mercoledì 18 maggio 2016

C'è tutto un mondo intorno


Nel ripensare la mia collezione e nel riprendere la struttura espositiva, secondo quella evoluzione tipica ed antropologicamente definita come accomodamento, ho volutamente tracimato oltre gli argini degli schemi tipici della casella, proiettandomi più al racconto di una storia, piuttosto che al puro effetto espositivo di ogni singolo pezzo. Tutto ciò, s’intende, nel bene e nel male di tale personale scelta.


Mi ha sempre colpito l’aspetto multidisciplinare delle raccolte museali in genere, così come la capacità di dare vita ad un racconto entusiasmante, anche con pochi semplici pezzi (vedi il post "la ricostruzione postbellica nel mio percorso repubblicano"). Nell'abitudine a raccontare le mie scelte collezionistiche ed a raccontarmi attraverso di esse, continuerò ad avvalermi di esempi reali, cercando quel trait d’union tra ciò che, pur non avendo nulla a che fare con la filatelia e le discipline ad essa collegate, può offrire ad un collezionista filatelico uno spunto alla costruzione del proprio percorso espositivo cercando nuove strade, puntando oltre gli orizzonti conosciuti.



Mi è accaduto di recente di visitare un piccolo museo monotematico tra i monti del Trentino, più precisamente il Museo dell’Orso allestito nel borgo di Spormaggiore, all'interno di una straordinaria area naturalistica del nostro Paese. La Casa dell’orso, così si chiama, è un museo dedicato all'orso bruno, animale simbolo del Parco Naturale Adamello Brenta. 

Allestimenti multimediali, strumentazioni video e ricostruzioni in dimensioni reali, distribuite in sei sale tematiche, offrono al visitatore la possibilità di conoscere, divertendosi, la biologia del plantigrado e il controverso rapporto che da sempre lo lega all'uomo. Tra plastici multimediali, suoni e giochi di luce, le storie di Masun, Kirka e degli altri orsi trasportati dalla Slovenia, reintrodotti nel nostro territorio, scorrono sui video e sui pannelli rotanti, mentre il visitatore può cimentarsi nel videogioco dedicato alla radiotelemetria.


Ad afferrarmi più di ogni altra cosa è stata però una sala in particolare: sotto un grande cielo stellato, in cui spiccano l’orsa maggiore e l’orsa minore, il visitatore riscopre l’importanza che fin dai tempi antichi e in tutto il mondo l’orso riveste nella nostra cultura: dall'orso di carta dei cartoni animati a quello che rivive nelle fiabe popolari, sino all'orso che ha ispirato il nome di borghi e cittadine o a quello che posa austero per gli stemmi di città in ogni parte del mondo. Ma c’è anche quello che si offre come protagonista indiscusso in film di successo sino all'orso testimonial nella pubblicità. 

Sì! E’ vero, mi sono subito accorto che poteva starci parecchio bene in quella sala anche l’amico plantigrade raccontato dai francobolli, ma il concetto che tale sala ha comunque espresso pianamente è quello dell’approccio multidisciplinare. Un modo di sviluppare un tema, l’orso, non solo analizzandolo e mostrandolo al visitatore per quello che è: un peloso e grosso mammifero onnivoro che durante l’inverno va in letargo e che nella bella stagione scorrazza tra i boschi grattandosi la schiena sui tronchi degli alberi. Ma cercando di raccontarlo anche per quello che esso rappresenta fuori dal regno animale o dal puro profilo zoologico.


La domanda sorge spontanea: quale approccio multidisciplinare è possibile con il nostro piccolo rettangolo di carta dentellata o fustellata? La risposta è quasi istintiva: il francobollo ha una sua chiara carta d’identità, è quella di un preciso rivoluzionario strumento nato per soddisfare il pegno economico previsto per il recapito della corrispondenza. Roland Hill nel 1839 fu l'artefice di una importantissima riforma postale che, soltanto un anno dopo, introdusse, prima al mondo, l'uso di una marca di stato con cui affrancare la posta come prova del pagamento di tale servizio: il francobollo.


Esso dunque testimonia, più per il passato, che per il presente il bisogno dell’uomo di far viaggiare da un luogo all'altro, da una persona all'altra, la parola scritta. Le pagine di ogni album si potrebbero quindi limitare a mostrare i nostri francobolli perfettamente incasellati e ciò basterebbe, lungo la linea cronologica che ne scandisce le emissioni, a documentarne il fine postale. Il ricorso alla parola posta però ci suggerisce che ogni francobollo è anche protagonista indiscusso della storia postale del nostro Paese e che quindi ogni missiva sulla quale è stato applicato il francobollo (o non è stato incollato quello specifico francobollo per determinate o impreviste motivazioni) costituisce un tassello importante per raccontare l’evoluzione del sistema postale, le modalità con cui, nel corso degli anni, esso è mutato, di pari passo ai cambiamenti della società, dei costumi, del modo di comunicare. Ecco che allora, nel mio quinto album, il centenario delle poste italiane diventa pretesto per un viaggio al tempo della diligenza. 

La scansione del tempo accompagna dunque i mutamenti avvenuti in ogni epoca ed è ancora il francobollo a prendere la parola, questa volta come cronista della storia, facendosi lui, in primis, narratore del suo tempo. Ogni dentello incornicia quindi un fatto, un avvenimento, un momento storico particolare. Perche dunque non utilizzare l'emissione per la settima giornata del francobollo, che riproduce l'asse viario principale della penisola, per incamminarsi in un divertente fuoriprogramma dedicato proprio all'Autostrada del Sole?


Se poi ci soffermiamo ad analizzare meglio alcune particolari epoche ecco allora che il binomio francobollo e strumento di propaganda diventa inscindibile, pensiamo ad esempio a quale eccezionale mezzo, grazie alla sua diffusione, esso ha rappresentato per ogni regime. Rappresentando quel valore postale, al di sopra ogni altro strumento divulgativo, l’affermazione di sovranità sopra un territorio. Ancor più ove, quei valori soprastampati da eserciti di occupazione e governatorati militari, avevano il preciso compito di identificare vincitori e vinti, occupanti ed occupati. Lo era in passato come oggi, tanto che il ricordo nel 1970 del celebre raid aeronautico Roma - Tokio si è trasformato, in questo mio quinto album, in un vero volo sopra e dentro la storia delle grandi trasvolate.

Ma ogni francobollo, in quello spessore minimale, nasconde una doppia dimensione. Ciò che i dentelli racchiudono sono talvolta storie multiple, storie nelle storie, sovrapposizioni evocative che mettono in relazione l’epoca di emissione con quella che il bozzetto intende celebrare. Un esempio? Un francobollo però è anche arte, anzi è doppiamente arte. Lo è perché accanto al dentellato che racchiude e quindi mostra, racconta, illustra l’opera d’arte più o meno celebre, c’è anche l’artista che lo ha fatto nascere al bulino, colui che ne ha decretato la genesi impastando la tecnica e la sensibilità che ogni artista miscela dentro di sé. 

Un’arte che, nel corso degli anni, ha fatta sua anche l’evoluzione tecnologica che ha accompagnato la stampa di ogni valore postale. (parlare di macchine e tecniche, di filigrane e dentellature). Tutto questo per dire che i propri francobolli possono offrirci, quale ideale modalità espositiva, numerose divagazioni per insoliti e differenti fuori programma, grazie a quell'approccio multidisciplinare che da quell'unico francobollo ci consente di spaziare ben oltre l’orizzonte dentellato che ne delimita i fisici confini.


E’ un po’ quello che tenta il mio quinto album del mio percorso repubblicano: un approccio multidisciplinare del soggetto dentellato

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Bibliografia

    ➤ Franco Filanci, Dizionario di storia postale, Cronaca Filatelica Speciale n°2, 
         settembre ottobre 1997
   
     

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sabato 7 maggio 2016

Presidenti tra i dentelli


I musei servono a incantare, ma più che altro servono a scoprire l’incanto. Non è solo una frase ad effetto. Essa condensa, meglio di qualsiasi altra affermazione, ciò che si dovrebbe provare colui che apre e sfoglia un album della nostra collezione, sempre seguendo quella logica che vuole ogni nostra cartella filatelica immaginata e costruita come la sala di un percorso espositivo. Manco a dirlo, la frase non è farina del mio sacco: essa apre un interessante articolo a firma di Roberta Bonetti, pubblicato sul sito della Regione Valle d'Aosta, che affronta il tema dell'educazione da un interessante punto di vista, senza risparmiare illustri, quanto controverse citazioni. Tra queste ultime anche quella di Bruno Bettelheim che affermava che “troppo spesso i musei odierni cercano di trasmettere ai bambini un tipo di conoscenza dalla quale non nascerà alcun senso di meraviglia”. A leggerla, mi è parso quasi un déjà vu. Una storia già vista, già vissuta (vi invito a tale proposito a rincorrere il mio post dal titolo "Incontri generazionali lungo il percorso").


Secondo l'autrice dell'articolo dal titolo "Così banale, così bello", le affermazioni dello psicologo austriaco Bettelheim si rivelano in "tutta la loro provocatorietà per il sistema educativo in generale. "In un mondo dove la meraviglia sembra essere esclusivamente associata allo spettacolare, al teratologico, come accadeva nelle wunderkammern del Seicento, pare che nient’altro sia più in grado di sollecitare la capacità di stupirsi e di vivere l’esperienza della contemplazione estetica". 

L'autrice propone, nel corso della sua analisi, attraverso qualche esempio tratto da percorsi espositivi a carattere interculturale, alcune interessanti modalità di come un buon uso dell’esperienza estetica possa scaturire dall'incontro con la normale “quotidianità” e come, attraverso questa, sia possibile vivere un senso del “bello” alternativo all'estetica imperante proposta dai mass media della nostra epoca, quella stessa epoca che tutti noi viviamo, l'era moderna che ha relegato il francobollo ad una zona grigia, una mezza via tra il reperto antiquario di superate forme di comunicazione e quello di un collezionismo attempato, ove il senso estetico, talvolta profondamente innovativo data la dimensione dell'opera, fatica ancora a stimolare i sensi delle nuove generazioni, abituate ad iperstimoli ben diversi.


Uno degli esempi citati nell'articolo riguarda una mostra: "Mappe, rotte e paralleli, persone, viaggi di carte e rappresentazioni del mondo". Un percorso espositivo interculturale che, attraverso una lettura “decentrata” della cartografia e della storia, fornisce gli strumenti per rivedere in modo critico alcune convinzioni antropocentriche, soprattutto il rapporto tra la modalità di conoscenza cartografica e la relazione con il mondo (dalla percezione del corpo alla rappresentazione dello spazio e del tempo). È una proposta che sorge in reazione ad un mondo globalizzato che fatica a trovare la via del dialogo fra le sue molteplici diversità. 

La cartografia nel percorso espositivo diviene così pretesto per riflettere sulle nuove geografie del quotidiano, in un percorso antropologico che attraversa esperienze di confine, di identità, di globalità, dall'abitare al vestire, all'uso delle cose. La carta geografica, si sa, non è il territorio, ma una sua rappresentazione o al massimo una sua percezione. Così come un francobollo o un insieme postale non incarnano la storia nel suo insieme, ma possono diventarne rappresentazione, percezione, scansione degli eventi. Così come la carta geografica fornisce solo un’immagine incompleta e parziale della realtà, il francobollo è un singolo tassello di un insieme più grande capace di innumerevoli connessioni. 

Anche nella nostra collezione, vissuta come una grande mostra, è dunque possibile mettere in scena immagini e oggetti della contemporaneità e fare esperienza in modo ludico con i "visitatori" piccoli e grandi di come questa rappresentazione dentellata ci offra nuove modalità con cui la realtà di oggi si connetta alla storia già vissuta. Il percorso va dunque sempre letto come un itinerario di scoperta.


L'esempio delle carte geografiche cadeva a pennello in questo mio intervento dedicato alla revisione ed alla ripresentazione del quarto album del mio percorso repubblicano, quello che comprende il biennio 1960 - 1961 ed include quindi anche il celebre Gronchi Rosa.

La sezione di approfondimento legata ai viaggi presidenziali della "prima repubblica" è stata ricollocata nella "collezione del tricolore", ovvero gli album che raccolgono gli obliterati della Repubblica Italiana. Aggiornamento del 3 gennaio 2108.

Un francobollo che ha trasformato un caso diplomatico, quindi una questione di mappe e di confini tracciati sulla carta, in un caso squisitamente filatelico. A cavallo degli anni Sessanta, le celebrazioni filateliche dei viaggi dei Capi di Stato erano divenute, all'estero, una vera moda. Forse per questo, in occasione dell'itinerario sudamericano del presidente Gronchi si pensò, senza rischiare troppe critiche, ad una apposita serie, senza dover ricorrere a particolari sovrastampe, così come era accaduto per gli Stati Uniti, o alla manfrina dell'amicizia, cui si fece ricorso per il viaggio in Brasile. Il 3 aprile del 1961 l'Italia stampò dunque tre francobolli per celebrare il viaggio del Capo dello Stato in Sudamerica. 

Al disegnatore fu dato però un atlante degli anni '30 che non teneva conto delle recenti conquiste militari del Perù, in modo particolare dei fatti avvenuti tra il 5 luglio 1941 e il 31 luglio 1942. In quei dodici mesi Perù ed Ecuador combatterono una guerra sanguinosa per il controllo di un territorio nel bacino del Rio delle Amazzoni. Il conflitto si concluse con la vittoria del Perù, che poté così annettere la vasta regione. Ma il disegnatore, guardando le vecchie mappe, non lo sapeva e così il Gronchi Rosa andò in stampa con i vecchi confini, suscitando le vibranti proteste diplomatiche del governo peruviano. La distribuzione fu immediatamente sospesa, ma ormai erano già stati venduti parecchi esemplari. Si tentò di correre ai ripari, disponendo l'immediato ritiro di tutti i francobolli nelle tabaccherie e negli uffici postali. Ma non fu sufficiente, molti erano già sulle buste. Si provvide pertanto a bloccarli negli uffici di smistamento, dove solerti dipendenti furono incaricati di coprire i francobolli rosa sbagliati con una versione grigia, corretta. 

Alcuni esemplari sfuggirono però alla grandiosa operazione, diventando così uno dei pezzi più ambiti dai collezionisti. Proprio da questa emissione di tre valori nacque il caso del Gronchi Rosa, cui il mio quarto album tra le altre cose dedica un doveroso approfondimento (con tanto di esemplari).



Una serie di francobolli che, a loro volta, si propongono come "voce fuori campo" per fare da guida a colui che sta sfogliando l'album in un nuovo viaggio sospeso tra la storia e la contemporaneità, quello dei primi viaggi presidenziali, a recuperare l'immagine del Capo dello Stato per come essa era percepita alle origini della repubblica. 

Con il “senno di poi” è infatti impossibile non notare come, la filatelia ed il fervore collezionistico del primo corso repubblicano, abbiano dato un forte contributo alla memoria storiografica circa il ruolo avuto dai diversi Presidenti nella politica estera italiana, ciò attraverso aerogrammi e buste commemorative, predisposte proprio per celebrare tali viaggi. Reperti filatelici e celebrativi ammessi a viaggiare sul volo presidenziale, sovente affrancati con i francobolli emessi per l'occasione. In altri casi si ricorse a buste FDC ricordanti l'evento e riportanti l'annullo del giorno di partenza del Presidente della Repubblica italiana, talvolta corredate di note ed informazioni.



Ho rivisto questo album revisionando ed integrando le schede storiche e di almanacco filatelico, ma soprattutto integrando nuovi pezzi del fuoriprogramma "presidenziale". La speranza è che, attraverso questi reperti incastonati tra le emissioni del periodo, mi sia possibile suscitare, anche attraverso l'elemento estetico che vi traspare, quella "meraviglia" assolutamente necessaria alla trasmissione della conoscenza.

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Bibliografia


    ➤ AA.VV, Politica e francobolli, 15/11/2014, Vaccari News (ultima consultazione 30/10/2019)
    ➤ Roberta Bonetti, Così banale, così bello, L'école valdotaine, n°70, aprile 2006

    ➤ Franco Filanci, Dizionario di storia postale, Cronaca Filatelica Speciale n°2, 
         settembre ottobre 1997
    ➤ Danilo Bogoni, Franco Filanci, Europa 50 una storia dentellata, 2007, Poste Italiane.
     

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lunedì 25 aprile 2016

L'universo della memoria e il tempo


La notizia scientifica, che a febbraio 2016 ha esondato oltre i canali degli addetti ai lavori, finendo nelle prime pagine dei quotidiani o tra le news di apertura dei telegiornali, è quella relativa alla osservazione delle onde gravitazionali. La misurazione di queste invisibili onde è per molti un risultato da Nobel  ”che apre nuovi canali di osservazione dell’universo“. E’ il presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, Nichi D’Amico, a commentare così il passo in avanti della scienza che ha confermato l’ipotesi di Einstein del 1916.


L’eco della scoperta del secolo non si è ancora sopita, ma gli scienziati sono già pronti ad andare oltre. L’emozione della rilevazione delle onde gravitazionali spinge già a pensare a nuovi traguardi. Se le onde, paventate da Albert Einstein, permetteranno di vedere e ascoltare buchi neri (la cui esistenza è stata di fatto provata grazie alla rilevazione delle onde), allora c'è un nuoco capitolo tutto da riscrivere. Ancora all'inizio del ventesimo secolo si pensava che lo spazio ed il tempo fossero realtà assolute, cioè che ogni evento fosse univocamente individuato da tre coordinate spaziali ed una temporale. 

Questa certezza andò in crisi con la scoperta che la luce ha sempre la stessa velocità dal punto di vista di qualsiasi osservatore, immobile o in movimento che sia, come avevano dimostrato Albert Abraham Michelson ed Edward Williams Morley con il loro famoso esperimento del 1887. Proprio a partire da questo postulato, Albert Einstein, con il famoso articolo "Zur Elektrodynamik bewegter Körper" ("Sull'Elettrodinamica dei Corpi in Movimento") del 1905, propose la sua teoria della Relatività Ristretta. Basti ricordare che essa ruota intorno ad un concetto rivoluzionario: spazio e tempo sono concetti relativi al sistema di riferimento, mentre ad essere costante è la velocità della luce. La rivoluzionaria teoria ha ispirato, nella selva di formule ed ipotesi collaterali, non solo scienziati, ma anche scrittori, sceneggiatori, autori cinematografici.


I viaggi spaziali con propulsione a curvatura (Warp), ad esempio, nascono dalla fantasia del creatore di Star Trek, ma c'è chi afferma che siano teoricamente possibili. Con un trucco fisico uno scienziato della NASA sta cercando di realizzarli, costruendo un'astronave che corre più veloce della luce. Il suo nome è Harold White, fisico e specialista nei sistemi di propulsione di nuova generazione. Secondo lo scienziato sarebbe possibile, almeno teoricamente, costruire veicoli spaziali capaci di solcare il cosmo a velocità superiori a quelle della luce. Ma tale propulsione non è in contrasto con la teoria della relatività generale formulata da Einstein? Per rispondere a questa domanda il dottor White scomoda un altro fisico, il messicano Miguel Alcubierre, che nel 1994, pubblicò un articolo dal interessante dal titolo The Warp Drive: Hyper-Fast Travel Within General Relativity (Il motore a curvatura: viaggi iper veloci all'interno della relatività generale). 

Nel trattato Alcubierre conferma che nessuno corpo può viaggiare a velocità superiori a quelle della luce, ma lo spazio si può contrarre ed espandere a qualsiasi velocità. Un'astronave dotata di motore a curvatura potrebbe quindi “piegare” lo spazio circostante accorciando le distanze, ma muovendosi comunque localmente a velocità inferiori a quelle della luce. E quindi senza violare le teorie di Einstein. Secondo Alcubierre in un paio di settimane di viaggio si potrebbe così raggiungere Alpha Centauri, distante dalla terra 4,3 anni luce.


Tutto questo per postulare due teorie filateliche: la prima è che un personaggio quale è stato e continua ad essere Albert Einstein non ha certamente necessità di emissioni filateliche per essere ricordato dai più. Nonostante ciò la filatelia lo ha celebrato a più riprese in campo internazionale, Italia inclusa che ha emesso un valore nel centenario della nascita il 14 marzo 1979, seguito il 7 agosto 1995 da un altro dentello, che lo ritraeva accanto a Galileo Galilei, in occasione 14º convegno mondiale di relatività generale e fisica della gravitazione. 

Non così però si può dire per quella moltitudine di personaggi di straordinaria levatura scientifica, culturale, economica e politica che hanno contribuito a tenere alto il nome dell'Italia o che addirittura sono stati artefici della costruzione dello Stato per ingegno ed acume, per saggezza e cultura, per quella preveggenza tipica delle menti geniali. Porto come esempio concreto il terzo album della mia collezione repubblicana, la mia terza sala di questo percorso museale che ho reso anche virtuale digitalizzandolo e rendendolo percorribile, sfogliabile. I nomi che i francobolli fanno emergere dalle pieghe della nostra storia sono davvero tanti, ma quanti sono coloro che veramente ne ricordano gesta o attività? Per mettere alla prova chi legge ne prendo solo alcuni, a caso, tra coloro che tra il 1951 ed il 1960 (il periodo che anima il mio terzo album repubblicano) la filatelia italiana ha deciso di ricordare:: Antonio Mancini, Vincenzo Gemito, Gian Battista Grassi, Amedeo Avogadro, Domenico Savio, Giovanni Fattori, Evangelista Torricelli.


Per chi ha ammesso di non ricordare, ma anche per coloro che mentalmente sussurrano di averne sentito parlare, cercherò una sintesi: Antonio Mancini non è uno dei componenti della banda della Magliana, ma un pittore italiano vissuto nella prima metà del Novecento facente parte della corrente dei veristi; Vincenzo Gemito è stato uno scultore, disegnatore e orafo dal grande consenso internazionale; Gian Battista Grassi medico, zoologo, botanico deve la sua fama ai suoi studi sulla malaria che fino XIX secolo, oltre ad essere molto diffusa in tutte le regioni del mondo a clima temperato o tropicale, era presente anche in Italia e mieteva un enorme numero di vittime; Amedeo Avogadro fu un chimico e fisico, sua un'ipotesi, oggi chiamata Legge di Avogadro, che stabilisce che "volumi uguali di gas diversi, alla stessa temperatura e pressione, contengono lo stesso numero di molecole"; Domenico Savio fu un allievo di san Giovanni Bosco, morto quattordicenne, proclamato santo nel 1954 da papa Pio XII; Giovanni Fattori è considerato tra i principali esponenti del movimento dei macchiaioli; Evangelista Torricelli, matematico e fisico, nel 1644, anno di edizione della sua Opera Geometrica, concepì il principio del barometro, costruendo quello che ora è chiamato tubo di Torricelli e individuando il "vuoto torricelliano". Torricelli e Viviani dimostrarono che il vuoto può esistere in natura e che l'aria ha un peso ponendo quindi fine alle millenarie discussioni filosofiche sull'horror vacui. Un'unità di misura della pressione è stata chiamata Torr in suo onore. 

Detto ciò la prima teoria filatelica appare chiara: i francobolli hanno avuto, e credo possano continuare ad avere, un importante ruolo nel puzzle della memoria collettiva di un paese, se non altro per quel loro delicato modo di riesumare gli spiriti più colti e nobili di una nazione, obbligandoci nell'osservarli e commentarli a togliere le ragnatele dai ricordi scolastici o quantomeno a cercare di saziare quelle che dovrebbe essere per un essere umano una necessaria curiosità intellettiva.


La seconda teoria si fa più vicina, pur in forma ardita e figurata, alla curvatura dell'universo, al concetto di poter viaggiare nello spazio a velocità tali da poter alterare anche il concetto di tempo. Pensate a quando prendendo tra le mani uno stradario oppure, giusto per esser più al passo con i tempi, quando digitate un indirizzo sul navigatore dell'auto: Via Cardinale Guglielmo Massaia, Cremona; Via Luca Signorelli, Orvieto; Via Alfredo Catalani, Venezia. 

Non starò a raccontarvi chi sono questi illustri italiani d'altri tempi, ma sappiate che anche loro sono raccontati con altrettante emissioni filateliche del periodo compreso tra il 1951 ed il 1960. Certo è che  quelle targhe di marmo o di metallo che nominano vicoli, vie, calli e piazze delle nostre città e che costituiscono lo scheletro della postalità di una nazione (la corrispondenza è veicolata proprio grazie a quei nomi ed in base a quei nomi spesso si determina oggi il codice postale nelle maggiori città), non rappresentano solo la linea temporale che unisce passato (il ricordo di personaggi od eventi di ieri) e presente (la geografia urbana e sociale del nostro territorio), ma è anche la rotta secolare tracciata dalla parola scritta nel corso del suo viaggio tra chi scrive e chi legge, parola guarda caso veicolata per decenni attraverso una lettera ed un francobollo, potendo accadere che chi in un'epoca abbia affrancato una missiva spedendola in un luogo che altri ricordava, sia stato a sua volta rammentato decenni dopo attraverso un francobollo spedito, magari per volere estremo del fato, ad una piazza proprio a quel ricordo dentellato intitolata.

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lunedì 4 aprile 2016

La collezione nella collezione

L'evoluzione della specie. Mentre digitalizzavo questa parte della mia collezione filatelica, per renderla parte integrante del mio progetto espositivo, cercavo anche di trovare la migliore modalità per introdurla. La genesi di questo segmento del mio percorso collezionistico è piuttosto singolare, anche se essa può inserirsi, stante le già esposte teorie sull'accomodamento (vedi pagina sull'antropologia del collezionista) in una sorta di evoluzione della specie dell'uomo raccoglitore.


Quando qualche "amico di un amico" o collega è a conoscenza della mia passione per la filografia e dunque per la filatelia, che ne è parte integrante, nella maggior parte dei casi ciò ingenera una reazione. Negli anni ho classificato tale spontaneo risvolto emotivo in tre principali cliché:
  1. quelli che mi osservano con smisurato stupore, talvolta emettendo un monosillabico "a" la cui traslitterazione suona come "cosa mai ci troverà in quegli insignificanti pezzi di carta";
  2. quelli che frugando nei meandri delle proprie connessioni sinaptiche riescono a mettere a fuoco di quando erano fanciulli e di una vecchia collezione di francobolli, probabilmente sepolta da qualche parte, messa ad ammuffire in un'umida cantina od a tostare in un'arida soffitta arroventata dal sole estivo, e che s'impegnano a portarmela quanto prima, nell'assoluta convinzione che dentro ci sia un esemplare del penny black e che io "che me ne intendo" possa certificargli  l'inaspettata ricchezza;
  3. quelli che, e sono i più dolci e simpatici, da quando apprendono del mio vizietto per il resto della propria vita continueranno a portarmi frammenti di lettere e "francobolli souvenir" venduti ai chioschi di ogni città turistica che si rispetti.


Detto questo, capita però che talvolta qualcuno arrivi e ti porga un vecchio album, di quelli con le strisce in pergamino, contenenti un'insieme confuso di valori dentellati, il più delle volte accatastati senza una logica precisa, se non quella di raccogliere e mettere i francobolli in fila indiana. "Prendilo tu, tanto a me non interessa" o "l'ho trovato in un cassetto del mio povero zio e finirei con il buttarlo". È un gesto questo che non va snobbato. Anzi, è il segno che il proprio interlocutore ha colto in chi gli sta innanzi un vero interesse, differente dai propri, ma realmente appassionato. 

Con questo gesto, alcuni anni fa, fu proprio un "amico di un amico" che mi si presentò con una scatola contenente alcuni piccoli classificatori, di quelli con le copertine rosse, verdi o blu. All'interno, in ordine sparso, un buon insieme, con molti multipli dei medesimi valori, di obliterati repubblicani. Li accettai volentieri e nel processo di sedimentazione di tutto quello che non consideriamo prioritario, finirono per essere archiviati in un cassetto. Subirono il medesimo trattamento dell'immenso patrimonio artistico e culturale che giace in letargo nei depositi dei nostri musei nazionali. Un paio di anni dopo, nel ricercare alcuni francobolli che avevo promesso a mio figlio, ecco spuntare quella collezione. 

C'era l'odore dei tigli che impregnava l'aria di una primavera precoce, la sera era di quelle tranquille e stimolanti. Iniziai l'operazione di riordino, cominciai a spostare, raddrizzare, riposizionare, giusto per dare all'insieme un senso cronologico. Un'operazione che mi impegnò per alcune giornate e che mi consentì di riscoprire le emissioni dei primi anni della repubblica come un periodo denso di missive, di emozioni, propositi, idee da comunicare, giacché i francobolli in questione erano tutti viaggiati, differentemente da quelli di cui già mi ero occupato. Poi di nuovo tornò l'oblio. In verità non mi dimentico mai dei miei "tesori" sepolti e non ancora esposti, mi limito ad attendere quell'idea che mi consenta di valorizzarli, magari armonizzandoli nel contesto generale del mio percorso espositivo: la cronologia repubblicana nei suoi primi decenni era già ben rappresentata da valori nuovi e da diversi fuoriprogramma di approfondimento.
 

L'idea giusta arrivo per caso, qualche anno dopo. Era uno dei tanti mercatini delle pulci, quelli che radunano rigattieri d'altri tempi nelle piazze assolate delle cittadine di provincia. Scorsi le cartelle verdi con la coda dell'occhio. Erano tre, se ne stavano in cima ad una polverosa pila di vecchie riviste anni sessanta, nascoste alla vista da una piramide di libri di fantascienza della serie Urania, ma ben avvolte in una di quelle borse di tela stile figli dei fiori. Ci misi un po' ad attirare l'attenzione del venditore, intento a piazzare una vecchia radio a valvole, ma quando le ebbi tra le mani scoprii con stupore che all'interno vi erano contenuti anche i fogli, tra l'altro in perfette condizioni, pur se assolutamente privi dei relativi francobolli. 

Si trattava di tre cartelle e relativi fogli editi da Bolaffi nei primi anni del Duemila e venduti come la Collezione del Tricolore. Prodotta nel perfetto stile di Casa Bolaffi, che ha da sempre assegnato ai francobolli il ruolo primario di "cronisti della storia", la collezione così ideata comprende i fogli a ventidue anelli prodotti in speciale cartoncino stampato a due colori con le riproduzioni dei singoli francobolli. Completi di taschine filateliche in speciale plastica trasparente e già applicate, per consentire l’ideale conservazione dei valori. Corredano l'insieme, per ogni annata, schede storiche redatte da importanti giornalisti ed illustrate con fotografie che raccontano gli episodi salienti di quegli anni. Il tutto ben alloggiato negli album in similpelle verde con sovrimpressioni color oro. Ci mettemmo un po' per accordarci, ma alla fine spuntai un prezzo davvero interessante e cominciai da intravvedere una nuova vetrina per quei valori lasciati per anni in un cassetto. Una quarta cartella, con tanto di fogli, la trovai su un sito di annunci qualche settima dopo. L'insieme di cartelle e fogli che avevo così strutturato comprendeva il periodo 1955 - 1989.


Trovata la nuova vetrina per dare il giusto risalto ai francobolli, la cui evoluzione li ha visti passare dai piccoli classificatori ai nuovi fogli che avevo reperito, si trattava ora di darle un senso in quel contesto espositivo che io considero un unicum, un vero percorso virtuale nel mio personale museo filatelico e postale. 

Lo spunto me lo ha offerto, ancora una volta, un museo vero: il Museo di Storia Naturale di Verona, la cui sede è Palazzo Pompei, uno degli edifici più importanti dal punto di vista storico e architettonico della città. Commissionato dalla ricca famiglia Lavezzola, tra gli anni 1530 e 1550, al geniale architetto Michele Sanmicheli, divenne successivamente proprietà della famiglia Pompei e nel 1833 il conte Alessandro Pompei lo donò al Comune di Verona per accogliere esposizioni, raccolte d'arte e collezioni scientifiche di notevole prestigio e importanza della città. Nelle ampie stanze del palazzo trovano oggi posto sedici sale espositive, una di queste ospita il Museo di Storia Naturale della Romagna che, creato da Pietro Zangheri, rappresenta la più completa documentazione sulla flora e sulla fauna di una regione italiana ed è descritto nella sua particolarità come un “museo conservato in un altro museo”.



Così s'inserisce oggi la mia Collezione del Tricolore: un percorso di visita a se stante in quel più ampio itinerario repubblicano che ho allestito album dopo album e che rappresenta il mio essere raccoglitore prima, accomodatore poi, secondo la già citata teoria che per un collezionista è fondamentale sperimentare il processo della conoscenza attraverso gli oggetti che egli mette insieme e che il processo di apprendimento assume una dimensione plastica nel momento in cui le categorie e le sottocategorie sono fisicamente evidenziate, disponendo gli oggetti in serie di album (le teche virtuali), la cui collocazione o disposizione muta ogni qualvolta lo schema della collezione è ristrutturato

Sembra un discorso complesso, ma in fondo tale forma di evoluzionismo collezionistico esiste da sempre ed è forse l'elemento che ha tenuto viva la voglia di collezionare nell'arco degli anni. Se è vero, infatti, che gli anni Sessanta del Novecento hanno visto il passaggio dalla collezione "sistematica", cronologica nel suo assetto, alla più articolata commistione con la storia postale, ovvero lo studio e la ricerca del documento integro con tutte le sue caratteristiche, non si può non notare che gli anni Settanta hanno visto l'affermarsi della collezione tematica, l'illustrazione di argomenti di proprio interesse attraverso materiali filatelici, di marcofilia e storia postale. Maggiore interesse, negli anni a seguire, ha poi rappresentato l'aerofilatelia, ma anche gli studi sulle specializzazioni delle singole emissioni, sino ad arrivare ai giorni nostri in cui la filografia, lo studio della parola scritta, ha finito per richiamare a se anche tutte quelle discipline filateliche che, apparentemente indipendenti, diventano interconnesse in quadro più ampio che vuole documentare il rapporto tra l'uomo e il suo modo di comunicare.


Detto questo vale come sempre l'invito a visitare il mio percorso collezionistico. Aggiungo subito, per correttezza d'informazione, che la Collezione del Tricolore è tuttora edita da Bolaffi che la pone in vendita (in questo caso con anche i francobolli) anche sul suo sito CollectorClub.

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mercoledì 23 marzo 2016

La ricostruzione postbellica nel mio percorso repubblicano


Quando all'interno di un percorso museale un itinerario tematico si integra al complesso espositivo, le vetrine del museo si rinnovano o trovano nuova collocazione in uno spazio che, in qualche modo, deve innestarsi nel racconto principale. Nella mia collezione le vetrine, ho già avuto modo di raccontarlo, altro non solo che gli album. L'apparato didascalico è invece rappresentato dai fogli che guidano il visitatore a meglio comprendere ciò che vede (vedi anche le pagine di questo spazio virtuale).


Il 31 ottobre 1946 nasce la prima serie di dentelli speciali del dopoguerra, nonché della neonata Repubblica. La serie, celebrativa del cambiamento istituzionale del Paese, è messa in cantiere sin dal giugno 1946 ed ampiamente annunciata dai Bollettini Illustrativi. De Nicola, che firma il decreto il 7 ottobre 1946, “riconosciuta l’opportunità di emettere speciali francobolli per celebrare l’avvento della Repubblica” si premura di specificare “che saranno senza sovrapprezzo” e “potranno essere usati in sostituzione di francobolli ordinari attualmente in corso”. Con questi francobolli prende inizio il mio secondo album dedicato al periodo repubblicano della lira, un insieme di emissioni che però ho voluto dotare del sostegno di un apparato iconografico postale, atto a anche a far comprendere meglio il clima che si respirava in quel preciso momento storico.
La sezione di approfondimento legata alla "ricostruzione post bellica" è stata ricollocata nella "collezione del tricolore", ovvero gli album che raccolgono gli obliterati della Repubblica Italiana. Aggiornamento del 3 gennaio 2108.



La necessità di ricostruire le attrezzature industriali produttive  distrutte dalla guerra, l’inflazione che avanzava vertiginosamente, la strozzatura della bilancia dei pagamenti, il deficit e la mancanza  di valuta, erano problemi da risolversi in tempi immediati. La  disoccupazione, che portava con sé l’esigenza di rilanciare lo sviluppo industriale, l’arretratezza del settore agricolo, colpito tra l’altro in modo particolarmente grave dalle distruzioni belliche, l’inefficienza del  settore dei trasporti e l’insufficiente produzione di energia elettrica, richiedevano una loro risoluzione nel lungo periodo.  A dipingere con grande chiarezza la situazione è una bella tesi di laurea di Alfio Caruso dal titolo "Il piano Marshall e l'economia siciliana, 1947-1952" (vedi bibliografia) che ci racconta anche che "se dal punto di vista internazionale il punto cruciale era il legame con gli Stati Uniti, che di lì a poco avrebbero dato il via al colossale Piano Marshall volto al sostegno ed alla ricostruzione dell'Europa uscita dal conflitto, sul fronte interno si rispolverò un'idea già sfruttata nel primo dopoguerra: il Prestito della Ricostruzione. Riedificare una nazione dalle rovine, che il secondo conflitto mondiale aveva prodotto in tutta l'Europa, era l'obiettivo primario nel Vecchio Continente ed anche l'Italia si stava rimboccando le maniche, cercando di mettere ordine tra rivalità politiche, rancori da guerra civile non ancora sopiti, in un'atmosfera a mezza strada tra le rivendicazioni sociali e l'aspirazione ad un benessere che cominciava a far capolino all'orizzonte".


Al termine del conflitto mondiale l'Italia, ma soprattutto gli italiani, necessitava di ogni cosa, soprattutto di alimentari. La povertà era infatti diffusa in molti strati della popolazione. Mancava la carta per scrivere, la farina per il pane, i fiammiferi, mancavano il carbone e la legna per cucinare, l'energia elettrica era erogata per poche ore al giorno e l'acqua sgorgava a singhiozzo. Nelle città si attivarono diverse organizzazioni benefiche che distribuivano il cibo. 

Tra le diverse iniziative internazionali furono molto attive quelle dei “pacchi dono”. Tra le più conosciute quelle messe in campo dal “Dono Svizzero” e dalla C.A.R.E americana (Cooperative for American Remittance to Europe) un'organizzazione che spediva pacchi dono a chi li sollecitava con una speciale cartolina inviata alla loro sede di Roma. A questa iniziativa, ma anche tante altre che hanno caratterizzato il periodo della "ricostruzione", ho voluto riconoscere un posto all'interno della raccolta filatelica principale con una fuori itinerario, una vetrina virtuale, che sviluppasse una storia nella storia. Non ancora esaustiva secondo il mio piano collezionistico che ha comunque un progetto già delineato per un'espansione di questa sezione, ma certamente interessante sotto il profilo storico e postale.


La revisione dell'album ha poi giovato di un mio recente acquisto tecnologico: una stampante di formato A3, che mi ha consentito di ridisegnare le schede di almanacco filatelico e storico nella più elegante veste dei fogli a 22 anelli. Per questo ho revisionato e sostituito anche le schede esplicative già presenti. Cosa non di poco conto se pensiamo che anche in una collezione, così come in un apparato museale, i colori ed i materiali dei supporti non hanno solo un significato estetico ma sono importanti elementi della comunicazione. Infatti, oltre a determinare l’atmosfera che vogliamo dare all'esposizione, essi possono costituire anche un vero e proprio codice di comunicazione. Per esempio possiamo evidenziare diverse sezioni del percorso espositivo utilizzando colori identificativi per ogni sezione; oppure usare un certo colore per i fogli con del testo introduttivo ed uno diverso per l’esposizione degli oggetti, distinguendo in tal modo le tipologie e le funzioni dei reperti presentati.

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Bibliografia
    ➤Alfio Caruso, Il piano Marshall e l'economia siciliana, 1947-1952, Tesi di Laurea Università
        di Catania, 31 maggio 2011, Disponibile su: http://archivia.unict.it/handle/10761/328
        (ultima consultazione 30/10/2019)
        

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giovedì 10 marzo 2016

La prima "sala" è un punto di partenza

La prima sala di un percorso museale rappresenta , per sua natura, una sorta di porta magica. L’inizio di un viaggio attraverso il tempo e lo spazio che i reperti che vi sono esposti intendono oggettivare. L’aver finalmente dato un corpo al primo album del mio itinerario repubblicano è stato per me come riallestire quella prima sala, quello spazio espositivo ove tutto ha inizio. Un principio rappresentato nello specifico da quella che, dal punto di vista filatelico, è considerata la prima serie ordinaria della Repubblica Italiana, ma che, allo stesso tempo, è anche l’ultima del Regno d’Italia, giacché la prima parte di essa, quattordici francobolli di posta ordinaria (con valore tra 10 centesimi e 50 lire), è stata emessa il 1 ottobre 1945.  Da poco cessate le ostilità, liberato il Paese, nell'Italia che rinasce dalle sue macerie, il segnale di rottura con il passato è quanto mai necessario, anche in ambito postale. Servono nuovi francobolli che sostituiscano quelli in circolazione appartenenti, anche nella loro rappresentazione figurativa, ad una Italia monarchica e fascista, spettro del passato e della guerra. 



Sulla serie Democratica esistono straordinari e raffinati percorsi collezionistici. Alcuni si focalizzano sulla pura cronologia degli eventi, sulle date importanti, altri si concentrano sulla storia postale affrontando analisi sugli utilizzi tariffari, piuttosto che sulle destinazioni o ancora sugli usi singoli dei vari valori. C’è chi, ad esempio, ha proposto, attraverso la Democratica, la storia del Re di Maggio, ultimo fugace bagliore monarchico del nostro Paese. Io disponevo solo di qualche scatola di buste e cartoline del periodo e per un lungo periodo di tempo ho pensato a quelle missive come ad una sorta di deposito di scarso valore documentario. Dimenticando per un attimo quella sorta di creativa follia che anima noi collezionisti raccoglitori. Ovvero quella straordinaria capacità di creare connessioni, di mettere in rapporto differenti dimensioni: il passato con il presente, il centro con il mondo periferico, l’oblio e la memoria. Come qualcun altro ha avuto modo di scrivere, i collezionisti “sciolgono l’oggetto da tutte le sue funzioni originarie per metterlo in rapporto più stretto possibile con gli oggetti lui simili” rovesciando i rapporti di potere e proprietà. Solo così quegli oggetti divengono desiderabili e desiderati proprio per quella società che se n’è liberata e che ritorna ad osservarli in una nuova prospettiva ed a scoprirne il significato nella dimensione inedita nella quale sono collocati, esposti, raccontati dal collezionista stesso.

Se tale concetto dilagasse anche ai depositi o alle cantine dei nostri musei, grazie al patrimonio culturale ed artistico del nostro Bel Paese, allora potremmo vivere solo esponendo ciò che abbiamo raccolto. In fondo quelle due scatole di corrispondenze di cui disponevo erano come un piccolo deposito di un nostro museo, marginale per le opere esposte, ma certamente in grado di dare vita a percorsi alternativi. Non dobbiamo mai dimenticare che in nazioni più affamate di reperti e di storia, sarebbero felici di allestire un piccolo museo con qualche nostro polveroso scatolone di storia dimenticata in una cantina. Non che qualcuno non ci abbia pensato: la Pinacoteca di Brera ha integrato i reperti di un magazzino nel percorso di visita, il Museo archeologico di Napoli propone nelle sale espositive una selezione di ciò che non si vede. Anche i marmi romani dell’Età dell’equilibrio sono stati recuperati dai depositi per dare vita a mostre specifiche, così come le opere esposte alla Galleria degli Uffizi per l’esposizione “L’Alchimia e le arti”. Il patrimonio in letargo nei depositi è immenso. Ha provato a conteggiarlo la Corte dei Conti nel 2011, scoprendo che non esiste né una stima dei reperti né una banca dati completa dei beni culturali statali, e ipotizzando che ciascun deposito dei 4.764 musei italiani (fonte Mibac) potrebbe contenere almeno lo stesso numero delle opere esposte.

Allora, ho pensato, forse da quelle due grosse scatole di buste, carte, cartoline affrancate con i valori della serie Democratica, nel mio immensamente piccolo, avrei potuto dare corpo a quel primo album, a quella sala da cui tutto inizia. Lasciando da parte ogni deriva accademica, non era mia intenzione sviluppare uno studio specializzato, ho ridisegnato nella mia mente più di un percorso espositivo. Ho spostato e rispostato buste, inserito e tolto fogli, tracciato percorsi in una o nell'altra direzione, senza riuscire però a trovare la risposta che cercavo.


Ad offrirmela la risposta è stato un piccolo museo che con la filatelia o la storia postale non ha nulla a che fare. La “Casa di eredità vivente”, traduzione letterale dallo sloveno di Hiša žive dediščine, sorge al posto della vecchia Scuola elementare di Bela Cerkev. L'ideatore del progetto è stato il comune di Šmarješke Toplice in collaborazione con il Museo nazionale della Slovenia, il Museo della Dolenjska e gli operatori turistici operanti nella zona di Šmarješke Toplice. Realizzato nel 2015 è stato finanziato dalle sovvenzioni europee a fondo perduto tramite il Ministero della cultura. All'interno, in un’unica sala, è collocato un percorso espositivo dedicato all'archeologia della zona. Pochi reperti per conoscere il passato della regione partendo dalla preistoria attraverso l'età antica fino alla migrazione dei popoli. Pochi pezzi, ben esposti, con un punto di inizio rappresentato da un gioiello permeato di fascino e mistero, l’orante, accanto al quale per analogia compare in grafica l’uomo vitruviano di Leonardo Da Vinci. Il segreto dunque non è nella dimensione espositiva, così come può non essere la rarità o l’unicità di un reperto a renderla interessante. 

Il collezionista può operare una scelta, una selezione, una lettura personale con cui raccontare e trasmettere la propria storia, un racconto che si va a collocare, con un proprio stile, dentro i quadri della vicenda generale e condivisa, arricchendola così di sfumature nuove.

Così è stato per questo mio piccolo contributo alla serie Democratica ed al mio intero percorso repubblicano, una prima sala che vi invito a visitare.

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Bibliografia


    ➤ AA.VV, L'alchimia e le arti, I Mai Visti, XII, ebook, Ed. Sillabe
    ➤ AA.VV, Minicifre della cultura 2014, Ufficio Studi Beni Culturali, 2014   
     

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martedì 19 gennaio 2016

L'evoluzione tecnologica postale come testimone della parola scritta

Nel rivedere ed aggiornare il mio percorso dedicato alla meccanizzazione postale, inserendo nuovi reperti ed ampliandolo con punti di vista internazionali, ho trovato necessario fare alcune riflessioni per contestualizzarlo nell'intero spazio espositivo rappresentato dalla mia collezione. Non potendo definirlo assolutamente filatelico, pur prendendo come punto di partenza l'emissione repubblicana nata per pubblicizzare l'introduzione del codice di avviamento postale, tale itinerario esplora molti aspetti della postalità: la marcofilia, la storia postale, l'interofilia, tanto per fare alcuni esempi. Non ultimo il tema della filografia.  

la parola scritta in movimento è sinonimo di posta

Filografia è un neologismo che deriva da philos e graphia, ovvero scrittura, indicante lo studio ed il conseguente collezionismo di tutte quelle tracce relative alla civiltà della scrittura, dai caratteri sumeri alle lettere inviate nello spazio, passando dalle pergamene medievali. Ogni reperto filografico non è dunque soltanto il singolo testimone di un'epoca, di una cultura o di una civiltà, ma è il tassello per ricomporre un puzzle millenario.

Non è istintivo pensarci, ma attraverso la raccolta, lo studio e l'analisi di antiche missive nella loro complessità (la tipologia, il contenuto, il francobollo, l'annullo postale) è, infatti, possibile ricostruire straordinari frammenti della nostra storia. Una storia che inizia lungo le rive dei corsi d'acqua dove si svilupparono le più antiche civiltà della terra: i Sumeri tra il Tigri e l'Eufrate, gli Egizi sulle rive del Nilo. Oggi abbiamo reperti filografici, lettere scolpite del periodo babilonese che ci raccontano, a caratteri cuneiformi impressi nell'argilla, cosa scriveva un principe alla sua innamorata, ma nulla ci è rimasto dell’approccio sentimentale di due giovani della nostra epoca fatto a colpi di sms.

la parola scritta impressa sulla pietra

La storia della scrittura però, nel corso dei millenni, si è evoluta, spostando il suo baricentro in Europa, grazie all'impero romano ed al costante processo di scambio culturale, ma anche attraverso l'incontro di Oriente ed Occidente. La stessa storia che, scorrendo in avanti, ha permesso la salvaguardia della sapienza antica durante il Medioevo cristiano e che compirà poi uno straordinario percorso per passare ai documenti di età imperiale fino a giungere alle pergamene ecclesiastiche medievali. La necessità di comunicare sistematicamente il proprio pensiero si trasformò ben presto in una quotidianità di relazioni, umane e commerciali.

Da qui la posta, perché un servizio postale statale efficiente è necessario per sostenere l'espansione degli scambi commerciali: dal suo progenitore avviato dalla famiglia dei Tasso, al servizio dell'imperatore, sino alla riforma postale inglese del 1660 pensata da Henry Bishop, da cui l'omonimo bollo, il primo a indicare mese e giorno.
 
La riforma postale inglese del 1660 fu pensata da Henry Bishop

All'inizio del XVIII secolo, si deve a James Chalmers, nel 1837, l'idea di una marca adesiva, progenitore di quello che sarà il francobollo. L'invenzione in Gran Bretagna del Penny Black, il primo francobollo del mondo, il 6 maggio 1840, rende più veloce il viaggio della parola scritta. Le lettere così affrancate raggiungono ogni angolo del pianeta, dando inizio al processo di globalizzazione. E fin dalla sua nascita il francobollo, partecipando a questa rivoluzione, diventa un vero cronista della storia. Lo rimarchiamo all'interno delle nostre collezioni più squisitamente filateliche. Così come non si può dire non sia "filatelico" l'avvento tecnologico della fluorescenza nei francobolli, componente di una ricerca e di una modalità pensate e nate in funzione di un nuovo modo di gestire i flussi di posta, della parola scritta quindi, attraverso nuovi metodi, meno manuali, più automatizzati.

Un percorso collezionistico che, in qualche modo, mette in correlazione postalità e progresso, parola scritta e tecnologia. Un itinerario che racconta il passaggio di un epoca in cui la necessità di ricorrere a nuove ed innovative macchine sgorgava dalla necessità di far fronte ad un veloce e progressivo aumento delle corrispondenze, ma anche di come, quegli stessi computer, capaci di leggere ed interpretare un indirizzo vergato su una lettera, hanno segnato l'inizio del cammino della parola tecnologica destinato, attraverso le odierne e-mail, ad influenzare enormemente, con la velocità della diffusione della comunicazione, il nostro modo di vivere e quindi di sostituire una cartolina con un post, una lettera con un sms. E forse di mandare in pensione quel tanto caro amato francobollo il cui uso quotidiano appare oggi drasticamente ridotto e il cui impiego, anche in ambito collezionistico, oggi è oggetto di continuo dibattito.


La parola scritta entra in rapporto con la tecnologia per viaggiare più velocemente


Forse però si tratta di "tanto rumore per nulla". Di un'inevitabile trasformazione sociale. Così come sta accadendo, filograficamente parlando, per la scrittura. Tanto per non dimenticare che le due cose, posta e scrittura, una relazione tra loro l'hanno sempre avuta.

Grande clamore ha di recente suscitato la notizia che la Finlandia, il paese con uno dei sistemi educativi più avanzati al mondo, ha deciso di mandare definitivamente in soffitta la bella calligrafia o meglio la scrittura corsiva. Da agosto 2016 i bambini finlandesi non impareranno più a scrivere le lettere dell’alfabeto una legata all'altra, ma solo in stampatello, con i caratteri facili da scrivere e soprattutto da leggere. E al posto delle lezioni di corsivo s'imparerà a battere sulla tastiera del computer. Così ha deciso l’Istituto Nazionale di Educazione finlandese: con buona pace dei tanti argomenti e dei tanti studi di psicologi e pedagogisti che dimostrano come il corsivo serva a sviluppare precise capacità cognitive nei bambini. La perdita della scrittura corsiva è una realtà assai bene documentata da sociologi, neuro linguisti, pedagogisti. E’ il risultato di un processo di omologazione culturale che si è accentuato con l’avvento delle nuove tecnologie, ma soprattutto sottovalutando l’importanza della scrittura corsiva che, in molti casi, è stata relegata al ruolo di Cenerentola nei programmi didattici.

Anche il Time ha pubblicato un reportage che parla di “lutto per la morte del corsivo”, segno che di problema planetario si tratta. Umberto Eco, ad esempio, parla del corsivo come del prolungamento della mano, qualcosa di assolutamente biologico. Una forma di comunicazione legata al corpo. Ho letto di recente un articolo interessante dove era spiegato molto bene che scrivere in corsivo significa tradurre il pensiero in parole, in unità semantiche, scrivere in stampatello vuol dire invece sezionarlo in lettere, spezzettarlo, negare il tempo e il respiro della frase. Non è dunque un caso che siano in tanti a ritenere che la perdita del corsivo è alla base di molti disturbi dell' apprendimento segnalati dagli insegnanti elementari e che rendono poi più arduo tutto il percorso scolastico.


Il corsivo quale testimone del passato

C’è addirittura chi si spinge oltre. Evi Crotti, psicopedagogista, scrittrice ed esperta di grafologia, dalle pagine de Il Giornale, ha scritto che la maggior parte degli adolescenti che preferiscono scrivere in stampatello pone in evidenza un disimpegno verso la realtà, un mascherarsi di fronte alla responsabilità. A fronte di questa analisi gli educatori, cito sempre la Crotti, dovrebbero fare molta attenzione prima di chiedere o addirittura d'imporre di sostituire una grafia illeggibile con lo stampatello, poiché ciò sottintende già qualcosa che non va, e cambiare il corsivo con lo stampatello è come prendere una pillola senza risolvere il problema che sta a monte. Forse è per questo che, in chiara controtendenza con il nord scandinavo, in Inghilterra alcuni anni fa diverse scuole hanno reintegrato l'uso della penna stilografica, per costringere gli studenti a reimparare la bella grafia, mentre in Francia alcuni istituti superiori sono tornati alla dettatura, visto che di anno in anno gli studenti avevano deciso senza motivo di decapitare migliaia di parole dei loro accenti adattando lo stile di scrittura a quello dei telefonini.

La Finlandia, ma forse anche gli Stati Uniti, la pensano in modo differente, più pragmatico: scrivere in stampatello, ha spiegato la funzionaria Minna Harmanen, è più veloce e si impara prima. Anche se in molti vedono, dietro questa decisione apparentemente dettata solo dalla comodità, una sorta di ostilità ideologica nei confronti del corsivo considerato troppo elitario: lo stampatello garantisce una scrittura meno personale, certo, ma sicuramente più «democratica» perché uguale per tutti. Giuliana Ammannati è una pedagogista clinica ed un’insegnante, per oltre un decennio ha messo sotto la lente la scrittura dei suoi allievi adolescenti. La sua teoria sull'abbandono del corsivo? Questo tipo di scrittura è propria, ti mette a nudo, ti rende unico. Più facile nascondersi dietro l’omologazione dello stampatello. Si notano grandissime resistenze a far uscire i ragazzi dall'uso costante dello stampatello al punto che dopo aver scritto in corsivo non riescono a rileggere le proprie parole, per questo poi, a seguire, continuano nell'uso dello stampato. Se a questo aggiungiamo che l’impiego di strumenti come telefonini e notebook ha imposto una nuova forma di linguaggio breve, ridotto ai minimi termini, non dobbiamo stupirci se qualcuno vi scorge un impoverimento della lingua e della capacità espressiva. La decisione finlandese è, forse, lo specchio dell'epoca digitale: mandare una mail è più semplice, immediato, meno costoso.


troppe mail inutili, spesso d'istinto, in modo compulsivo

Un dibattito aperto, ricco di spunti. Non ultimo quello che scrivere una lettera, così come lo si faceva una volta, ti obbliga ad una riflessione: quello che ho da dire, da raccontare, da domandare, vale davvero l'impegno di mettersi davanti ad un foglio bianco ed una penna? Oggi si scrivono tante, troppe mail inutili, spesso d'istinto, in modo compulsivo. Talmente tante che chi le riceve, talvolta, non ha nemmeno voglia o tempo di leggerle. E che dire poi della memoria storica? Intendiamoci parlare della perdita della scrittura corsiva non significa demonizzare per forza la tecnologia digitale. Ci deve però fare riflettere su quello che perdiamo, sul fatto che possa valere la pena di perderlo completamente o meno.

Il passaggio dalla carta al codice binario, che in fondo ha dato una bella spinta alla perdita del corsivo e al declino del francobollo per i fini cui era stato inventato, ha anche messo in luce quanto la promessa dell’eternità offerta dal digitale si sia rivelata una bugia colossale. Oggi la moderna tecnologia si cannibalizza da sola. Acquisti un computer, un lettore di supporti digitali e appena lo hai installato ed hai fatto tuoi i sui segreti scopri che è già obsoleto.Faccio un esempio: pensate ad un incunabolo del quindicesimo secolo. Consunto, ingiallito, tostato dal tempo, reso fragile dall’età. Indossi un paio di guanti di cotone, lo sfogli con cura. Lo leggi. Così come si può fare con una missiva vergata a mano. Sei secoli nel mezzo eppure, nel terzo millennio dell'uomo sulla terra, si è ancora in grado di leggerlo. Non è così per vhs, un floppy un cd vecchio di qualche anno. Tra un po’ sarà difficile pensare di leggere i dvd di prima generazione. Proviamo quindi a pensare alla nostra corrispondenza più recente! Quante mail ed sms abbiamo conservato degli ultimi sei anni? Pochi vero? Tra trenta, quarant'anni sarà impossibile ricostruire frammenti della nostra vita così come, invece, possiamo oggi fare con la "vita degli altri" attraverso le lunghe intense epistole che i collezionisti, come me, conservano.

la parola scritta è stata elaborata, processata, trasportata e recapitata

Tutto questo per arrivare a dire che, a fronte dei cambiamenti epocali cui la civiltà della scrittura è assoggettata, ogni aspetto con cui la parola scritta è stata elaborata, processata, trasportata e recapitata assume il valore di un racconto storico, più o meno filatelico, più o meno filografico, ma certamente importante per comprendere i mutamenti che hanno influenzato il nostro modo di comunicare con gli altri.

la collezione come percorso espostivo

Per questo ho deciso di approfondire ed ampliare il mio percorso dedicato alla meccanizzazione postale, come sempre immaginandolo come un percorso espositivo, ampliando gli orizzonti oltre i confini nazionali e procedendo in avanti cronologicamente, fermo restando l'idea diproseguire nei prossimi mesi arricchendolo di con nuovi capitoli dedicati a CMP italiani e alla loro evoluzione sino ai giorni nostri.


Elenco dei post sul tema:
🔄
La meccanizzazione postale
🔄 Smontare e rimontare come in un museo
🔄 L'evoluzione tecnologica come testimone della parola scritta
🔄 La rosa dei venti ... per ripartire dalla Città Eterna
🔄 Meccanizzazione postale: una divagazione tematica riorganizzata  

La mia collezione
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Bibliografia


    ➤ Marco Nundini, Vite Corsive, 2013, Il filografo
    ➤ AA.VV, Elogio della parola scritta, 2008, Allemandi-Bolaffi
    ➤ Evi Crotti, Stampatello sotto accusa, 22/06/2011, Il giornale .it 
         (ultima consultazione 30/10/2019)
    ➤ AA.VV. (redazione Scuola), La Finlandia dice addio al corsivo, 08/12/2014
         Corriere.it, (ultima consultazione 30/10/2019)
    ➤ Cesare Cavalleri, L'insostenibile eclissi del corsivo al tempo dello smartphone
         23/08/2017, Avvenire.it, (ultima consultazione 30/10/2019)
    ➤ Umberto Eco, Pensieri in bella copia (da La bustina di Minerva), 07/08/2009
         L'Espresso+ (http://espresso.repubblica.it/). Ultima consultazione 30/10/2019
     

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