Nel tagliare il nastro virtuale alla
mia nuova sezione collezionistica dedicata al Regno d’Italia (vedi post precedente), ho voluto condividere le modalità con cui ho
acquisito buona parte dei valori che oggi fanno bella mostra di sé
(lo spero almeno) nei miei album “monarchici”. Per farlo ho
raccontato la storia di un incontro e le considerazioni circa la
qualità dei francobolli oggetto di un passaggio generazionale tra
collezionisti, raccoglitori di due generazioni che hanno vissuto e
vivono differenti orientamenti collezionistici e tendenze di mercato,
tutto ciò per meglio contestualizzare epoche diverse. Sono proprio
le radicali differenze tra i due mondi che mi offrono lo spunto per
affrontare ora quel tema che, nel mio post precedente, ho volutamente
omesso: ovvero i dubbi di natura economica e qualitativa di chi si
appresta ad acquistare, anche in un passaggio di mano tra
collezionisti, francobolli e reperti postali.
Non ci sono dubbi sul fatto che
l’odierna realtà, che vede assottigliarsi il popolo dei filatelici
appassionati, si riflette in un mercato ove, paradossalmente, a
fronte anche di una sovrapposizione di nuovi attori capaci di
sfruttare in modo dinamico il mondo della rete, alla ragionevole
semplificazione che potrebbe favorire nuovi adepti, si è preferito
optare per cervellotiche formule algebriche atte a determinare
quotazioni e valori. Un ginepraio talvolta scoraggiante per il
neofita che si avvicina all’hobby per antonomasia, ma anche, e lo
confesso, per chi in quel mondo bazzica da un po’ di tempo. Alcune tra le considerazioni di base
che ho già avuto modo di esprimere, mutuandole da alcuni autorevoli
autori del mondo filatelico, sono ben raccontate anche nel sito
dell’Accademia Italiana di Filatelia e Storia Postale, la quale, a proposito delle famose
tracce di linguella, non esita a parlare come del “primo caso di
forzatura commerciale attuata attraverso i cataloghi. Un modo per
ridurre i pezzi commerciabili in circolazione e quindi farne
lievitare il prezzo. Infatti se di un francobollo esistono in
circolazione 50 mila pezzi in tutto, il prezzo è 100, ma se li
divido in linguellati ed illinguellati il numero di questi ultimi
scende a 20 mila, e la quotazione sale di conseguenza a 200. Se poi
convinco la gente che solo l’illinguellato è degno di raccolta, la
cifra sale ancora più su”. Ma di tutto questo avevamo già
parlato, rimarcando come a godere di questa ingegnosa rielaborazione
filatelico commerciale siano soprattutto i commercianti con minore
esperienza poiché è decisamente più semplice controllare la
verginità di una gomma, piuttosto che valutare tracce più o meno
vistose di linguella e abbozzare una valutazione. Alcuni autori del
settore considerano tale scelta come fonte di “vari sgradevoli
risultati collaterali, a cominciare dal fatto che i linguellati sono
diventati meno piazzabili da parte di tutti, collezionisti e vecchi
commercianti, con immobilizzazione di oltre metà del patrimonio
filatelico”. Senza considerare poi uno spiacevolissimo rovescio
della medaglia: le manipolazioni da parte di “esperti” nel ridare
verginità alle gommature che l’avevano persa, spesso in modo
all’apparenza perfetto. Detto ciò non mi sono quindi sentito
sorpreso dei dubbi che mi hanno arrovellato nel trovarmi innanzi ad
una collezione del Regno che presentava molti valori linguellati,
dubbi che ho spazzato via così come ho descritto nella prima parte
di questo mio racconto dedicato alle modalità con cui ho acquisito
buona parte dei valori del periodo monarchico. Il problema successivo
era quindi quello di dare una giusta dimensione al peso economico
dell’acquisto.
Vero è quello che alcuni autorevoli
autori del mondo filatelico sostengono: il prezzo di mercato è da
sempre influenzato da fattori non sempre legati alla qualità, quali
la necessità di esaurire eccedenze in magazzino da parte di un
commerciante, piuttosto che l’esigenza di tradurre in liquidità
quanto fermo in negozio. Altrettanto vera è però anche la necessità
di razionalizzare: perché un conto è che il valore di mercato
subisca oscillazioni legate all’incontro tra richiesta ed offerta
di quel determinato pezzo, ben altra cosa è districarsi tra
incomprensibili formule algebriche che producono parabole ed iperboli
influenzate da milioni di combinazioni tra dentellature, centrature,
gommature e iatture varie, giusto per mantenere la rima. Tra le tante verità, a far girare la
testa al povero collezionista si impegnano parecchio anche i
cataloghi: se è infatti comprensibile un divario ragionevole tra
l’uno e l’altro, essendo i cataloghi stessi un’evoluzione dei
listini di vendita di commercianti od associazioni di commercianti
che li hanno partoriti originariamente, lo è assai meno la pratica
di dilatare il valore di ogni esemplare oltre la ragionevole umana e
collezionistica comprensione. Dove è finito quello che un tal Franco
Filanci, tra le pagine del suo Novellario citava come “l’onesto
prezzo di vendita” praticabile in quel momento da un commerciante
serio in grado di garantire il ritiro di quanto venduto in caso di
contestazione? Difficile a dirsi. Perché se anche decidessimo di
identificare un unico catalogo, ignorando con decisione tutti gli
altri, ci troveremmo ad avere a che fare con le avvertenze. Sì.
Avete capito bene! Quelle “scritte in piccolo” che ti segnalano
che il prezzo indicato è per un esemplare eccelso (di quelli che se
li trovi su ebay ti vien persino il dubbio che siano falsi), perché
se così non fosse e il francobollo presentasse caratteristiche di
assoluta normalità per l’epoca che lo ha generato, allora il
valore sarebbe dimezzato o anche un po’ di più, o forse anche un
po’ di meno. Chissà!
A questo punto potrei allungarmi in
un’infinita discussione accademica sui dubbi che ogni collezionista
odierno deve esorcizzare quando si trova innanzi ad un acquisto di un
certo peso, perdendo di vista la logica che lo ha spinto a ricercare
quel determinato pezzo o quella collezione che tanto gli serviva. Ma
preferisco ricorrere, per fotografare tale situazione, alla
sintesi di un’interessante analisi svolta nel 2012 dal Club della Filatelia d’Oro italiana. L'obiettivo della ricerca era quello di
comparare le valutazioni espresse dai cataloghi (Bolaffi, Sassone e
Unificato) con il ”prezzo di mercato” espresso attraverso le quote di
realizzo delle principali aste filateliche, commissioni incluse, e
quello dichiarato dai listini dei maggiori commercianti filatelici
italiani, ponendo quindi un filtro di “ufficiale competenza” atto
ad escludere tutte quelle fluttuazioni anomale tipica delle
transazioni on line attraverso canali quali ebay e delcampe. Scopo
dichiarato dello studio quello di fornire “con spirito costruttivo e
nell'interesse generale dei filatelisti e di tutti gli operatori, uno
strumento di ausilio e di orientamento sul mercato filatelico”. Tale lavoro di analisi e di comparazione,
è lo stesso Club della Filatelia d'Oro ad ammetterlo tra le righe,
“è stato lungo e non facile”, in primo luogo per la “differenza,
a volte notevole, tra i valori indicati dai diversi cataloghi per lo
stesso francobollo ed a parità di qualità”. Si tratta di un
divario assai poco comprensibile poiché, anche ammettendo che ogni
catalogo, in quanto prezioso strumento pratico e tecnico, costituisca
un “unicum” per il suo corredo culturale e filatelico, per le
modalità di numerazione e classificazione, fatica a trovare
fondamento un tale scostamento tra gli stessi quando si tratta invece della
quotazione. Sono le stesse descrizioni, che fanno bella mostra di sé
nelle pagine introduttive di ogni catalogo, a rendere ardua
l'individuazione di “un criterio qualitativo comune” da
utilizzare nel benchmarking operato dal Club, una disomogeneità che
ha obbligato gli autori della ricerca a scelte atte a circoscrivere,
per quanto possibile, uno standard. Così per il catalogo Bolaffi si
è fatto riferimento alla qualità media (q.m.), visto che le
quotazioni per la qualità 100% riportate dal medesimo catalogo,
oltre alle varianti legate a certificati di vario tipo, faticano a
trovare un riscontro nella qualità del materiale normalmente immesso
sul mercato attraverso aste. Per il catalogo Sassone i ricercatori
del Club hanno collocato in tabella francobolli definibili “ottima
prima scelta”, mentre per il catalogo Unificato si è preso come
indice qualitativo i francobolli “normali in buone condizioni”.
Leggendo la relazione finale prodotta dal Club della Filatelia d'Oro appare quindi chiaro che il valore di
catalogo si pone come un dato teorico riferito ad uno stato del
francobollo assolutamente concettuale nel rispetto di qualità e
freschezza, quindi impattante rispetto alle necessarie oscillazioni
di prezzo dovute alla massiva diversificazione qualitativa dei
reperti dentellati presenti sul mercato, variazioni talvolta
consistenti e difficili da porre in diretta relazione al francobollo
che abbiamo innanzi. Nelle tabelle riassuntive della ricerca, che
invito i più interessati a consultare integralmente, appare in
chiara evidenza il risultato matematico di quanto fin qui enunciato:
un divario sorprendente tra le quotazioni (riferite nella comparazione a francobolli con
piena gomma e senza traccia di linguella) dei singoli cataloghi,
distanza ancor più sorprendente nella comparazione con i prezzi di
realizzo, commissione inclusa, delle aste filateliche del periodo e
con quelli dei listini dei maggiori commercianti filatelici. La conclusione espressa dagli autori è
sintetizzata in un esempio dove ad un valore di catalogo di 100, al
quale però corrisponde un prezzo di mercato pari a 25, risulterebbe
più coerente ed aderente alla realtà un valore massimo di catalogo
di 50. Non sfugge che “i prezzi di catalogo troppo lontani dalla
realtà di mercato, creino confusione, soprattutto nei meno esperti”.
Inoltre “la disomogeneità dello standard qualitativo di
riferimento dei diversi cataloghi, rende arduo, anche per un addetto
ai lavori, individuare il prezzo corretto”.
Tutto quanto scritto e citato per
trasmettere, a chi legge, il mio momento di lucido sgomento nel
valutare il prezzo di acquisizione del mio insieme del Regno
d'Italia, così come acquistato da un altro collezionista, in un
passaggio generazionale ed in un incontro (già raccontato su questo blog) tra appassionati. In quei momenti, innanzi alla collezione di
chi mi proponeva il passaggio di mano, ho dunque deciso cercando di
pormi alcuni fondamentali quesiti, equa mediazione tra sentimento
(irrazionale) e mercato (razionale). I francobolli nell'album erano
in buono stato di conservazione e di freschezza, pur essendo in buona
parte linguellati? Sì. Valutando l'intera collezione, inclusi i
pezzi mancanti, quanto tempo mi ci sarebbe voluto per rimetterla
insieme inseguendo aste, rincorrendo offerte? Tantissimo. Se anche
tale tempo non fosse stato un problema, esisteva il rischio reale che il
valore finale, pur con qualche serie di migliore qualità, levitasse assai oltre
l'offerta sul tavolo? Sì, anche perché non avevo scorto nei
precedenti mesi di ricerche nessuna offerta o asta in cui si
riscontrasse, per analogo materiale, una quotazione nemmeno
comparabile. Va da sé che il risultato finale è stato una stretta
di mano ed un acquisto che continuo a reputare vantaggioso e di
soddisfazione. La vendita di alcune serie duplicate, dei fogli e
della cartella in cui erano contenuti i valori, mi ha permesso di
ridare una nuova e più ricca collocazione ai francobolli, grazie
anche ai nuovi fogli iconografici a 32 anelli che Bolaffi ha prodotto
per l'intero periodo del Regno.
Al momento sto ancora lavorando alla collocazione dei servizi, della luogotenenza, della Repubblica Sociale Italiana, nonché di alcuni approfondimenti tematico postali, tutti elementi cui vorrei, nel tempo, offrire un degno percorso espositivo.
Al momento sto ancora lavorando alla collocazione dei servizi, della luogotenenza, della Repubblica Sociale Italiana, nonché di alcuni approfondimenti tematico postali, tutti elementi cui vorrei, nel tempo, offrire un degno percorso espositivo.
Puoi consultare l'intera mia collezione qui












































