venerdì 22 luglio 2016

Passione, feticismo e patologia del collezionismo

La domanda che spesso mi sento rivolgere quando qualcuno interagisce con la mia collezione, sia in modo diretto, sfogliando uno dei miei album, oppure in modo virtuale visualizzandoli a colpi di clic, è quanto tempo dedico alla mia passione. Non l'unica per fortuna! Generalmente l'istinto mi porterebbe ad esclamare "parecchio", ma se rispondessi in modo così passionale cadrei certamente in errore. Sì. Perché poi, a pensarci bene, dedico molto meno tempo ai miei reperti postali di quanto faccia un tifoso di calcio per la sua "fede" sportiva, sommando partite, trasferte, discussioni da bar, tempo televisivo, satellitare, in chiaro o pay tv che essa sia. E non ho calcolato la Gazzetta dello Sport!


Se rispondessi così però rientrerei nella categoria degli alchimisti della statistica, quelli del "che se io mangio due polli grigliati e tu nemmeno uno, ne abbiamo mangiato in media uno a testa", in barba al rumoreggiare antipatico del tuo stomaco vuoto. Quindi, nella risposta al quesito e nel computo temporale, va o non va considerato il tempo di lettura o di approfondimento? Ovvero, se chi scrive è persona che, quale hobby creativo ed intellettivo, ha nutrito l'amore per la lettura, il tempo dedicato ad un saggio sulle vicende triestine (propedeutico, se non fondamentale, per dare un senso alla raccolta filatelica di Trieste), deve calcolarsi come tempo addebitato alla filatelia o è parte esclusiva del proprio flirt per la letteratura? Se, ad esempio, da cultore del documentario storico d'autore, il collezionista trova spunto nella visione di programma televisivo dedicato all'esplorazione polare per modificare, strutturare o accomodare in modo del tutto nuovo i sui reperti, quel tempo di visione a quale hobby andrà addebitato? Alla filatelia o al documentario?

Vien da se che la risposta al quesito originario "quanto tempo dedico alla mia passione" è una sola: "il tempo disponibile e necessario". Disponibile e necessario rispetto ad una personale soddisfazione, ad una necessaria voglia di ludico svago dagli impegni quotidiani, compatibilmente con le priorità del quotidiano esistere. Colgo l'occasione per impantanarmi in questa divagazione giusto per dare un senso al tempo che dedico alla mia collezione e un tempo a ciò che non ha senso nel commentare ciò che accomuna il popolo dei collezionisti.



Né troppo poco, né in eccesso. Ma esiste veramente quel risvolto patologico che travalica la sana follia che ci pervade ogni qualvolta teniamo un dentello tra le mani?

Nel rilanciare il quesito mi è tornato alla mente un articolo che mi lasciò parecchie perplessità e che, pur con tutto il rispetto possibile, non mancò di strapparmi pure qualche sorriso, di quelli che ti vengono spontanei quando si mette in atto il tentativo di trattare con troppo rigore scientifico qualcosa che principalmente ludico dovrebbe essere. A scriverlo è Barbara Rossi sul sito del Centro Italiano Sviluppo Psicologia di Roma. L'autrice identifica tra le caratteristiche di un collezionista del nostro tempo "il desiderio di possedere un oggetto raro, rappresentativo di una certa epoca, di cui può godere singolarmente in segreto o eventualmente con pochi privilegiati. Inoltre l’oggetto deve avere un certo “carattere” in termini di significato simbolico. Lo scopo che soddisfa il collezionismo è vario: un modo per evadere, o per esprimersi, per comunicare, per distrarsi, per condividere con pochi altri in grado di comprendere l’unicità di quel particolare oggetto. Ancora, collezionare è sfidare il tempo, è tuffarsi nella storia per ridare vita a delle passioni umane, un rivivere le vicende che hanno portato alla creazione di quel particolare oggetto."

Caratteristiche, quelle citate dalla Rossi, sulle quali periodicamente filosofeggiamo, in modo particolare su quello stantio senso esoterico del collezionismo solitario, quasi asociale, quello che forse allontana più che avvicinare nuovi 'adepti'.

L'autrice però prosegue sottolineando che "il collezionista, in questa veste di raccoglitore attento, svolge anche un’importante funzione di controllo rispetto a sue particolari ansie. Un vecchio proverbio dice: 'se non puoi vincerlo, alleatici!' e collezionare è anche un modo funzionale e indiretto per annullare la percezione del passaggio del tempo, per evitare di separarsi dal passato o dai ricordi, per evitare di essere travolto dalle passioni più umane e carnali. Egli gode dell'oggetto in gran segreto, si sente un privilegiato per questo e quindi anche presuntuoso".


Ed allora? Vien da domandarsi fino a che punto il valore del “chi sono” si misura con il “cosa possiedo”? Quando si tratta di una nobile passione artistica e quando invece di una patologia ormai cronicizzata? L'autrice dell'intervento prosegue ribadendo che "anche una mostra è una collezione di quadri, di oggetti rappresentativi di un tempo, che nessuno considera espressione di patologia, e che spesso siamo sollecitati a vedere e commentare. Stimola nuove idee, pensieri creativi, nuovi sguardi prospettici, per cui allarga la nostra visione del mondo. La passione diventa mania quando il collezionista è irretito nella tensione e nel desiderio dell'accumulo, fino a cadere in una voragine che attrae ipnoticamente e alla quale è impossibile sottrarsi. Da questo vortice nasce la domanda cruciale: «fino a che punto sono io il protagonista, e fino a che punto, per converso, sono io il succube delle cose?». Questa domanda si accompagna a un certo malessere. Quando una persona si pone tale domanda spesso significa che ha già attraversato il confine, che ha perso il controllo, il protagonismo della situazione. “Le cose che possiedi prima o poi ti possiedono" e questo potrebbe essere ricordato come monito per tutti.

La frase ad effetto fa molto sceneggiatura da serial americano, di quelli stile Criminal Minds, tipo "a forza di guardare dentro l'abisso, prima o poi sarà l'abisso a guardare dentro di te". Comunque la si voglia raccontare è indubbio che una collezione è in parte rivelatrice della personalità del collezionista. In termini psicologici, ci parla simbolicamente e segretamente dell’oggetto delle sue ansie e dei suoi desideri, quindi di una parte di se stesso. La Rossi prosegue ribadendo che "ci sono collezionisti di francobolli, che ci parlano della paura del cambiamento, del timore nella relazione con gli altri; i collezionisti di monete, che indirettamente comunicano sul valore che diamo alle cose; il collezionista di preservativi, che parla di un’ansia che pervade l’area della sessualità, la paura del contatto, il bisogno di proteggersi nello scambio con l’altro, la mediazione tra sé e altro, il desiderio di una relazione; il collezionista di fiammiferi, strumenti di difesa e di attacco; il collezionista di borsette di carta o plastica, magari di Paesi diversi, dove il desiderio di essere cittadino del mondo si accompagna al bisogno di proteggere le proprie origini."



C'è però chi non è affatto d’accordo con le teorie psicanalitiche sul culto dell’harem, che mettono in relazione il collezionismo ossessivo con il feticismo. Lo dice a chiare lettere un tal Alberto Bolaffi, attraverso un articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa nel luglio 2015, a firma di Mario Baudino, dal titolo accattivante: “Raccogliere oggetti? Uno stadio dell’evoluzione”.  Gli oggetti raccolti pazientemente o furibondamente non sono odalische intercambiabili, fantasmi che sostituiscono la realtà. Al contrario, dice il celebre mercante di collezioni, e collezionista va da sé lui stesso, non si tratta né di malattia né di perversione, ma proprio di una della «nostre efficienze intellettuali». Collezionare è quindi un concentrato di esperienze, è osservare, conservare, comunicare. "L’uomo ha già cominciato la sua evoluzione collezionando. Che cosa sono le grotte dipinte se non una forma di comunicazione e una collezione?». Se lo chiede lo stesso intervistato, citando pure un Giulio Cesare che "raccoglieva monete della Repubblica e dei territori conquistati". Ma prima di lui, quanti hanno raccolto conchiglie, drappi, statue di dei? Ne troviamo le tracce più antiche nelle tombe, fra morte appunto e sogno di rinascita". In fondo una collezione nasconde anche un po' del nostro recondito desiderio di eternità, nascosto in quella segreta speranza di trasmettere la passione ai figli insieme a quanto abbiamo raccolto, affinché la collezione si perpetui per generazioni.

Ma il rischio dell'ossessione dunque esiste? Una delle risposte all'intervista è chiara "se una persona non ha un buon equilibrio può combinare disastri. Nella filatelia ci sono stati anche casi di omicidi per pezzi contesi". Prima dell’età moderna collezionare era quasi un obbligo per i ricchi e i potenti, per ragioni che andavano dal prestigio alla mistica. Collezionare significava sapere, ed è curioso quanti dipinti rappresentino personaggi potenti con un foglio e una penna in mano, per sottolineare che sapevano leggere e scrivere. La società moderna ha certamente mutato confini e modalità del collezionare. Ma per molti raccoglitori la famosa casella vuota resta quella che non ti lascia dormire di notte. A questo punto, avverto chi mi sta leggendo, si scopre che esiste un immenso mondo di esperti, di molto esperti, di espertissimi che si offrono come guida nel micrcosmo freudiano della dipendenza da accumulo (chissà poi cosa c'entra con il collezionismo) e che cercare di seguirne il filo e come addentarsi nella tana del Bianconiglio ed allora sì... che davvero sarebbe difficile dormire la notte, altro che casella mancante.


Qualcuno arriva persino a citare i risultati di un nuovo studio di scansione celebrale, pubblicato online dagli “Archives of General Psychiatry ”  e diretto da David Tolin della Yale University School of Medicine “,  il disturbo da accumulo compulsivo è  “un’acquisizione eccessiva ed un’incapacità di gettare via oggetti, con conseguente disordine disabilitante". Quindi? Nell'articolo si raccomanda: “Cercate di mantenere l’igiene personale e di fare il bagno. Se avete accatastato degli oggetti nella vasca o nella doccia, spostateli per potervi lavare ”. Tiro un sospiro di sollievo: i francobolli nella vasca da bagno proprio non ci vanno, salvo che si decida per uno scollamento stile industriale di valori obliterali dalle buste.

Vero è che la fantasia dei collezionisti non ha limite, ma attenzione qualunque sia l'oggetto del desiderio (francobolli inclusi), tutti i collezionisti condividono un rischio: potrebbero sviluppare un disturbo ossessivo-compulsivo. Non lo dico io! Sono affermazioni della psicologa Francisca Lòpez Torrecillas, esperta di dipendenze del Dipartimento per la valutazione e la terapia dei disturbi della personalità dell'università di Granada, in Spagna, ne è convinta sulla base della sua esperienza in clinica: «Negli ultimi anni ho osservato un numero crescente di casi in cui il collezionismo senza controllo è sfociato in un vero disturbo ossessivo-compulsivo o nella dipendenza da shopping

Quindi? «Se resta nella forma di hobby ed è sotto controllo, il collezionismo è addirittura positivo per il benessere mentale, perché aiuta a sviluppare doti importanti come la perseveranza, l'ordine, la pazienza, la memoria", spiega Lòpez Torrecillas. "Purtroppo molti collezionisti hanno spesso tratti caratteriali come il perfezionismo o la meticolosità, notoriamente correlati ai disturbi ossessivo-compulsivi.» Prendo nota, ma il rimescolamento di carte comincia a farmi girar la testa. Pensavo che collezionar francobolli fosse una semplice passione, un modo per rilassarsi come tanti, magari un po' vecchio stile, ma da qui a pensar d'esser un caso clinico...


Ancora non lo vedo il Bianconiglio, ma già comincio a pensarlo perché mi pareva anche di aver letto che si colleziona per un bisogno di possesso, ordine, conservazione e classificazione. Cercare oggetti, classificarli, assemblarli attiva una serie di processi mentali, quali l’indagine, la formulazione di un’ipotesi sui percorsi da seguire per trovare ciò che si vuole, la valutazione e la scelta. La conseguenza di questo lavoro è l’ottimizzazione delle proprie capacità di giudizio e decisione." 

A dirlo è il presidente dell’Associazione Italiana Psicologia e Psicoterapia, Carlo Cerracchio in un ampio approfondimento sul tema pubblicato da I-Cult che prosegue nel sostenere che collezionare  significa mantenere ferma l’attenzione su un tema e ciò equivale a una sorta di meditazione concreta che porta a focalizzare i pensieri e i sentimenti. Concentrare la mente su uno o più oggetti fa variare l’attività elettrica del cervello che porta ad un senso di calma e benessere. Collezionare equivale a possedere e il possesso trasmette sicurezza. Inoltre mettere insieme gli oggetti risponde a un desiderio di protezione, e il ritrovamento di un pezzo raro fa sentire bravi, capaci di farcela. Collezionare aiuta a acquistare consapevolezza sulle proprie capacità e quindi potenzia l’autostima. Significa superare il senso di inadeguatezza, imparare a conoscersi e scoprire le proprie qualità.



A questo punto mi pare assai difficile autovalutare se sono un genio iper razionale od un pazzo compulsivo, se soffro di disturbi della personalità per via dei francobolli che colleziono e se dispongo di un superpotere che mi consente, attraverso un piccolo rettangolo di carta, di evocare miti e leggende di altri tempi.

Il Bianconiglio è qui davanti a me e mi sta apettando per un giro turistico.

Chiudo dunque con una citazione di altri tempi, che vale assai di più delle mie 15 mila battute di questo post: 
"il collezionista possiede una preziosa qualità, la capacità di meravigliarsi del mondo e dei suoi oggetti, di intuirne la potenza evocativa, di entusiasmarsi della loro scoperta, di creare nessi tra i grandi capolavori e le piccole cose che ne hanno costituito il contesto storico, dando un’immagine più completa della cultura del passato" (Benjamin, W. 1966).
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Bibliografia
    ➤ Barbara Rossi, Dal collezionista di farfalle al collezionista di ossa. Una passione antica, 
       che a volte diventa un problema, www.cisp.info (consultato 30/10/2018)
    ➤ Mario Baudino, Raccogliere oggetti? Uno stadio dell’evoluzione, La Stampa, 11/07/2015
    ➤ David F. Tolin, Michael C. Stevens, Anna L. Villavicencio, Neural Mechanisms of Decision
       Making in Hoarding Disorder, Agosto 2012, Archives of General Psychiatry
    ➤ Enrico Castruccio, I collezionisti. Usi, costumi, emozioni, dal, Persico Europe
    ➤ Elena Meli, Collezionisti, attenzione:il rischio è l'ossessione, 25/05/2011,
        Corriere della Sera Salute
    ➤ Angelo Capasso, La psicologia del collezionista di fumetti… e non solo, 12/11/2013,
        www.i-cult.it (consultato 12/08/2019)
    ➤ Walter Benjamin, La mia biblioteca. Elliot, 2016
   

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martedì 19 luglio 2016

Politicamente... dentellato

Il mio ottavo album del ciclo repubblicano, cui ho voluto dare un necessario restyling, cade in piena "epoca Craxi", già leader del Partito Socialista Italiano e Presidente del Consiglio dei Ministri dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987. Una ghiotta occasione per tornare a parlare del francobollo quale strumento di propaganda del potere, in un'epoca, tra l'altro, ove tale aspetto parrebbe ormai solo un retaggio del passato. Il francobollo “politico clientelare” non è infatti una novità, nemmeno in periodo repubblicano.

Personaggi misteriosi, santi e protettori, città e paesi, hanno sempre ambito a trovare un posto di primo piano su di una carta valore. Due esempi magistrali li riporta, giusto per fare un esempio, Vaccari News in un intervento dedicato al binomio francobolli e politica. Si tratta di due articoli, uno del 1864 e l’altro del novembre 1914, che mettono in luce approcci diversi, ma che toccano lo stesso tema. Un secolo e mezzo fa, è la rivista belga “Le timbre-poste”, secondo gli specialisti la più antica che si conosca, a richiamare tale spinoso argomento. Nel numero pubblicato a novembre del 1864, un redazionale è intitolato “Collectiomanie et politique”. “Ecco due parole che urlano a trovarsi insieme”, evidenzia con i toni dello scandalo il periodico, nel rivelare delle forti pressioni che avrebbe subito. Ingerenze che avevano a che fare con una strana richiesta di francobolli delle Romagne, ovviamente non più venduti agli uffici postali di Bologna, ma che si diceva essere stati acquisiti, guarda caso, dal Governo di Bruxelles. Ed il richiedente, nella città emiliana, per ottenere il proprio scopo raggiunse gli ambienti nordeuropei che contavano, facendo attribuire principi liberali e massonici al fondatore del periodico, Jean-Baptiste Moens. Un classico esempio di uso improprio del potere politico per un fine privato, quello collezionistico.


Differente, ma di analogo tema, è invece quanto appare, nero su bianco, nel novembre del 1914 sul  “Bollettino filatelico”, rivista questa volta assolutamente "made in Italy". La Prima guerra mondiale aveva dato fuoco alle polveri sull'intero continente e la testata filatelica metteva in evidenza come l’emissione di cartevalori possa addirittura anticipare precise mire espansionistiche, solo in seguito ratificate dalla diplomazia reale. “Il primo atto d’imperio di uno Stato che mette piede su un lembo qualunque di terra, si manifesta sempre con l’emissione di francobolli speciali”, riporta l'intervento di Berti Merry ripreso da Vaccari News. “E magari, quando si vuol dare ad intendere ai gonzi che quella occupazione è soltanto temporanea, si emettono dei francobolli provvisori, cioè quelli metropolitani con la loro brava soprastampa”. Citando, fra gli esempi, le emissioni per la Bosnia-Erzegovina con l’aquila austroungarica (risalenti al 1879), che precedettero di quasi tre decenni l’inglobamento del territorio (avvenuto nel 1908); quelle di Cipro con la regina Vittoria, distribuite molto prima (datano 1880) dell’annessione formale (1914); le serie per Creta (1900), che anticiparono il passaggio dell’isola alla Grecia (1913). Giusto per fare qualche riferimento, assolutamente non esaustivo, ma certamente significativo. 


Lo stesso oggetto dentellato, ed a questo punto non ci stupirà di certo saperlo, fu ampiamente utilizzato per la propaganda politica di regime e la contropropaganda bellica. Durante la Seconda guerra mondiale furono approntati dei francobolli contro il regime nazista in Germania, così come nel Regno Unito contro il regime comunista russo. Sia Adolf Hitler che Stalin sono stati raffigurati in francobolli privati, poco più che vignette, ma con iscrizioni polemiche o con immagini raccapriccianti del volto, tutto ciò ad opera delle forze occupanti inglesi o americane. In Italia un valido esempio di propaganda resta il francobollo, copiato dal tipo dedicato all'accordo dell'Asse Italo-tedesco, con i volti di Mussolini e Hitler, che al posto del motto "Due popoli, una guerra", reca "Due popoli, un führer". Sempre nel nostro Paese furono emessi, subito dopo il conflitto, alcune particolari "valori" postali intitolati alle "vittime politiche", con i volti dei martiri antifascisti (compreso Matteotti), recanti valore facciale di 1 lira o 2 lire. 


A questo punto appare evidente che le due parole, politica e francobollo, si attraggono quasi come calamite, al punto da offrirsi ad un ulteriore approfondimento dentellato, quello del politico collezionista.
Sul tema politica e filatelia ho parlato anche in tre post dedicati ai Bollettini Illustrativi:
Tanti sono i casi citabili, ma due esempi bastano per tutti. Il primo ha una portata assolutamente internazionale. Le cronache specializzate lo raccontano come collezionista instancabile, un uomo che alla sua passione dedicava molte ore, in gran parte notturne: raccoglieva francobolli di tutto il mondo, disposti dentro album, a loro volta conservati in un baule di legno. Fulcro della collezione era la raccolta di saggi, prove e varietà di francobolli americani del Novecento, spesso donati direttamente dal Bureau of Engraving and Printing, la stamperia nazionale americana. Il suo nome è tutto un programma: Franklin Delano Roosevelt. Ne fa un ritratto collezionistico "da casella" il numero di aprile 2013 della rivista Il Collezionista. «Quando ero un giovanotto ho scoperto che mostrare i propri francobolli era un modo molto utile per catturare l’attenzione di una donna», ammicca lo stesso Roosevelt nell'alludere alla sua passione filatelica durante il colloquio con re Giorgio VI. È il giugno del 1939, la Gran Bretagna sta per entrare in guerra ed il monarca corre negli Stati Uniti per chiedere il sostegno. Il Philatelic President, come era chiamato, si era avvicinato alla filatelia a otto anni, su suggerimento dei genitori.


Il secondo esempio è assolutamente italiano: Giulio Andreotti. Rovistando tra i numerosi articoli di cronaca politica, ne spunta uno del Corriere della Sera, in cui si racconta di un Andreotti che, appena prosciolto dalla Cassazione per l’omicidio Pecorelli, in un momento di composta esultanza, dichiara: «ho dovuto vendere la collezione di francobolli per pagarmi gli avvocati». La morte dell’ex presidente del Consiglio, il 6 maggio 2013, accrescerà dieci anni dopo quella assoluzione il numero dei tanti misteri andreottiani: il «calendario filatelico» è ancora lì nella sua biblioteca, con i 364 pezzi (appunto, il calendario) del 1870, uno per ogni giorno dell’ultimo anno del potere temporale dei Papi.  Il democristiano Andreotti manifestò per tutta la sua vita un immenso interesse per la filatelia, un amore nato con un colpo di fulmine, nel 1959, visitando con Giulio Bolaffi la mitica Mostra Filatelica di Palermo del 1959, ancora oggi citata dagli appassionati. 

Il senatore a vita si stupì innanzi alla collezione personale di Elisabetta II; un altro «calendario filatelico» tutto fatto di emissioni inglesi, dedicato questa volta al 1859. E così decise per la sua personale collezione, imperniata sul suo periodo storico più amato. Ne ricavò anche una riflessione che sottopose in un discorso a «Italia ‘76», l’esposizione mondiale di filatelia. Una collezione unica al mondo che, per indicazione degli eredi Andreotti, è stata battuta come lotto all’Hotel de la Ville a Milano, ripartita in complessivi 3.267 lotti con basi di partenza stratosferiche. Capire ora dove finisce il politico collezionista ed inizia il collezionista politico è impresa ardua, certo che ad Andreotti statista si devono certamente alcune emissioni "per benevolenza", in modo particolare alcuni francobolli dedicati a temi molto cari al mondo cattolico e scudocrociato.


Giulio Andreotti non fu certamente il solo a caldeggiare qualche emissione particolare. Fece parlare, nel 1973, il francobollo dedicato alla torre di Pisa, emesso l'8 ottobre. Si discuteva all'epoca dell'ottavo centenario della "pendente" più famosa al mondo, che però nel 1173 fu solamente iniziata, per esser poi conclusa duecento anni dopo, nel 1372. Comunque sia, tale ricorrenza non era prevista nel calendario filatelico del 1973, se non fosse che il ministro Giuseppe Togni, desideroso d'offrire un gesto di riconoscenza politica ai suoi elettori pisani, decise per un bel quadretto dentellato, ordinato fresco fresco al Poligrafico. Da quando Bettino Craxi iniziò a circolare ai piani alti del Palazzo, il fenomeno che coniugava francobolli a politica trovò massimo risalto in ambito filatelico e postale.


Agli inizi degli anni Ottanta l'emergenza degli “anni di piombo” cominciò ad esser superata, grazie ad alcuni importanti successi delle forze dell'ordine. Le rivelazioni sulla P2 e l'intensificarsi della pericolosità mafiosa s'intrecciavano all'ottimismo per una decisa ripresa economica. La lottizzazione politica del sistema produttivo nazionale aveva ormai raggiunto un imperturbabile equilibrio, tanto da consolidare la fase dei governi del “pentapartito” (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli). Primo interprete di tale fase politica fu il leader dei socialisti Bettino Craxi. Fu, il suo, un governo decisionista che alimentò “l'euforia del benessere”, aumentando però in modo incontrollato la spesa pubblica, forte di un sistema compiacente che intrecciava agli interessi del florido mercato azionario e speculativo, quelli delle lobby. Un sistema che, pur di conquistare il consenso di vasti strati della società civile, non esitò a favorire ambigui modelli di comportamento sociale e contributivo. Un decisionismo che rispose, fin troppo sbrigativamente, a molti temi irrisolti. Fu in questo periodo, ad esempio, che il panorama dell'informazione televisiva passò dal monopolio al duopolio, grazie al forte appoggio offerto alla Fininvest di Silvio Berlusconi, che non mancò negli anni a seguire di offrire sostegno al leader socialista.


Fulgido esempio di intreccio tra politica e filatelia, resta il francobollo da 2.000 lire, espresso e molto “raccomandato”, che il 31 maggio 1986 celebra la Giornata dei martiri e dei caduti per l’indipendenza nazionale. Si trattò, in realtà, di un’emissione spot, giacché la “Giornata”, proclamata proprio dall'Onorevole Bettino Craxi, all'epoca già Presidente del Consiglio, non ebbe mai svolgimento. Eppure, il bollettino illustrativo, firmato dallo stesso leader del Partito socialista italiano, insediatosi tre anni prima a Palazzo Chigi alla testa del pentapartito Psi-Dc-Psi-Pri-Pli, parebbe testimoniare un evento già codificato, per di più corroborato dal francobollo celebrativo. La Giornata dei martiri e dei caduti per l’indipendenza nazionale, si legge a firma di Craxi nel cartoncino diffuso all’antivigilia del quarantesimo anniversario della Festa della Repubblica, è stata istituita per accomunare in una stessa memoria ed in una stessa celebrazione tutti coloro che hanno offerto la loro vita per la nostra unità e la nostra indipendenza. Nella trasposizione grafica di Emidio Vangelli De Cresci una figura simbolica bagna con il proprio sangue il rosso della bandiera italiana.


Ma in realtà cosa accadde? Il 20 marzo 1986 fu formalizzato alla Camera il disegno di legge 3604 “nuove norme in materia di ricorrenze festive”. Di alto lignaggio i nomi dei presentatori: oltre a Bettino Craxi, il ministro del Tesoro Giovanni Goria (Dc), quello della Difesa Giovanni Spadolini (Pri) e di Grazia e Giustizia Mino Martinazzoli (Dc). Insomma, un accordo blindato, che il premier considerò fatto ancor prima della conclusione dell’iter legislativo. Ma anche il decisionismo craxiano doveva fare i conti con le liturgie parlamentari. Sicché solo il 12 novembre 1986 (nel frattempo il leader del Garofano aveva siglato il “patto della staffetta”, che prevedeva, a marzo 1987, il ritorno di Palazzo Chigi a un esponente democristiano), la commissione Lavoro della Camera approvava un testo sulle ricorrenze festive che all’articolo 1 sanciva la citata “giornata dei martiri dell’indipendenza nazionale” quale festa nazionale.  

Tutto deciso, allora? Ma nemmeno per sogno. Il 17 aprile 1987 Craxi passava il testimone al democristiano Amintore Fanfani, al timone di un governo “balneare”. Dopo le elezioni del 14 giugno, il presidente della Repubblica affidò l’incarico a Giovanni Goria e di seduta in seduta l'iter della legge sulle festività rincorse l'anno 2000 (governo Amato), facendo giustizia della norma taglia festività del 1977: «A decorrere dal 2001 la celebrazione della Festa nazionale della Repubblica ha nuovamente luogo il 2 giugno di ciascun anno, che pertanto è ripristinato come giorno festivo”. Ma d’indipendenza nazionale ormai non v’è più traccia.

I Patti di Villa Madama, anch'essi ricordati con una emissione datata 15 ottobre 1985, furono un altro dei veloci “colpi di mano” tipici della personalità craxiana. L'accordo di Villa Madama, noto anche come nuovo concordato, fu una serie di patti volti a «regolare le condizioni della religione e della Chiesa in Italia» e stipulati dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi per la Repubblica Italiana e il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli per la Santa Sede. La normativa relativa alla Chiesa cattolica è contenuta nella Legge 25 marzo 1985, n. 121 di ratifica ed esecuzione degli accordi firmati a Roma il 18 febbraio 1984, cui si aggiunge un Protocollo addizionale. 

L'accordo vede come contraenti la Santa Sede e lo Stato italiano, i cui rapporti sono già regolati dai "Patti Lateranensi", che possono essere modificati di comune accordo senza ricorrere a "revisione costituzionale", ma che necessitano di ulteriori modifiche consensuali del Concordato Lateranense a causa del continuo processo di trasformazione politica e sociale. Il secondo prevede che ulteriori materie per le quali necessiti la collaborazione tra Chiesa cattolica e Stato possano essere regolate sia con nuovi accordi tra le due parti, sia mediante intese tra le competenti autorità dello Stato e la Conferenza episcopale italiana.



In tempi più recenti, a testimonianza che il francobollo mantiene quel valore di rappresentanza che va ben oltre il ruolo di mera affrancatura, corre l'obbligo di segnalare i francobolli stampati in proprio dalla Lega Nord e dal "Governo del Nord Italia", valori che in taluni casi sono stati accettati da uffici postali e regolarmente utilizzati. Considerati errinofili a tutti gli effetti, i dentellati padani vantano ormai diverse emissioni e sono considerate curiosità per il tema filatelico a sfondo politico - storico. Non aggiungo altro, perché di cose da dire sul binomio filatelia e politica c'è ne sarebbero tante da farne una interessante tematica trasversale al periodo Repubblicano e non solo!

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Bibliografia

    ➤ AA.VV, Politica e francobolli, 15/11/2014, Vaccari News (ultima consultazione 30/10/2019)
    ➤ Domitilla D'angelo, Politica e francobolli a casa di Roosvelt, Il Collezionista (Bolaffi), 2013
    ➤ Paolo Conti, Quei francobolli di Andreotti, Corriere della sera, 18 settembre 2015 
    ➤ Claudio Baccarin, L’illustrazione dei bollettini illustrativi, L’Arte del Francobollo, 
         n°12 marzo 2012;
    ➤ Franco Filanci, Dizionario di storia postale, Cronaca Filatelica Speciale n°2, 
         settembre ottobre 1997
    ➤ Danilo Bogoni, Franco Filanci, Europa 50 una storia dentellata, 2007, Poste Italiane.
     

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martedì 28 giugno 2016

Quanto l'aspetto tematico diventa un fuoriprogramma

Nonostante le prime avvisaglie di caldo estivo, non ho saputo resistere a risistemare le schede del mio settimo album repubblicano: tutta colpa della più recente possibilità di stampa ad ampio formato che mi ha reso impossibile non perfezionare ciò che avevo già fatto, rivedendo le schede "almanacco" nel formato a 22 anelli. Il trait d'union con l'album precedente è rappresentato da una emissione del 3 aprile 1978, quella dedicata alla salvaguardia del mare, più specificatamente alla fauna marina del Mediterraneo in via d'estinzione.


Si tratta di quattro valori riportanti, in vignetta, altrettante specie mediterranee a rischio di scomparsa: Dermochelide Coriacea (una tartaruga), Larus Audouinii (un gabbiano), Epinephelus guaza (una cernia) e Monachus Monachus (una foca). Se nell'album numero 6 presentavo la serie di quattro francobolli, nel raccoglitore numero 7 ho voluto inserire l'intero "giro buste" legato alla speciale iniziativa che ha accompagnato la serie: la campagna "Il mare deve vivere" promossa dal WWF che, sempre nel 1978, organizzò la crociera ecologica della nave scuola Amerigo Vespucci. Crociera che salpò da Genova il 9 aprile. 

Il giro buste, con annullo speciale, uno per ogni ormeggio, ci racconta la rotta della Vespucci con gli scali di Monte-Carlo il 12, Tolone il 15, Cagliari il 20, Tunisi il 24, La Valletta il 29, Patrasso il 6 maggio, Brindisi l’11, Spalato il 16, Venezia il 21, Trieste il 24, Ancona il 29, la bella Palermo il 7 di giugno, Napoli l’11 dello stesso mese e Civitavecchia il 16 giugno. Completa il “giro buste” una lettera del Ministero della Difesa con annullo postale Nave Vespucci emessa per il trasporto in elicottero della corrispondenza durante lo scalo tecnico di Palermo dal 6 all’8 giugno. L'iniziativa fu poi replicata negli anni a seguire suggellando il legame tra WWF Italia e Marina Militare, iniziato proprio in quel 1978, l'anno in cui fu lanciata la prima campagna di sensibilizzazione italiana sul tema.



Quello che ho voluto tracciare è quindi un fuori programma tematico all'interno della cronologia repubblicana, imperdibile spunto per affrontare due temi squisitamente filatelici.

Il primo è quello della filatelia tematica, non a torto definita "la fantasia che trasforma i francobolli in una storia". La frase apre un approfondimento curato da Ezio B. Goretta sul sito del club della filatelia d'oro italiana, un articolo che ben esplora, in una sintesi piacevole ed in "modo più tecnico e meno fantasioso una collezione tematica" che, secondo l'autore "può essere descritta come una collezione che, attraverso i francobolli e l’altro materiale postale, presenta un tema liberamente scelto dal collezionista, seguendo un piano posto all'inizio della collezione, anch'esso frutto della cultura e della creatività dell’autore". 

Ogni reperto: francobolli, materiale postale, così come il “tema”, sono una premessa indispensabile per comprendere la vera natura delle collezioni tematiche, afferma Goretta, "nelle quali il materiale filatelico è lo stesso utilizzato in altri tipi di collezioni, quelle di filatelia tradizionale e di storia postale in primis, soltanto che esso è utilizzato in modo diverso", tutto con la finalità prima di dare vita ad un percorso espositivo differente, proprio perché il collezionista tematico osserva e propone i suoi reperti postali con occhi diversi da quelli di altri collezionisti.
 

I pionieri della filatelia tematica hanno nomi diversi, a seconda delle nazioni e dei testi che hanno trattato l'argomento, ma spesso ricorre il nome di un abate, tal Lucien Braun, cui è attribuito il merito di aver approfondito e diffuso un tipo di collezionismo differente da quello sino ad allora in uso: di fronte alla classificazione dei francobolli per paese, egli proponeva una logica fondata essenzialmente sul soggetto incorniciato dai dentelli. 

Stante la monumentale "Enciclopedia dei francobolli", edita da Sadea/Sansoni nel 1968, la filatelia tematica "rappresenta, anche sotto un profilo storico, un'alternativa al modo di collezionare tradizionale". Definizione un poco datata forse, stante una mia idea che vede il collezionismo dentellato come una rappresentazione geografica del mondo ove itinerari minori s'intersecano, s'allontanano o corrono paralleli a tracciati principali. Una mappa dove tradizionale e tematico s'offrono alternativamente ad interpretare il ruolo di trama, così come quello d'ordito. Un percorso che ho più volte cercato di illustrare attraverso i miei post ed orientando il mio percorso collezionistico ad un tracciato cronologico arricchito da piccole divagazioni tematiche.


Il secondo tema, del quale ho già avuto modo di accennare nel post "incontri generazionali lungo il percorso", è quello dell'accendere nelle nuove generazioni l'interesse per la filatelia e tutte quelle discipline ad essa collegate: un insieme di elementi legati alla postalità che sono struttura naturale di ogni collezione tematica che si rispetti. Negli ultimi decenni la "filatelia a soggetto" si è evoluta ed è diventata l'odierna filatelia tematica grazie ad alcuni sostanziali cambiamenti: non si utilizzano solo più i francobolli, ma tutto il materiale di origine postale: francobolli su lettera o documento, libretti di francobolli, interi postali, annulli speciali, affrancature meccaniche e così via; il materiale serve per raccontare una vera storia, quindi è accompagnato da un testo tematico elaborato dal collezionista secondo la propria cultura e creatività.

Detto ciò diventa semplice spiegare come, quando nel lavorare alla risistemazione (il famoso processo di accomodamento citato da Jan Piaget) dei miei album, improntati ad percorso espositivo classicamente cronologico, pur ricco di divagazioni tematiche o di approfondimento, l'attenzione dei miei figli sia caduta più sulla crociera ecologica, che sull'emissione specifica, più sul soggetto a tema naturalistico od ecologista, che sull'insieme di valori del periodo repubblicano.

Un approccio dunque più ludico che tecnico, sul quale ho però colto l'occasione di lavorare, sperando in un effetto semina, grazie anche al fatto che, come ribadito dall'articolo di Goretta, i "cardini delle collezioni tematiche, che per loro natura non presentano le limitazioni spazio-temporali che hanno tutte le altre collezioni filateliche" consentono al collezionista che vi approccia di affrontare la ricerca e l'utilizzo di materiale di tutti i paesi del mondo e di tutti i periodi storici, dalle lettere medievali fino ai francobolli emessi il giorno prima, consentendo la realizzazione di collezioni sui temi più diversi, originali e fantasiosi, talvolta inimmaginabili, come la fantasia di un bambino.

Photo: SUNSET / Rex Features
da un articolo di Jasper Copping pubblicato su Telegraph.co.uk

Lungi da me spiegare loro che quel giro buste, inserito nell'asse espositivo principale della mia collezione, rappresentasse solo una divagazione per dare un valore aggiunto all'impiego postale, per il quale i quattro francobolli erano stati naturalmente emessi. Ho colto invece l'occasione per offrire ai figli uno spunto collezionistico. Tematico naturalmente.  

La natura è un tema infinito, sconfinato, ma da qualche parte si doveva pur partire e la parola "natura" è sempre concettualmente affascinante, soprattutto per i più piccoli. Ci siamo scelti (uso il plurale per privilegiare la formula familiare partecipativa) un titolo: la vita sulla Terra. Per non cadere nel rischio di una banalizzazione, ovvero non incorrere in quello snobismo da collezionista strutturato, ho raccontato loro che importanti collezioni hanno fatto e fanno quotidianamente perno sul tema naturalistico. 


Un esempio da manuale?  “L’evoluzione animale”, una collezione composta ed organizzata da Giuseppe Morabito e donata al Museo dei Tasso e della Storia Postale da Mario Gigli e da Maria Adelaide Gigli, nipote e moglie del collezionista. Giuseppe Morabito, nacque a Carrara nel 1928 e visse per una gran parte della sua vita a Lucca ove raccolse ed ordinò i suoi reperti. La sua collezione segue il percorso evolutivo della vita animale sulla terra, abbinando alla bellezza, all'originalità ed alla rarità dei francobolli il lavoro di studio sulla zoologia, la paleontologia e la geologia che lo stesso Morabito ha svolto tra gli anni Sessanta ed Ottanta del Novecento. 

La raccolta si può prestare a diverse letture: attraverso i francobolli, le buste, gli annulli ordinati, ad esempio, si possono leggere, oltre che la storia politica e la storia postale, anche le scelte culturali e la sensibilità delle varie epoche e dalle varie nazioni sui temi descritti. Secondo Mario Gigli «la tematica sviluppata dalla collezione è portatrice di vari messaggi che delineano chiaramente il pensiero del realizzatore su temi oggi sempre più importanti per l’umanità, umanità che con fatica sta percorrendo il cammino che la porterà auspicabilmente ad evolversi da homo sapiens sapiens a homo sapiens conscium. 

Per tale motivo la collezione, che chiude lanciando  il messaggio “quella delle razze è una divisione artificiale di popolazioni che presentano particolari caratteri tipici”, si intitola “l’evoluzione animale” e traccia un percorso evolutivo che parte dalla creazione, sia come fenomeno fisico sia come “momento essenziale di tutte le concezioni mitico-religiose dell’umanità” e giunge per passaggi successivi, sino alla definizione di un ambiente naturale particolare, indispensabile per la sopravvivenza dell’uomo che, unicamente in tale ambiente, si è potuto sviluppare, all'interno delle leggi naturali, sino a raggiungere, seguendo la volontà del “creatore”, la dignità di contenitore del fine massimo della creazione, l’anima. Quindi uomo come bene più prezioso da preservare perché “casa dell’anima” e detentore del libero arbitrio. Ed è impossibile preservare l’uomo senza rispettarne il corpo e l’unico ambiente nel quale esso può vivere, le leggi della natura della quale il corpo dell’uomo e frutto inscindibile e tutti gli esseri viventi del regno animale e vegetale.» Per offrire una panoramica su come una collezione "naturalistica" possa essere organizzata ho poi mostrato ai figli alcuni piacevoli esempi pubblicati su siti web specializzati.


Una volta messo in chiaro che nulla, quando si tratta di dare una struttura ad una collezione, può essere considerato banale, mi sono limitato ad offrire alcuni suggerimenti. Ad esempio prendere tutti i francobolli da anni sparsi nei cassetti (evitando rigorosamente di rovistare nei miei) e valutare quali potevano essere inseriti nel tema "la vita sulla terra". Ammetto che è stato particolarmente divertente assistere alla discussione sul decidere se un francobollo riportante uno stemma nobiliare raffigurante un orso, fosse o meno oggetto e parte integrante del tema. La seconda fase ha previsto, pinzette e lente tra le mani, la suddivisione dei soggetti, non solo tra regno vegetale ed animale, ma anche tra le varie specie animali, con divagazioni scolastico accademiche sul come classificare un delfino essendo un mammifero con le sembianze di un pesce.

Ma è così che inizia il processo di accomodamento di ogni collezione, classica o tematica che essa sia. Non solo, lo sviluppo di un tema, di un approfondimento, così come la ricerca della migliore collocazione di un reperto postale nel nostro album rappresenta forse il momento più fecondo per la filatelia in generale. Non solo perché questa fase attiva la passione, ma anche perché porta i collezionisti (anche quelli in erba), ad un approfondimento e ad uno studio di preciso significato culturale e filatelico. Per chi dunque parte da un'embrionale, quanto patologica sindrome dell'accumulamento meccanico dei francobolli, quasi essi fossero figurine, l'approccio tematico si offre come un punto di svolta, un momento di apertura e di maggior comprensione, di avvicinamento anche verso settori della filatelia e della postalità più classici.

Lo stesso processo che avevo vissuto in prima persona mostrando, anni or sono, la mia collezione a mia figlia ed ottenendo un risultato non esattamente esaltante. Mi apparve chiaro che mancava per lei una chiave di lettura interpretabile per capire, per orientarsi, per godere della bellezza e della storia di quanto avevo raccolto. Sorse spontanea la domanda se quel modo di esporre i miei reperti era dunque un percorso museale autocelebrativo?  Il problema era che quell'itinerario era stato creato per chi già conosceva il percorso a memoria. Ecco la mia prima presa di coscienza e con essa l'inizio di una nuova idea espositiva. Che si è evoluta. Tanto che ora, da quando mia figlia si degna di sfogliare i miei album, essi le appaiono più contestualizzabili nel mondo reale, forze anche grazie ai piccoli fuori programma tematici che prendono spunto da alcune particolari emissioni.


Tornando all'approccio tecnico dei "piccoli filatelisti", al fine di contenere i costi e rendere più accattivante la costruzione stessa del racconto, ho fornito loro l'idea di recuperare vecchi album filatelici, di quelli con le strisce in pergamino, trovati ad un mercatino dell'usato ad un euro ciascuno. Ridisegnata una copertina, utilizzando cartoncino ed una semplice stampante A4, li ho aiutati ad uniformare i frontespizi, ad incollarli ed a plastificare la cover così applicata. E' un inizio, una strada in costruzione, passo dopo passo, francobollo dopo francobollo...

Bene! Anche questa volta la revisione di un mio album si è trasformata in spunto per una disquisizione dentellata... che poi con l'album 7 del mio percorso repubblicano centra, ma anche no!. L'invito resta sempre quello di una visitina.

La mia collezione
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Bibliografia


    ➤ Ezio B. Gorretta, Filatelia tematica: il potere della fantasia, www.clubfilateliaoro.it
         (ultima consultazione 30/10/2019)
    ➤ AA.VV., Enciclopedia dei francobolli, 1968, Sadea/Sansoni
    ➤ Giuseppe Morabito, Collezzione filatelica "l'evoluzione animale",  a cura del Museo dei Tasso
    ➤ AA.VV., Naturphilatelie, dal sito http://wirbellose.at/naturphilatelie (ultima consultazione
         30/11/2019)
     

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martedì 31 maggio 2016

C'è arte ed arte.. dentro e fuori ogni collezione

Non sapendo resistere alla possibilità di rivedere le schede iconografiche nel più grande formato che la nuova stampante acquistata mi consente, ho finalmente rivisto il mio sesto album repubblicano. Ghiotta occasione per qualche integrazione e per eliminare alcuni fastidiosi refusi, ma anche per riassaporare le emissioni di quel drammatico e controverso periodo degli "anni di piombo". 

Francobolli che poco raccontano della cronaca di quella turbolenta stagione repubblicana, narrazione che ho affidato alle schede di corredo, ma che ci mostrano una interessante evoluzione, non ultima l'introduzione al Poligrafico della Goebel BRM-SNO 300k, scelta tecnologica votata ad un balzo artistico nella produzione dei valori dentellati italiani, sempre più proiettati alla valorizzazione del patrimonio culturale del Paese.



Lo spunto questa volta non me lo offre una delle tante esposizioni museali oggetto costante del mio essere collezionista, ma una lunga divagazione sul tema arte, collezionismo e filatelia, esternazione "moderatamente alcolica" fatta con un certo patologico entusiasmo tra gli stand della appena conclusasi Veronafil, con tra le mani uno spritz. Chi segue questo mio spazio virtuale dedicato alla personale idea che ho di collezione, sa bene come la digitalizzazione e la riproposizione dei miei "reperti" filografici esprima il concetto che la collezione può essere vissuta e riproposta come un vero e proprio percorso museale, ove ogni album è riletto come la sala virtuale di un museo o di una mostra, all'interno di un percorso logico e strutturato. 

L'osservazione postami è stata quella di dimenticare anche quell'aspetto un po' asociale che caratterizza il collezionista, talvolta morbosamente geloso di ciò che ha raccolto, al punto quasi da volerlo condividere con pochi eletti, in modo massonico, quasi con un rituale esoterico, rivolto solo ed esclusivamente a coloro che egli considera suoi pari. Ragione per la quale il cercare d'assimilare il collezionista filatelico al collezionista d'arte, di paragonare la propria raccolta ad un percorso museale, rischia d' apparire una forzatura, quasi una esondazione dai confini accademici. 

Non è però forse per quella architettura liturgica, che molti collezionisti hanno abbracciato, che si fatica a catturare l'interesse delle nuove generazioni per l'oggetto dentellato? Ma siamo davvero sicuri poi che arte e francobollo non siano fratelli da sempre, anche per il sentimento collezionistico che li unisce o per le modalità con cui si potrebbe raccontarli e, perché no, viverli? Discussione interessante, non c'è che dire!



Non c'è dubbio che la matrice del collezionismo trova in quello dell'arte, fenomeno risalente all'antichità greco romana, il DNA originario del "raccoglitore", pur con intenti ed ideali differenti: legati ad un mercato stesso dell'arte o per quel mecenatismo a sostegno ed a patrocinio di attività artistiche e culturali che nel passato erano patrimonio di pochi. Come afferma Giuseppe Di Bella nel suo articolo "Breve storia di una passione travolgente: il collezionismofilatelico", appare evidente che il collezionismo filatelico, per evidenti motivi di invenzione dello stesso, si colloca in epoche assai più recenti di quello primigenio dell'arte. 

"Il francobollo, emesso dal Regno Unito in epoca Vittoriana nel Maggio del 1840, indubbiamente suscitò subito un notevole interesse collezionistico. Le prime ad accorgersi della sua bellezza estetica e decorativa furono però le signorine inglesi di buona famiglia che cominciarono ad impiegarli per il decoupage (una maltrattata forma d'arte domestica?). Ne utilizzavano in quantità per confezionare graziosi paralumi e talvolta anche per il decoro di intere pareti. Sempre Di Bella ci racconta che però  già nel 1841 apparve sul “Times” di Londra, un annuncio con il quale erano ricercati francobolli usati! E’ quindi possibile affermare che la filatelia è nata con il francobollo e che la diffusione del collezionismo di francobolli fu esplosiva. 

In pieno Ottocento la società europea era ancora sostanzialmente rurale, affetta da una scarsa rappresentazione grafica, fatta eccezione per quelle forme d'arte rappresentate da stampe, quadri ed affreschi. Una forma di utilizzo evocativo o celebrativo ancora saldamente ancorata alla tradizione classicista e dell’antichità, alquanto statica e detenuta da un nucleo ristretto di soggetti, in gran parte ancora mecenati raccoglitori non ancora proiettati alla massima diffusione delle proprie collezioni d'arte. Ma i francobolli possiedono anche un altro aspetto straordinario ed affascinante che ci ricorda Di Bella: "quello di far viaggiare e di far conoscere luoghi, personaggi, avvenimenti e tradizioni anche senza muoversi da casa, peculiarità non secondaria, in un’epoca in cui viaggiare era consentito a pochi". 

E’ possibile affermare dunque che in Europa, alla data del 1900, la maggior parte degli uomini in possesso di un minimo di istruzione e cultura, raccoglievano francobolli, ma è ancor più curioso che coloro che, per rango e posizione sociale, già collezionavano opere d'arte, dunque anche per il valore culturalmente intrinseco delle stesse, collezionassero pure francobolli. Tra i filatelisti si annoverano personalità di grande rilievo come Re Carlo II (Carol) di Romania, Elisabetta II d’Inghilterra, re Faruk dell’Egitto, il Presidente degli U.S.A. Franklin Delano Roosvelt.




C'è arte ed arte. Vero! 
Ma a voler scavare nell'intimo di questo rapporto, che lega le grandi espressioni grafiche del passato al riquadro dentellato, emerge un fatto incontrovertibile: lo stesso francobollo evolve dalla sua sovrana funzione di tassa postale ad elemento espressivo a 360 gradi. Lo fa attraverso la tecnica del bulino. "L'incisione si può definire un'arte che per mezzo del disegno e dei tratti delineati ed incavati su materie dure imita le forme, i lumi degli oggetti visibili e può moltiplicarne gli impronti per mezzo dell'impressione", in queste parole Francesco Milizia, teorico e scrittore d'arte, nel Dizionario delle belle Arti e del Disegno (edito a Bassano nel 1797) parla dell'incisione a bulino, tecnica invariata nei secoli, con la quale si realizza la stampa d'arte più pregiata. 

Il procedimento tecnico dell'incisione calcografica è molto accurato e consiste nell'incidere una lastrina di metallo (di solito rame) attraverso uno strumento da taglio, il bulino, piccolo utensile in acciaio temperato, con la punta tagliata trasversalmente ed affilata, che permette di realizzare un segno particolarmente netto e preciso. Per incidere, si pone la lastra su un cuscinetto di cuoio pieno di sabbia in modo che non si muova ma possa essere spostata facilmente. Tutti i segni incisi, fino al più minuscolo tratto o puntino, tornano a vivere inchiostrati e trasferiti sul rettangolo di carta del francobollo esprimendo l'intuizione e l'anima dell'artista attraverso il procedimento di stampa calcografica (calcografia è un termine che deriva dal greco che significa rame e cioè scrivo, incido).

L'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato mantiene viva questa tradizione, riservandola alla stampa di francobolli, carte valori e prodotti di alta sicurezza, in modo da esaltarne gli aspetti tecnici. Per la creatività e la capacità dei suoi artisti ed incisori, il Poligrafico dello Stato Italiano si è affermato in ambito internazionale nella produzione filatelica tanto che, ancora oggi, molte amministrazioni postali straniere si rivolgono all'Istituto Italiano per la realizzazione dei propri francobolli. Badate bene che a dire tutto ciò è un'intera tesi di laurea in Psicologia dell'Arte, da cui ho rapinato un piccolo paragrafo, dal titolo "il francobollo tra arte e comunicazione nella repubblicaitaliana" a firma della Dottoressa Anna Sacco. 

Appare difficile ora contestare che, nel bene e nel male, anche un francobollo può essere annoverato tra le opere d'arte per quel necessario estro a rappresentare la sintesi di ciò che s'intende celebrare o commemorare e quell'abilità manuale nell'inciderne ogni piccola sfumatura.


Per chi non ne fosse a conoscenza, aggiungo che proprio di francobolli italiani, con un intero volume dal titolo "Biblioteca dell'Arte - I francobolli italiani" già s'era occupato un tal Federico Zeri. Stimato conoscitore d'arte, critico arguto, specialista della pittura italiana dal XII al XV secolo, nel 1963 John Paul Getty, miliardario americano, lo chiamò per la creazione del museo omonimo a Malibù; fu incaricato negli anni sessanta dal Metropolitan Museum of Art di New York e dal Walters Art Museum di Baltimora di comporre i cataloghi delle collezioni italiane; firmò come critico d'arte per la Stampa ed in numerose trasmissioni televisive; nel 1984 fu fra i pochi ad avanzare forti dubbi che fossero di Amedeo Modigliani le tre sculture ritrovate a Livorno e considerate autentiche da numerosi esperti. 

Curriculum a parte, Federizo Zeri tratta nel suo saggio il francobollo alla stregua di un'opera figurativa, oltre che simbolica, con un excursus attraverso la produzione filatelica italiana dall'unità d'Italia alla fine della seconda guerra mondiale. Il francobollo è per Zeri un indicatore preciso di situazioni politiche e culturali, oltre che mezzo figurativo, per quanto stringato e concentrato, di propaganda, capillarmente diffuso nei diversi strati della società. 

Attraverso le pagine di questo ampio saggio, Federico Zeri ripercorre la storia dei francobolli postali italiani dagli anni sessanta dell'Ottocento all'avvento della Repubblica: dai francobolli celebrativi degli eroi risorgimentali a quelli raffiguranti i ritratti dei monarchi italiani, dalle emissioni commemorative di speciali occasioni e avvenimenti politici o civili a quelli propagandistici di epoca fascista dedicati alla supremazia della letteratura e della civiltà latina e alla grandezza dei monumenti della Roma antica, alla celebrazione dell'agricoltura e dei valori connessi alla terra, oltre che all'importanza della scienza e della ricerca scientifica, della musica, della letteratura e dello sport. Una galleria d'arte cui pare non mancare nulla, critiche incluse.


L'arte compenetra l'arte. E lo fa quando, esattamente in questo mio sesto album dedicato alle emissioni repubblicane, in occasione delle prime serie dedicate all'arte italiana, il francobollo ripropone le opere di artisti quali Jacopo della Quercia e Giorgio Vasari, ma lo fa quasi come quando per tradurre due alfabeti differenti si renda necessaria una sorta di translitterazione dei formati. 

Se l'impiego della calcografia offre un tocco di pregio e raffinatezza, è però la maestria dei disegnatori del Poligrafico a dare il massimo di se, tanto da esondare quasi nel "falso d'autore" poiché con il lavoro al bulino quadri ed affreschi riprodotti non possono più dirsi opere di Guido Reni, Armando Spadini, Boccioni, Marinetti, Arcimboldi, così come recita il francobollo, ma creazioni di Tullio Mele, Alceo Quieti, Valerio Puliti, Francesco Tulli. Come dicono i francesi si tratta di d'aprés di grandi Maestri dell'arte italiana, reinterpretazioni al bulino filtrate dall'incisione e dalla sensibilità di un altro artista.


Non male per una divagazione filatelica iniziata davanti ad un aperitivo servito in un bicchiere di plastica. Potrei chiudere ricordando che ciò che certamente accomuna però i grandi collezionisti della vecchia generazione, siano essi esteti della materica pennellata, dello scalpello plastico o del bulino, è la volontà prevalente di un fine culturale che, come ben espresso da alcuni autori sulla materia, è "caratterizzato certamente da ambizioni personali, ma non da interessi direttamente economici". 

Esiste dunque un parallelismo tra le due forme di collezionismo, se non altro nel comune pensiero che creare una collezione, sia essa di dipinti o di francobolli, è fondamentalmente un'operazione comunicativa ed il suo risultato, così come ha sottolineato Antinucci nel saggio "Comunicare nel museo", è di fatto un oggetto comunicativo, costituito da oggetti a loro volta comunicativi. Anche quella sana follia, che caratterizza l'aspetto psicologico del collezionista, da molti definito maniacale, non fa distinzione. 

Francesco Poli, dal suo "Il sistema dell'arte contemporanea" rimarca che chi per colui che raccoglie "si può parlare di un'attrazione quasi patologica, in quanto attività soddisfacente di per se stessa. Per molti la propria collezione diventa una realtà totalizzante, in cui proiettare interamente la propria identità, come fosse una sorta di organismo dotato di vita autonoma". In fondo è questo che rende le nostre collezioni filateliche una diversa dall'altra, è questo che regala loro il fascino dell'opera incompiuta. La collezione è il luogo in cui tutto avviene, è un elemento in più nel rispetto dell'impegno di conservazione ed esposizione di ciò che è parte del nostro patrimonio culturale. Così come il mecenatismo dei primi grandi collezionisti, veri costruttori delle primigenie grandi raccolte d'arte, si è evoluto in donazione ai fini della costituzione dei grandi musei, lo stesso vale per quei collezionisti che, pur ricercando reperti in solitaria, sentono l'assoluta necessità di condividere il senso estetico di una raccolta e il valore culturale e storico della medesima.

La mia collezione
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Bibliografia


    ➤ Giuseppe Di Bella, Breve storia di una passione travolgente: il collezionismo filatelico,
         16/04/2010, http://www.clubfilateliaoro.it (ultima consultazione 30/10/2019)
    ➤ Anna da Sacco, Il francobollo tra arte e comunicazione della Repubblica Italiana
         Tesi di laurea in Psicologia dell'Arte, 2015, da www.ilpostalista.it 
         (ultima consultazione 30/10/2019)
    ➤ Federico Zeri, I francobolli taliani, Biblioteca d'Arte Skira, 2006, Skira
    ➤ Francesco Milizia, Dizionario delle belle arti del disegno estratto in gran parte 
         dalla Enciclopedia metodica, Bassano 1797 (edd. segg.: ivi 1822; Milano 1802, 
         1804; Bologna 1827)
    ➤ Francesco Antinucci, Comunicare nel museo, 2014, Laterza
    ➤ Francesco Poli, Il sistema dell'arte contemporanea. Produzione artistica, mercato, musei
         2011, Laterza
            

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mercoledì 18 maggio 2016

C'è tutto un mondo intorno


Nel ripensare la mia collezione e nel riprendere la struttura espositiva, secondo quella evoluzione tipica ed antropologicamente definita come accomodamento, ho volutamente tracimato oltre gli argini degli schemi tipici della casella, proiettandomi più al racconto di una storia, piuttosto che al puro effetto espositivo di ogni singolo pezzo. Tutto ciò, s’intende, nel bene e nel male di tale personale scelta.


Mi ha sempre colpito l’aspetto multidisciplinare delle raccolte museali in genere, così come la capacità di dare vita ad un racconto entusiasmante, anche con pochi semplici pezzi (vedi il post "la ricostruzione postbellica nel mio percorso repubblicano"). Nell'abitudine a raccontare le mie scelte collezionistiche ed a raccontarmi attraverso di esse, continuerò ad avvalermi di esempi reali, cercando quel trait d’union tra ciò che, pur non avendo nulla a che fare con la filatelia e le discipline ad essa collegate, può offrire ad un collezionista filatelico uno spunto alla costruzione del proprio percorso espositivo cercando nuove strade, puntando oltre gli orizzonti conosciuti.



Mi è accaduto di recente di visitare un piccolo museo monotematico tra i monti del Trentino, più precisamente il Museo dell’Orso allestito nel borgo di Spormaggiore, all'interno di una straordinaria area naturalistica del nostro Paese. La Casa dell’orso, così si chiama, è un museo dedicato all'orso bruno, animale simbolo del Parco Naturale Adamello Brenta. 

Allestimenti multimediali, strumentazioni video e ricostruzioni in dimensioni reali, distribuite in sei sale tematiche, offrono al visitatore la possibilità di conoscere, divertendosi, la biologia del plantigrado e il controverso rapporto che da sempre lo lega all'uomo. Tra plastici multimediali, suoni e giochi di luce, le storie di Masun, Kirka e degli altri orsi trasportati dalla Slovenia, reintrodotti nel nostro territorio, scorrono sui video e sui pannelli rotanti, mentre il visitatore può cimentarsi nel videogioco dedicato alla radiotelemetria.


Ad afferrarmi più di ogni altra cosa è stata però una sala in particolare: sotto un grande cielo stellato, in cui spiccano l’orsa maggiore e l’orsa minore, il visitatore riscopre l’importanza che fin dai tempi antichi e in tutto il mondo l’orso riveste nella nostra cultura: dall'orso di carta dei cartoni animati a quello che rivive nelle fiabe popolari, sino all'orso che ha ispirato il nome di borghi e cittadine o a quello che posa austero per gli stemmi di città in ogni parte del mondo. Ma c’è anche quello che si offre come protagonista indiscusso in film di successo sino all'orso testimonial nella pubblicità. 

Sì! E’ vero, mi sono subito accorto che poteva starci parecchio bene in quella sala anche l’amico plantigrade raccontato dai francobolli, ma il concetto che tale sala ha comunque espresso pianamente è quello dell’approccio multidisciplinare. Un modo di sviluppare un tema, l’orso, non solo analizzandolo e mostrandolo al visitatore per quello che è: un peloso e grosso mammifero onnivoro che durante l’inverno va in letargo e che nella bella stagione scorrazza tra i boschi grattandosi la schiena sui tronchi degli alberi. Ma cercando di raccontarlo anche per quello che esso rappresenta fuori dal regno animale o dal puro profilo zoologico.


La domanda sorge spontanea: quale approccio multidisciplinare è possibile con il nostro piccolo rettangolo di carta dentellata o fustellata? La risposta è quasi istintiva: il francobollo ha una sua chiara carta d’identità, è quella di un preciso rivoluzionario strumento nato per soddisfare il pegno economico previsto per il recapito della corrispondenza. Roland Hill nel 1839 fu l'artefice di una importantissima riforma postale che, soltanto un anno dopo, introdusse, prima al mondo, l'uso di una marca di stato con cui affrancare la posta come prova del pagamento di tale servizio: il francobollo.


Esso dunque testimonia, più per il passato, che per il presente il bisogno dell’uomo di far viaggiare da un luogo all'altro, da una persona all'altra, la parola scritta. Le pagine di ogni album si potrebbero quindi limitare a mostrare i nostri francobolli perfettamente incasellati e ciò basterebbe, lungo la linea cronologica che ne scandisce le emissioni, a documentarne il fine postale. Il ricorso alla parola posta però ci suggerisce che ogni francobollo è anche protagonista indiscusso della storia postale del nostro Paese e che quindi ogni missiva sulla quale è stato applicato il francobollo (o non è stato incollato quello specifico francobollo per determinate o impreviste motivazioni) costituisce un tassello importante per raccontare l’evoluzione del sistema postale, le modalità con cui, nel corso degli anni, esso è mutato, di pari passo ai cambiamenti della società, dei costumi, del modo di comunicare. Ecco che allora, nel mio quinto album, il centenario delle poste italiane diventa pretesto per un viaggio al tempo della diligenza. 

La scansione del tempo accompagna dunque i mutamenti avvenuti in ogni epoca ed è ancora il francobollo a prendere la parola, questa volta come cronista della storia, facendosi lui, in primis, narratore del suo tempo. Ogni dentello incornicia quindi un fatto, un avvenimento, un momento storico particolare. Perche dunque non utilizzare l'emissione per la settima giornata del francobollo, che riproduce l'asse viario principale della penisola, per incamminarsi in un divertente fuoriprogramma dedicato proprio all'Autostrada del Sole?


Se poi ci soffermiamo ad analizzare meglio alcune particolari epoche ecco allora che il binomio francobollo e strumento di propaganda diventa inscindibile, pensiamo ad esempio a quale eccezionale mezzo, grazie alla sua diffusione, esso ha rappresentato per ogni regime. Rappresentando quel valore postale, al di sopra ogni altro strumento divulgativo, l’affermazione di sovranità sopra un territorio. Ancor più ove, quei valori soprastampati da eserciti di occupazione e governatorati militari, avevano il preciso compito di identificare vincitori e vinti, occupanti ed occupati. Lo era in passato come oggi, tanto che il ricordo nel 1970 del celebre raid aeronautico Roma - Tokio si è trasformato, in questo mio quinto album, in un vero volo sopra e dentro la storia delle grandi trasvolate.

Ma ogni francobollo, in quello spessore minimale, nasconde una doppia dimensione. Ciò che i dentelli racchiudono sono talvolta storie multiple, storie nelle storie, sovrapposizioni evocative che mettono in relazione l’epoca di emissione con quella che il bozzetto intende celebrare. Un esempio? Un francobollo però è anche arte, anzi è doppiamente arte. Lo è perché accanto al dentellato che racchiude e quindi mostra, racconta, illustra l’opera d’arte più o meno celebre, c’è anche l’artista che lo ha fatto nascere al bulino, colui che ne ha decretato la genesi impastando la tecnica e la sensibilità che ogni artista miscela dentro di sé. 

Un’arte che, nel corso degli anni, ha fatta sua anche l’evoluzione tecnologica che ha accompagnato la stampa di ogni valore postale. (parlare di macchine e tecniche, di filigrane e dentellature). Tutto questo per dire che i propri francobolli possono offrirci, quale ideale modalità espositiva, numerose divagazioni per insoliti e differenti fuori programma, grazie a quell'approccio multidisciplinare che da quell'unico francobollo ci consente di spaziare ben oltre l’orizzonte dentellato che ne delimita i fisici confini.


E’ un po’ quello che tenta il mio quinto album del mio percorso repubblicano: un approccio multidisciplinare del soggetto dentellato

La mia collezione
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Bibliografia

    ➤ Franco Filanci, Dizionario di storia postale, Cronaca Filatelica Speciale n°2, 
         settembre ottobre 1997
   
     

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