i capelli teneva legato un bel fiocco, a dare ancor più grazia a quel viso angelico, tipico di tutti i bambini del mondo. Difficile pensare alla piccola May alla stregua di un "pacco postale", ma questa è la verità! La bambina è probabilmente il più famoso pacco postale della storia di tale servizio. Il 19 febbraio del 1914, la giovanissima May, poco prima del suo sesto compleanno, fu letteralmente "spedita" dalla casa dei suoi genitori a Grangeville, nell'Idaho, recapitata ai suoi nonni a poco più di settanta miglia di distanza per, incredibile a dirsi, per soli 53 centesimi di francobolli. I genitori di May, infatti, avevano deciso di utilizzare il servizio di pacchi postali, iniziato solo l'anno prima. Nei primi anni di questo servizio, i clienti ed i funzionari postali ceravano ancora di comprendere i vantaggi ed i limiti di questo innovativo servizio offerto dal sistema postale americano.

Qualcuno si affretterà a dire che un caso sensazionalistico non fa la storia, ma la verità, documentata da Nancy Hope, storica e curatrice delle raccolte filatelico postali dello Smithsonian, è davvero un'altra. La piccola May non fu l'unica bambina che i genitori affidarono al servizio di pacchi postali del Dipartimento delle Poste a stelle e strisce. Non a portalettere qualunque, s'intende, ma a fidati impiegati postali con cui affrontare il viaggio in tutta sicurezza, quasi fossero accompagnati dal diritto di raccomandazione con tanto di assicurata appiccicata in fronte, May, infatti, fu recapitata da un parente che lavorava sui treni della posta ferroviaria statunitense, che probabilmente già aveva metabolizzato l'esperienza di un altro postino che, nel gennaio del 1913, prese in carico nella sua bolgetta il primo bambino "spedito" negli Stati Uniti da Batavia, Si trattava del figlio dei coniugi Beauge di Glen Este che fu trasportato dalla corriera del sistema postale rurale "Vernon Little" alla nonna che abitava a circa un miglio di distanza. I genitori del ragazzo pagarono solamente 15 centesimi per i francobolli e, siccome i figli non hanno prezzo, lo assicuravano anche per la cifra di 50 dollari. Dopo il maschietto fu la volta di una bambina, figlia dei signori Savis di Pine Hollow, località della Pennsylvania. La piccola fu spedita il 27 gennaio. Presa in carico dal "corriere rurale" James Byerly da Sharpsville, fu recapitata assolutamente indenne quello stesso pomeriggio ai parenti che vivevano a Clay Hollow. La baby spedizione costò ai suoi genitori 45 centesimi. 


(C)

Tale entusiasmo per il nuovo servizio di pacchi postali "made in USA" provocò un certo sconcerto tra i funzionari del sistema postale americano. Un disorientamento che spinse il Direttore Generale Albert Sidney Burleson, il quarantacinquesimo reggente delle Poste degli Stati Uniti, a varare una norma che stabiliva che i bambini non potevano essere considerati missive o pacchi. Ciò però, evidentemente, non fu sufficiente a frenare la voglia o la necessità di spedire, spendendo solo qualche centesimo, i propri figli da una parte all'altra del Paese. Le cronache raccontano che il

1915 fu l'anno in cui i "pacchi postali bambini" toccarono il loro culmine. Nel mese di marzo, Charles Hayes, del servizio di posta rurale di Tarkin, nel Missouri, trasportò la figlia dei coniugi Combs, la dolce Helen, affrancata alla stregua dei pacchi postali, per la modica cifra di 10 centesimi. Il portalettere consegnò Helen alla nonna, la cui abitazione non era però molto distante. Nell'autunno dello stesso anno Maud Smith, di tre anni, ha "viaggiato" da casa dei nonni a quella della sua famiglia a Jackson, nel Kentucky. Tale spedizione fu però oggetto delle cronache locali e il servizio giornalistico che ne nacque accese una inchiesta interna alle Poste americane, che stabilirono, in modo chiaro ed inequivocabile, che tale procedura era una chiara violazione delle regole postali. Fu l'ultimo caso documentato di "baby pacco postale".

Il record per il trasporto sulla maggiore distanza, ci ricorda Nancy Hope nel suo articolo, va però accreditato ad Edna Neff, di sei anni. Ha viaggiato dalla casa della mamma a Pensacola, in Florida, sino all'abitazione del papà, a Christainburg, in Virginia. Stante il suo ridottissimo peso l'affrancatura costò ai genitori solamente 15 centesimi.

Il "c'era una volta" finisce qui. Una storia già raccontata, ma che mi ha permesso di vedere un sorriso sul viso dei miei figli che forse, ogni volta che rivedranno quei piccoli francobolli dei pacchi postali della nostra Repubblica a riempire le pagine del mio album, si ricorderanno di quei bambini finiti nella capiente bolgetta del portalettere. Chiudo con un'ultima citazione di Walter Benjamin; "ciò che nel collezionismo è decisivo, è che l’oggetto sia sciolto da tutte le sue funzioni originarie per entrare nel rapporto più stretto possibile con gli oggetti a lui simili. Questo rapporto è l'esatto opposto dell’utilità e sta sotto la singolare categoria della completezza. Cos'è poi questa «completezza»? Un grandioso tentativo di superare l'assoluta irrazionalità della semplice presenza dell'oggetto mediante il suo inserimento in un nuovo ordine storico appositamente creato: la collezione".

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Bibliografia
    ➤
    ➤ Walter Benjamin, Opere complete. Vol. 1: Scritti 1906-1922; Einaudi, 2008
    ➤ Italo Calvino, Collezione di sabbia; Mondadori, 1984
    ➤ Nancy Hope, Very Special Deliveries,
  

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