domenica 2 aprile 2017

La metamorfosi: tutto si trasforma

La legge della conservazione della massa è una legge fisica della meccanica classica, che prende origine dal cosiddetto postulato fondamentale di Lavoisier « nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma ». Così, in fondo, è ciò che accade alla mia collezione filatelica. Nulla di diverso da quello che, dopo un certo periodo di tempo, mettono in atto alcuni percorsi museali nel frangente di un'importante revisione della propria collezione, una normale evoluzione all'interno del famoso processo di accomodamento.


Nel mio caso tutto nasce dal mio girovagare per mercatini, reali e virtuali, all'interno dei quali rivenire veri e propri reperti dimenticati. Di come, a suo tempo, trovai un'abbandonata, quasi nostalgica "Collezione del Tricolore", ho già parlato ampiamente nel mio post "la collezione nella collezione". Grazie a quel ritrovamento pensai di affiancare alla mia cronologia filatelica repubblicana di valori "nuovi", una galleria espositiva parallela dei medesimi valori quali oggetti postali allo stato di viaggiato, obliterato, usato... insomma vissuti veramente. Tale percorso partiva dal 1955 per chiudersi nel 1989.

Tutto andò per il meglio, fin tanto che tra le pieghe della rete mi balzò all'occhio che quella vecchia edizione firmata Bolaffi proseguiva sino al 1990, altri dieci anni rispetto ai fogli che già possedevo. Lo documentava in modo assai eloquente quell'utente che l'aveva posta in vendita. Inutile dire che ho pensato bene di farla mia, dando quindi un nuovo sbocco a quella che pareva la famosa strada chiusa che imbocchi per errore quando ti muovi in un quartiere sconosciuto. A questo punto, a suon di fogli e di cartelle (che consentivano una migliore distribuzione dei reperti), ci stava anche una riflessione più complessa ed articolata: non era forse la giusta occasione per estrapolare le mie divagazioni filateliche, fatte di oggetti filatelici e postali obliterati, dalla sezione repubblicana dei francobolli "a nuovo", ricollocando le stesse nel percorso del "tricolore", ridando a Cesare quel che è di Cesare?


Si trattava quindi di rielaborare l'apparato iconografico espositivo di quegli itinerari fuori programma, offrendo agli stessi una nuova vita, ma sarebbe più corretto dire una nuova grafica che li armonizzasse nel contesto di quella "Collezione del Tricolore" pronta all'uso. Detto fatto! Il ricorso al metodo, paziente e laborioso, della "clonazione", non solo mi ha divertito un mondo, ma mi ha consentito di rielaborare l'intero assetto espositivo del mio tracciato repubblicano.

Per fare tutto ciò ho quindi estratto dalla sezione repubblicana "nuovi" quelle divagazioni che contenevano reperti filatelici celebrativi o di storia postale, fatte salve alcune eccezioni che per la loro particolare natura ho ritenuto di non spostare, e ho previsto un loro cronologico inserimento nel percorso parallelo dedicato ai valori allo stato di "usato".



Ho quindi preso i fogli originali della "Collezione del Tricolore", gli intercalari bibliografici relativi ad ogni annata, ed ho provveduto, con tanto di righello di precisione, a riprodurre con un semplice software d'impaginazione lo stesso stile grafico. Ci sono voluti alcuni tentativi e varie prove di stampa per "clonare" al meglio i caratteri tipografici, le dimensioni degli stessi, i colori e la spaziatura prevista nell'impaginato originario.


A questo punto ho creato delle schede ad hoc per i vari inserimenti, trovando in tal modo una sorta di armonizzazione tra quanto l'editore originale aveva già prodotto in serie e ciò che io volevo inserire quale fuori programma. In alcune particolari situazioni, ad esempio, ho scelto per rapporti cromatici differenti, pur mantenendoli nella medesima gabbia grafica. Questo perché, ad esempio, gestire la stampa "a getto d'inchiostro" di una vasta area di colore verde scuro su cui collocare il testo in bianco, avrebbe creato qualche problema di densità dell'inchiostrazione, rendendo instabile la carta dei fogli bianchi, causa l'impregnazione in eccesso, così come la definizione dell'area rimasta bianca riportante il testo. L'effetto inverso, verde su grigio, meglio si adatta alla tipologia di stampa utilizzata ed al tempo stesso trova modo di inserirsi con una certa armonia nell'insieme della collezione.




A conti fatti è una divertente rielaborazione dell'intero insieme espositivo dedicato agli anni della Repubblica, quella delle vecchie lire, che assorbirà ancora un bel po' del mio tempo, visto l'allungamento cronologico dei valori viaggiati sino alla chiusura del secondo millennio (anno 1999 incluso), come pure la necessità di ripensare ad alcune nuove soluzioni per piccoli itinerari postal filatelici che potrebbero trovare migliore visibilità in altre sezioni, ad esempio quella della meccanizzazione postale che in questi ultimi anni ho curato con particolare attenzione.


In questa riorganizzazione del piano collezionistico nemmeno il periodo del Regno d'Italia è rimasto indenne. Sempre utilizzando la già citata tecnica della clonazione, ho creato nuovi fogli, questa volta basati su grafica e stile del nuovo regno Bolaffi. Tutto ciò mi è possibile grazie all'impiego di una stampate a grande formato che mi consente di realizzare fogli a 22 fori utilizzando basi bianche a grammatura 200.

La nuova sezione ha quindi riassorbito quella che già avevo allestito a suo tempo in formato A4 che comprendeva i capitoli: gli Alleati sbarcano in Sicilia (emissioni Amgot), le quattro giornate di Napoli (emissioni Alleate), Roma città aperta. Sezioni che si uniscono ora al periodo delle emissioni di Luogotenenza ricollocate nei nuovi fogli, alle quali si va ad aggiungere un piccolo esordio del mio percorso: la Repubblica Sociale Italiana.

Come sempre, al fine di dare una vita pubblica, se pur virtuale, al mio viaggio di raccoglitore, ho rieditato le cartelle che sono state riviste e riordinate, così come la guida al mio percorso collezionistico.

Per consultare ogni album vi invito a consultare la pagina "la mia collezione".

giovedì 9 febbraio 2017

Argentobolli: non è tutto oro ciò che luccica

La premessa fondamentale
Nell'inserire questo particolarissimo “capitolo” nella mia collezione repubblicana, è doveroso anticipare i limiti entro i quali circoscrivere il fenomeno degli “argentobolli”, caso dentellato tra i tanti cui solo il trascorrere degli anni confermerà o meno lo status filatelico. Si tratta di un limitato numero di emissioni che, riprodotte in contemporanea, oltre che su carta anche su lamina d'argento, con tanto di valore facciale ben stampigliato in calce, hanno finito per arrogarsi il titolo di valori di Stato “buoni per affrancar missiva”, complice un'insana quanto macroscopica svista di Poste Italiane. È bene chiarirlo in calce, poiché se si finisse per considerare quali francobolli tutte le riproduzioni in metalli più o meno preziosi, incluse quelle nei folder ufficiali private del valore in euro, allora davvero si commetterebbe peccato: confondere fischi per fiaschi e pensare che sia davvero oro tutto ciò che luccica!

Giusto per fare un esempio: non sono francobolli le riproduzioni in lamina dorata di vario tipo parte dei folderini promozionali editi da Bolaffi per propagandare la collezione filatelica dell'area italiana. Gradevoli, ma privi di ogni requisito dentellato.

Il caso filatelico
Come sempre accade tutto succede d'improvviso, quando meno te lo aspetti. E come ogni caso filatelico che si rispetti, dietro allo stesso c'è sempre una storia che vale la pena d'essere raccontata. Il caso esplode in pieno convegno milanese, quando Poste Italiane tiene a battesimo il nuovo folder dedicato al 150° anniversario dell'unità monetaria italiana. Al suo interno, oltre all'emissione vera e propria prodotta in foglietto, sono presenti alcuni gradevoli “gadget” filatelici. Tra questi balza all'occhio una riproduzione del foglietto in lamina d'argento e, udite udite, con aspetto e valore facciale identici all'esemplare cartaceo.


La notizia si diffonde come un virus durante un'epidemia e le scorte del folder portato agli sportelli milanesi si esauriscono con grande rapidità. E dire che tali “ricordini” filatelici non sono proprio ciò che si possa definire una novità. Già molto tempo prima, Poste Italiane aveva commercializzato ai propri sportelli un curioso fermacarte in plexiglas che al proprio interno conteneva una riproduzione di alcuni celebri francobolli della storia repubblicana. Più precisamente il 5 lire emesso nel 1923 per il Cinquantenario della morte di Alessandro Manzoni, il 100 lire della serie Democratica, il 205 Lire meglio conosciuto come Gronchi Rosa e il 1.000 lire pacchi “cavallino”. Confezione accattivante in cui il fermacarte, contenente la riproduzione in lamina argentata del francobollo, era a sua volta inserito in una piacevole scatola riproducente il celebre dentellato. Ottimo per un simpatico regalo filatelico, magari ad un non collezionista, deve aver pensato qualcuno, tanto che tali oggetti per moltissimo tempo sono passati sotto totale silenzio. Eppure anche in queste quattro riproduzioni spiccano le diciture ufficiali ed il valore facciale. Anche se, e questo è il punto cruciale, ormai indiscutibilmente fuori corso come affrancature.


Allo stesso modo dei già citati precursori, anche le lamine d'argento contenute in diversi folder, emessi da Poste Italiane prima del 2011, hanno ricevuto scarsa attenzione. Persino l'osservatore meno attento, infatti, non potrà non notare che le riproduzioni in lamina dei francobolli relativi al Corriere dei Piccoli (8 novembre 2008), Bulgari (24 aprile 2009), le Mille Miglia (14 maggio 2009), tanto per citare alcuni esempi, sono assolutamente prive del valore facciale e quindi non utilizzabili alla stregua di normali affrancature in corso di validità. A questo punto appare chiaro lo spartiacque oltre il quale, l'oggetto filatelico considerato alla stregua di un simpatico gadget, si trasforma in affrancatura e quindi in reperto da incasellare: il valore facciale e la contemporaneità alla validità postale dell'emissione riprodotta.


A questo punto il gioco è fatto e nasce un nuovo accattivante caso filatelico, reso ancor più avvincente dal punto di vista collezionistico se si considerano le basse tirature che vanno dai 2.000 pezzi dei primi esemplari ai 17 mila dei più recenti. Inizia così anche la corsa speculativa e qualcuno, tanto per dimostrare che le riproduzioni in lamina così combinate (cioè con il valore facciale ben impresso nella riproduzione) sono utilizzabili come affrancature si da da fare a recuperare esemplari ed imbustare lettere, a loro volta recapitate in modo esemplare con tanto di annullo postale. È l'inizio della corsa all'oro (o sarebbe meglio dire all'argento), visto che il fenomeno ottiene, nel giro di qualche anno, una sua “ufficializzazione”, in quanto i cataloghi Sassone ed Unificato hanno inserito tali oggetti nei propri mercuriali, citandoli ed indicandone un possibile prezzo di mercato.

Solo a questo punto Poste Italiane s'accorge di quanto sta accadendo a causa della sua macroscopica svista e decide di correre ai ripari. Con l'emissione del 1° ottobre 2012 dedicata alla Corte dei Conti, la riproduzione in lamina d'argento del relativo francobollo, contenuta nel folder, è prodotta con il valore facciale chiaramente annullato. Poste Italiane ha di fatto sancito con tale segno la non validità dell’oggetto come cartevalori rendendolo non idoneo al pagamento delle spese postali. L'evento, che chiude il primo capitolo dei foglietti argentati, al tempo stesso sancisce, pur indirettamente, la validità postale delle precedenti emissioni in lamina.


La tecnologia produttiva
Il collezionista può trovare interessante anche la tecnologia messa in campo per la produzione di tali “valori” in lamina d'argento. Sugli stessi, infatti, l'osservatore attento può notare la dicitura “by Paolillo”. Si tratta di una sorta di marchio di fabbrica riconducibile ad una tipografia romana, di proprietà di Ciro Paolillo, specializzata in tale genere di stampa, per il quale detiene anche uno specifico brevetto. Non si può certo dire che tecnologia ed azienda siano cosa nuova nel campo della filatelia. Proprio alla Paolillo di Roma si deve uno dei due francobolli, quello da euro 2.80, in distribuzione dal 10 ottobre 2008 per ricordare Italia 2009, con presentazione nell’ambito di “Romafil”, che mostra la leggendaria Bocca della verità. Il dentello è stato realizzato con un procedimento inedito, tramite vaporizzazione dell’oro. Il boom dei francobolli su lamina d’oro si ebbe già negli anni Sessanta, ma è nel terzo millennio che si sono intensificati i processi di stampa più evoluti. Come nell'emissione Onu per Pechino, sempre del 2008, realizzata dalla stamperia olandese Enschedé. La produzione di tali francobolli comporta scarti notevoli, tenuto conto anche delle difficoltà tecniche e delle richieste di qualità messe a capitolato da Poste Italiane. Un secondo francobollo in lamina d'oro è quello emesso il 30 ottobre del 2008 dedicato al Natale, anch'esso come il precedente in minifoglio da 25 esemplari. Che l'azienda fosse la medesima degli “argentobolli” non era dato di sapere dato che nulla compariva sui comunicati ufficiali, essendo la lamina prodotta solo una base dorata sulla quale effettuare poi la stampa definitiva del valore bollato, pur operando l'azienda laziale in regime di fornitore ufficiale ed esclusivo di Poste Italiane. La laminatura utilizzata per queste emissioni è quindi la stessa utilizzata anche per l'argento, da qui la firma d'autore sulle riproduzioni contenute nei fermacarte.


Passato e futuro
A rigore di cronaca “filatelica” è giusto ricordare che, nella storia argentata delle carte valori italiane  sono riemerse alcune riproduzioni dei valori della Michelangiolesca (quelli da 70 lire e da 50 lire), con tanto di valore facciale. Contenuti in un particolare folder per la Giornata del Francobollo del 1977, questi progenitori degli argentobolli sono assai più grandi degli originali. Ma è nel 2016 che Poste Italiane ci riprova con fermacarte e lamine, con tanto di valore facciale e puntando alla serie forever “Piazze d’Italia”, emessa il 2 luglio. Il primo soggetto individuato è il “B-50g” con il Duomo di Milano, non a caso in vendita allo spazio filatelia del capoluogo lombardo al prezzo di 20,00 euro. Visto come si presenta però, sarà ben difficile, questa volta, spacciarlo per francobollo vero.

La riorganizzazione della mia collezione
La maggior parte degli esemplari entrati a far parte dei cataloghi proviene da fermacarte prodotti e commercializzati da Poste Italiane. All'interno di una confezione di cartone è contenuto il parallelepipedo in plexiglas composto da due parti, tenute salde tra di loro da apposite calamite, all'interno delle quali fa bella mostra di sé la riproduzione del valore postale in lamina argentata. Sono stati venduti in questa veste praticamente tutte le emissioni del 2011 dedicate al 150° anniversario dell'unità d'Italia. Sia in fermacarte che in apposito folder, invece, si trova la lamina dedicata al 150° anniversario dell'unificazione del sistema monetario nazionale, dentello emesso nel marzo del 2012. Tale foglietto speciale era disponibile,  se all'interno dell’omonimo folder, al costo di € 20 oppure al costo di € 18 versione fermacarte. La tiratura complessiva del foglietto è indicata come di 18 mila esemplari, 15 mila inseriti nel folder, 3.000 sotto le sembianze di un fermacarte. Sono invece contenuti nel solo folder gli argentobolli successivi.


Ho deciso di riorganizzare quindi la mia sezione espositiva compresa tra il 2011 ed il 2012 collocando gli argentobolli a scavalco tra le due annate di emissioni.

Per i fogli mi sono procurato la serie specifica prodotta da Masterphil il cui costo, rapportato ai valori che ospita, ha un prezzo di mercato ragionevole. Dovendo inserire l'insieme tra i fogli a 32 anelli che normalmente impiego (per la Repubblica sono quelli prodotti da Abafil)  ho posto in apertura di questo particolare insieme una pagina di almanacco clonando la veste grafica di quelli editi da Abafil. Ho poi creato alcuni specifici fogli per quelle varianti che ho ritenuto di inserire (precursori o finte lamine).

Quanto ho appena descritto è parte di una riorganizzazione recente (vedi la pagina dedicata all'accomodatore), poiché in origine l'intera sezione dedicata agli argentobolli era inserita in un contesto di fogli formato A4 con quattro anelli. Trattandosi di lamine, in verità piuttosto delicate nonostante lo spessore più elevato rispetto ad un francobollo, data la mancanza di flessibilità, avevo notato che i fogli in grammatura 200 con applicate le taschine a L tendevano a sollecitare parecchio le lamine quando l'album era sfogliato. Avevo perciò optato per la collocazione in inserti senza plastificante a due tasche. Per ogni tasca avevo prodotto un inserto in cartoncino 200+200 di grammatura, realizzato in modo da ospitare una lamina su ogni lato (quattro lamine su ogni inserto, due per facciata). In tal modo le lamine sono maggiormente protette da elementi ossidativi e da danni per piegatura. Per le lamine ospitate in folder avevo utilizzato specifici inserti per mantenere integro l'insieme. Gli inserti esplicativi erano redatti e stampati, come solitamente faccio, su cartoncino di grammatura 200. Nonostante l'impegno che ho descritto l'insieme espositivo così come composto non era, dal mio punto di vista, equilibrato con il resto dell'apparato collezionistico, tanto che ho poi provveduto a smontarlo e ricollocarlo, con la soluzione precedentemente descritta, in fogli a 32 anelli.

I fermacarte in plexiglas e le relative scatole sono collocate in box di cartone, quale corredo secondario alla collezione. Idem per i folder privati delle lamine.

Giusto per dare un'occhiata
L'intera collezione è visibile sulla pagina "la mia collezione"

Scene di ordinaria follia
Come accadde per foglietti dei diciottenni, anche per gli argentobolli la polemica durerà a lungo. Secondo molti collezionisti (al momento Bolaffi non ha catalogato tali “emissioni”, ma non lo ha fatto anche per i codici a barre), i foglietti in lamina d’argento non hanno alcun valore postale, in quanto non esplicitamente previsto dalla Gazzetta Ufficiale al momento dell’emissione. Dunque non possono essere incasellati come francobolli. Secondo tale opinione, tutta la corrispondenza affrancata con il foglietto è quindi illegale in quanto atta a frodare le Poste Italiane. Nella accesa e dibattuta questione la lamina più ambita, poiché distribuita in uno speciale folder omaggio distribuito a pochi eletti, è quella del foglietto celebrante il 150° anniversario di Poste Italiane. Questa insolita emissione ricorda quanto già accaduto nel Settembre 1989 con il francobollo celebrativo dedicato alla nascita dell’attore comico Charlie Chaplin. In quell’occasione Poste Italiane stampò, oltre al normale francobollo, un foglietto in nero non dentellato ed a tiratura limitata di soli 6.000 esemplari. Tale foglietto fu inserito come omaggio soltanto nel libro dei francobolli nell’edizione esclusiva per l’estero. Oggi è un pezzo filatelico molto apprezzato e richiesto dai collezionisti italiani. Sta di fatto però che, ma è il mio solo pensiero non qualificato o qualificante, credo sia necessario definire un limite, stante anche la storia delle importanti emissioni in ambito italiano. Trovo un po' folle, infatti, che tale foglietto, giusto alcuno giorni fa, si scivolato su ebay al pazzo prezzo di 663 euro.



Un po' di bibliografia

  • "Dopo il duomo d'argento cos'altro arriverà?", Gennaio 2017, L'Arte del Francobollo  n°65
  • "Tornano i fermacarte", dicembre 2016, Vaccari News
  • "Breve storia delle lamine d'argento", Pierfranco Olivani, febbraio 2013, Il Francobollo Incatenato n° 226
  • "Gli argentobolli italiani", Sebastiano Cilio, ottobre 2012, L'Arte del Francobollo n° 61
  • "Poste Italiane annulla il valore dei francobolli in argento", 3 ottobre 2012, francobolliefilatelia.com
  • "Le lamine d'argento entrano nei cataloghi", agosto 2012, Vaccari News
  • "Foglietto Lira Italiana in argento: un nuovo Chaplin?", 24 maggio 2012, francobolliefilatelia.com.
Questa pagina è stata aggiornata il 2 gennaio 2018

venerdì 3 febbraio 2017

Un altro passo avanti con le emissioni 2015

L'inserimento in cartella delle emissioni repubblicane del 2015, e quindi l'ampliamento del mio percorso espositivo, mi offre lo spunto per proseguire alcune riflessioni su collezionismo e collezionare, sui francobolli e loro contestualizzazione storica e, perché no, didattica. Giusto per quel continuo tentare, che molti raccoglitori come me fanno, di cercare di trasferire una personale passione alle generazioni a venire. Il collezionismo è in fondo un grande gioco dove l'entusiasmo per la raccolta e la ricerca non possono venire a meno, anche quando la platea dei partecipanti aumenta.

Il termine "collezionare" ha una radice antica, pare infatti trovare genesi nel latino "colligere" ovvero raccogliere. Bene lo sapevano epigrammisti e prosatori dell'antichità che raccontano di come, nell'Antica Roma, il collezionismo fosse attività diffusa, tanto da dare vita a vere e proprie mostre e mercati specializzati. Cosa dire poi delle raccolte emerse dalle tombe dei grandi faraoni dell'Egitto antico? Pietre di foggia stravagante e bastoni ritrovati nei sepolcri sono una traccia tangibile dell'umana esigenza di raccogliere, catalogare e collezionare e nemmeno il grande Tutankamon ha costituito eccezione. Gli esempi citati in letteratura sono tanti: dai vasi di essenze esotiche della bella Cleopatra alle bamboline di Neruda. Non ha importanza ciò che si raccoglie. Ciò che conta veramente è quell'impegno che richiede passione e pazienza, che nel piacere della scoperta esonda nel desiderio di conoscere, che ci stimola ad indagare, ricercare, approfondire ed apprendere.

Immagine parte della campagna pubblicitaria di Poste Italiane
per propagandare l'abbonamento filatelico

Sfogliare una collezione di francobolli equivale, per molti, alla visita ad un museo. Ancora di più per quel visitatore che, a digiuno di una specifica cultura filatelica di tipo "accademico", si colloca allo stesso piano di un bambino curioso, ma inesperto nella sua dimensione cognitiva. Per quest'ultimo la visita è sinonimo di un'esperienza che stanca. Il visitatore "bambino" è disorientato, posto come al centro di un insieme assai vasto di reperti che, dopo un po' non è più in grado di interpretare, ma nemmeno quasi di distinguere.

I nostri francobolli, le missive con i loro annulli, le cartoline diventano oggetti che, separati dalla loro originaria funzione utilitaristica e raggruppati secondo i criteri personali di chi li ha accomodati, sono spinti a rivelare il loro profilo nascosto, come ombre sui muri che diventano figure o immaginari personaggi di un cielo solcato da nuvole. I legami tra gli oggetti, le interferenze, le risonanze sono in effetti davanti agli occhi di chi osserva, ma per percepirli occorre la capacità di aggiustamenti continui. Servono punti di riferimento.

Per il visitatore neofita, l'uscita dal museo o quel rapido e superficiale sfogliare un album sino ad arrivare all'ultima pagina in un sol respiro, è vissuto come un momento liberatorio. Sono quindi convinto che la visita di una collezione non possa limitarsi a mostrare una serie infinita di taschine trasparenti che custodiscono i nostri francobolli o le nostre buste ben affrancate, ma debba essere organizzata anche ponendo in atto una strategia didattica. Un impianto espositivo che si offra come un'esperienza cognitiva per colui che sfoglia. In fondo è questa l'attività che ci occupa la maggior parte del tempo: disegnare le nostre vetrine virtuali in cui porre i reperti postali.

la visita di una collezione non può limitarsi a mostrare una serie infinita di taschine trasparenti, ma deve essere organizzata anche ponendo in atto una strategia didattica

Non c'è dubbio che l'epoca in cui viviamo necessita di un apparato espositivo differente da quello che il collezionista approntava nel passato. Stimoli e conoscenze erano differenti e le modalità con cui un collezionista di inizio Novecento predisponeva i sui valori per sé e per mostrarli ad altri fondava su un contesto sociale e culturale molto differente. Va da sé che anche il mondo filatelico è mutato: a quel gran numero di appassionati e competenti collezionisti di ieri, che da soli costituivano una platea di "visitatori" maturi, oggi si è sostituita una società abituata ad un apprendimento precucinato espresso, ove la filatelia è spesso declassata ad oggetto di modernariato. Oggi siamo circondati da mezzi di comunicazione multidisciplinari, ad esempio la televisione, che surrogano ogni operazione di completamento dal punto di vista dell'apprendimento. Il colore, il suono, la comunicazione visuale si presentano già interconnesse, strutturate a copia della vita reale ove l'insieme degli stimoli è confezionato per produrre schemi e trame coerenti. Non devi fare altro che sederti e guardare. Non è così, salve rare eccezioni, per i percorsi museali e quindi per l'esposizione di una collezione ove ogni singolo reperto svela una propria storia e ne nasconde cento altre.

La curiosità di saperne di più, rispetto all'oggetto esposto o mostrato su un album, è un'opportunità da cogliere appieno. Per chi accomoda ciò che ha raccolto, la collezione è un gioco senza fine, un vero e proprio universo in cui il collezionista detta le regole di uno spazio che gli appartiene totalmente, in cui nessuno può imporgli leggi, vincoli, dogmi. Per chi questo universo lo visita solamente, il punto di vista è totalmente diverso. Se il racconto che circonda il francobollo è in grado di soddisfare l'esigenza di conoscerne la natura, la sua origine, la sua storia e i mutamenti avvenuti nel tempo, ecco che la propria collezione perde quella valenza individuale e si trasforma in un mezzo, in un veicolo di conoscenza e di approfondimento capace di aprire gli orizzonti anche a chi non ha partecipato alla raccolta ed alla catalogazione.


La collezione può trasformarsi in un mezzo, in un veicolo di conoscenza e di approfondimento

Le consolidate teorie sull'apprendimento, in senso generale del termine e non solo limitato all'aspetto puramente scolastico, identificano tra le cause di non assimilazione, all'interno di un contesto non destinato alla pura formazione, la mancanza di una connessione tra ciò che si apprende e la pratica ricaduta nel problem solving. Diventa cioè difficile trattenere quanto si apprende se quegli stessi concetti o quelle specifiche nozioni non saranno mai utilizzate nella vita pratica quale strumento di risoluzione dei problemi. Comprenderete quindi quanto sia difficile implementare un elemento così complesso all'interno di un repertorio culturale, offerto da un percorso filatelico o di storia postale, dovendo nello stesso introdurre stimoli cognitivi e percorsi intellettuali che non siano solo emozionali, ma che sappiano attivare un'esperienza cognitiva complessa. Questa è forse la sfida più grande. Una sfida che a volte ci obbliga a rompere gli schemi.

In ogni percorso espositivo, in quanto trama portante del racconto, l'oggetto rappresenta il testo. L'oggetto è l'asse narrativo, non si cambia in quanto tale, e va dunque interpretato. Per farlo si ricorre a quello che gli addetti a lavori definiscono paratesto. Un elemento di supporto all'interazione tra reperto ed osservatore, una connessione il cui richiamo può avere differenti valenze: contesto culturale, profilo storico, tecnica e stilistica, iconografia. La prima parte del paratesto (peritesto) rappresenta una sorta di contiguità fisica al pezzo che è mostrato: dalla semplice didascalia con i dati di emissione sino alla scheda di almanacco filatelico. Nell'ambito dell'allestimento della nostra collezione tale elemento può essere determinante, ancor più per quella sezione "moderna" ove la storicizzazione, normalmente operata per i valori più antichi, non è possibile e dove la semplice didascalia tecnica e tematica rischia di non catalizzare a sufficienza l'attenzione di chi guarda o addirittura di affaticarlo.




Come sempre, per darvi un'idea del "prodotto finito", sperando di aver offerto una interessante panoramica tecnica, vi rimando alla visione degli album che ho citato, spunto filatelico che ha dato vita a questo ennesimo post.

Questa pagina è stata aggiornata il 3 gennaio 2018

lunedì 5 dicembre 2016

Orientarsi nel percorso collezionistico

Poche righe per accompagnare la nuova edizione della "guida alla mia collezione", aggiornata con i più recenti cambiamenti del mio percorso espositivo. Ci tengo in modo particolare, giusto per mantenere fede a quella mia tanto sbandierata fissazione di considerare gli album di una collezione, ancor più se articolata, come le vetrine di un percorso museale.



Giusto per arricchirne la presentazione prendo a prestito da Valentina Baldi, che lo ha scritto in occasione di una manifestazione promossa dal Circolo Filatelico e Numismatico Benedetto Varchi, un pensiero sulla fisionomia del collezionista. "Il collezionismo è la tendenza a raccogliere, classificare e catalogare per un bisogno di ordine e metodicità. Il più delle volte, non rileva ciò che si raccoglie, ma la sistematicità della raccolta. Il collezionista riesce a conciliare la sfera sentimentale, che ha la funzione di alimentare la ricerca, e la dimensione più analitica, che consente di collocare ogni cosa al suo posto e di stabilire opportune relazioni d’ordine. Accanto alla passione con la quale mette insieme materiale originale, il collezionista riconosce intuitivamente quando determinati elementi simili siano ascrivibili ad una certa categoria tipologica. Si può dunque affermare che il collezionista è un amante dell’accumulazione critica ed analitica di una determinata serie di oggetti. Il collezionista ha un obiettivo (a cui non arriverà mai): rendere la propria collezione più importante e ricca, possibilmente impreziosita costantemente di nuovi pezzi. Talvolta dietro la collezione c’è un preciso itinerario esistenziale che consente di ricostruire le vicende personali della vita di un individuo, si riscontrano elementi ricollegabili direttamente ai suoi interessi, ai suoi stati d’animo, ai suoi hobby. Una delle virtù fondamentali che connota tutti i collezionisti è la pazienza. Quando si inizia una collezione non si ha idea di come questa si svilupperà o quali connotati assumerà."



sabato 3 dicembre 2016

Meccanizzazione postale: una divagazione tematica riorganizzata

Quando la passione si fa sempre più forte, il collezionare diventa un “lavoro totalizzante”, assorbe molto del proprio tempo libero e forse anche oltre. La passione resta quindi la chiave di tutto, una molla che ti scatta dentro e ti porta sempre più lontano. È così che la collezione, poco alla volta, diventa anche costruzione di qualcosa. Di un mondo che è il mondo del collezionista, ma è anche uno spaccato culturale che rappresentala vitalità trasformazioni del presente.

Grazie anche ai consigli degli amici, che seguono questo mio percorso collezionistico con affetto quasi maniacale, dopo l’ultima revisione della mia divagazione dedicata alla meccanizzazione postale, ho deciso di smontare e rimontare l’intero apparato espositivo, fedele alle teorie di Jean Piaget sull’accomodamento. Occasione imperdibile per inserire anche nuovi reperti accumulati nel frattempo e che faranno quindi inedita comparsa tra le pagine dei miei album sull'argomento.


L’idea è quella di una riorganizzazione che strutturi al meglio la visita di questa mia raccolta, uno dei tratti tematici della mia collezione orientata a raccontare, attraverso reperti filatelici e postali, l’evoluzione della Posta attraverso i mutamenti della società e della tecnologia. Tutto ciò premesso che, come ho già avuto modo di scrivere in alcuni miei precedenti post, la meccanizzazione postale è forse una delle materie meno filateliche che esistano.

Eppure essa, o meglio la sua evoluzione, rappresenta un interessante oggetto di studio capace di fondere filatelia, filografia, marcofilia e storia postale. Per fortuna non sono l'unico a pensarla in tal modo, tanto è che sono davvero tanti i cultori della materia cui mi sono ispirato per montare i miei reperti e dai quali ho attinto a piene mani per correggere i miei refusi, le lacune, le imprecisioni cronologiche, così come per arricchire il corredo informativo. La pensa come me anche Alastair Nixon, validissimo collezionista di meccanizzazione postale britannica, che nel suo diagramma di Venn, presentato durante una conferenza anglosassone dell'ottobre 2016 dal titolo "Postal Mechanisation for Philatelists", inquadra l'argomento come "un tema collocato al centro dell'universo filatelico", sconfessando quando asserito da una rivista di settore che, nel 1980, definiva la meccanizzazione come "un aspetto collaterale della storia postale, privo di un chiaro significato".


Che la meccanizzazione postale riemerga, di tanto in tanto, dal sottobosco del collezionismo dentellato non è una novità. Se gli studi sulle bollatrici meccaniche curati da Alcide Sciortino, pubblicati su L'Annullo, sono stati successivamente riadattati per trovare degna collocazione sul sito Il Postalista, appare quasi enciclopedico il grande approfondimento firmato da Danilo Bogoni per Storie di Posta dal titolo "Meccanizzazione". Recentissimo poi è un articolo apparso sul numero di novembre de Il Collezionista a firma Fusco Feri dal titolo "A Roma la prima e unica mostra sulla meccanizzazione postale".

La prima e unica mostra, in effetti, con tale tematica, fu inaugurata il 29 ottobre 1956 al Palazzo dei Congressi dell’Eur dal presidente del Consiglio, Antonio Segni, e due giorni dopo visitata anche dal Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi.

Lo scopo della rassegna, alla quale presero parte le Amministrazioni postali dei Paesi della Ceca, la Comunità economica del carbone e dell’acciaio (Italia, Francia, Belgio, Olanda, Germania Occidentale), nonché la Gran Bretagna e la Svizzera, era quello di mettere in evidenza i progressi raggiunti dai vari paesi nella meccanizzazione dei servizi postali e di favorire lo sviluppo di questa meccanizzazione coordinandola su un piano europeo. A tale proposito una sezione del mio percorso è esattamente dedicata alla mostra del 1956.



La collezione, infatti, grazie alla sua digitalizzazione ha assunto i connotati di un percorso espositivo ove gli album che raccolgono le missive assumono il ruolo di ambienti virtuali e dove ogni singola pagina veste i panni dei pannelli e delle vetrine che disegnano un ideale itinerario museale. Un viaggio in cui chi osserva e legge attua una riflessione su se stesso e sul suo ambiente, in senso allargato sulla realtà, dal punto di vista diacronico e sincronico.

Credo che solo in tal modo la collezione possa assurgere al ruolo di narratore. Un cantastorie capace di avvincere il proprio curatore, ma anche e soprattutto il suo “pubblico”. La collezione è per il suo fautore un’avventura, un viaggio che è anche vocazione, ricerca, caccia. Per colui che, invece, la collezione la partecipa da spettatore essa deve rappresentare un sistema complesso centrato anche su di sé e sullo stimolo di quella curiosità intrinseca ad ogni essere umano che, di fatto, costituisce la vera matrice del processo di formazione.



Ho quindi voluto immaginare gli album di questo percorso tematico, capace di molteplici interconnessioni con la dorsale collezionistica cronologica del mio insieme filatelico, come le varie stanze di una sezione museale, ognuna capace di ospitare, esporre, esplodere un tema legato alla meccanizzazione postale.

Intendiamoci, siamo ancora ben lontani da un’esposizione esaustiva del tema, ma è pur sempre un buon inizio, anche in previsione di una costante futura progettualità espansiva. Tenuto anche in conto che, paradossalmente, questa sezione tematica offre una duplice soddisfazione: quella di sviluppare un tema postale così complesso ed articolato utilizzando reperti il cui valore venale è, spesso, di pochi euro.

> Link al primo album T1


Il primo album della sezione così riorganizzata sviluppa il tema di partenza, ovvero la nascita e l'introduzione del Codice di Avviamento Postale in Italia. Una storia che si racconta in più capitoli, alcuni già citati in questo blog, che illustrano i primordiali tentativi delle Regie Poste dell'Italia unitaria di ripartire le grandi città in zone al fine di razionalizzare la distribuzione, sino all'arrivo della fluorescenza nei francobolli, metodologia evoluta per quel passaggio epocale degli anni Sessanta che sarà la codifica automatizzata del CAP.

Secondo Album T2


Il secondo album affronta un aspetto della meccanizzazione postale che prende avvio negli uffici postali sparsi nella penisola, dai più piccoli ai più grandi e trafficati centri ferroviari, e che riguarda la progressiva automazione dei sistemi di bollatura.

Un viaggio tra le “macchine” bollanti e le loro impronte, ma anche un percorso trasversale che dal Regno si allunga sino ai giorni nostri attraversando epoche e costumi ben precisi di un'Italia che cambia. Dai primi tentativi di meccanizzare la bollatura, sottraendola alla gestualità manuale del bollo impresso a mano, ai moderni sistemi di annullamento inseriti come moduli operativi nei grandi impianti di smistamento in dotazione dei Centri di Meccanizzazione Postale di seconda generazione.

Terzo Album T3

Il terzo album chiude il capitolo dedicato alla meccanizzazione della bollatura e apre un nuovo percorso che narra di quella straordinaria rivoluzione tecnologica che in Italia ha visto la Elsag San Marco quale indiscussa protagonista dei nuovi sistemi computerizzati per la codifica del Codice di Avviamento Postale.

Un'inusuale analisi di piccoli, talvolta impercettibili, grafiti applicati sulle nostre missive. Dalle barrette fosforescenti alle codifiche lineari basate sul sistema binario. I primi segni evidenti del sempre maggiore apporto di nuove tecnologie, guidate da microprocessori, per la lavorazione e l'inoltro della parola scritta.

Quarto album T4

Sul quarto album la tecnologia evoluta la fa da padrone. L'idea è quella di raccontare, attraverso lettere e cartoline quasi dei giorni nostri, la progressiva evoluzione del sistema logistico di Poste Italiane, la nascita del grande piano di meccanizzazione nazionale, lo sviluppo dei centri meccanizzati, lo studio dei grandi impianti e dei nuovi codici impressi da questi ultimi sulle nostre lettere. Algoritmi tanto sorprendenti, quanto complessi da decifrare.

Quinto album

Al quinto album ho affidato la genesi della grande meccanizzazione postale vista e raccontata da un punto di vista capace di esondare gli italici confini, assumendo quindi una dimensione internazionale che parte dall'origine della specie: la Transorma. A ripensarlo oggi, guardando le immagini dell'epoca, l'entusiasmo che gli addetti ai lavori provarono con il passaggio dallo smistamento completamente manuale a quello automatizzato offerto dalla Transorma, ha dell'incredibile. Ma in quel periodo ciò che oggi pare poca cosa era veramente un enorme passo in avanti. La produttività di Transorma, con cinque operatori, poteva raggiungere le 15 mila lettere all'ora, circa il doppio della media di un sistema di smistamento manuale dell’epoca.

Prodotta dall'azienda olandese Werkspoor, la Transorma funzionava sul principio dello smistamento diretto. Ogni operatore, collocato nella parte superiore della struttura, prelevava manualmente da un cassetto la missiva e, dopo aver letto l’indirizzo inseriva, utilizzando una tastiera, un codice di ripartizione, ponendo poi l’oggetto in una guida da cui, attraverso un sistema di movimentazione, lo stesso era depositato in una delle diverse caselle di raccolta che, variavano da 100, nei modelli più piccoli ad un solo operatore, sino a 300 nelle versioni con cinque operatori. L’efficienza di tale sistema era dunque direttamente proporzionale alla capacità degli operatori impiegati di memorizzare con precisione quanti più codici di ripartizione possibile. La versione più grande era alta circa 4 metri, e si allungava per quindici metri con una larghezza di sei. Pesava parecchie tonnellate ed era in grado di convogliare la corrispondenza dal piano inferiore a quello superiore attraverso un nastro trasportatore.

Con la Transorma ha inizio il grande laboratorio inglese di Brighton, primo vero centro di sperimentazione che getterà le basi per il progetto ALF testato su larga scala a metà degli anni Cinquanta nel centro postale di Southampton.

Sesto album

Al sesto raccoglitore ho affidato il compito di guidare il visitatore lungo un percorso esplorativo sulla storia della meccanizzazione postale allargata al quadro europeo, analizzando e cercando di conoscere meglio la sua evoluzione nei maggiori paesi del Vecchio Continente, partendo da Germania e Francia. Un argomento vasto, su cui c'è tanto da raccontare e che, piano piano avrà anch'esso il suo onorevole spazio in questo mio itinerario.

Gli album dedicati all'argomento, oggetto di questo posta, sono consultabili nella pagina dedicata alla mia collezione su questo blog.

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sabato 29 ottobre 2016

La rosa dei venti per "ripartire postalmente" la città eterna

La mia sezione trasversale dedicata alla meccanizzazione postale si arricchisce di alcuni interessanti reperti, ghiotta occasione per qualche divagazione sul tema.

Comincia male il 1887 per l'Italia: il 26 gennaio a Dogali, in Abissinia, una colonna di cinquecento soldati italiani, comandata dal colonnello Tommaso De Cristoforis, è assalita da forze abissine e annientata dopo due ore di battaglia. Nel migliore stile italiano, l'intera nazione, impegnata nella grande avventura coloniale africana, è percorsa da un'ondata di sdegno con dimostrazioni popolari, interventi e liti in Parlamento fra falchi e colombe. Qualcuno urla "mai più un soldato italiano in Africa", ma alla fine si vota per un ulteriore finanziamento, atto a proseguire l'invasione per riscattare l'onore nazionale. Si aumenta così il prezzo del pane. Pare davvero che, dopo quasi centocinquant'anni, poco sia davvero cambiato. Pochi giorni prima che a Milano vada in scena la prima dell'Otello di Giuseppe Verdi e che si firmi l'accordo anglo-italiano per preservare l'equilibrio politico militare nel Meditteraneo, esattamente il 2 febbraio, un tal Francesco Genala, allora Ministro Segretario di Stato del lavori pubblici, firma un sigolare decreto.


L'idea, che tale atto di Governo intendeva esprimere, era quella di sperimentare nella capitale del Regno una nuova metodologia di ripartizione postale, così come già s'era provveduto a fare in altre importanti città europee che, data la dimensione metropolitana, iniziavano a soffrire di inammissibili ritardi nell'inoltro della corrispondenza. Si decise quindi di "ripartire" Roma in zone postali, assegnando ad ognuna di esse una specifica dotazione di portalettere. Non è difficile intuire che, pur collocata a livello sperimentale, una soluzione di questo tipo potesse rappresentare un grande balzo in avanti verso l'idea di una codifica postale, sino ad ora limitata alla suddivisione d'area dei singoli portalettere.


Il Ministro Segretario di Stato dei lavori Pubblici
> considerando che la celerità del recapito a domicilio delle corrispondenze postali, massime nelle grandi città, costituisce uno dei pregi più essenziali del servizio postale ed uno dei vantaggi più utili e più desiderati dal pubblico;
> ritenuto che a conseguire un tale effetto, oltre al numero degli agenti distributori concorrono essenzialmente il metodo del riparto delle corrispondenze in arrivo, nonché il ripartire le città in varie zone, istituendo in ognuna di queste un ufficio succursale per il recapito delle lettere, anziché concentrarle in un sol punto di diramazione dei portalettere, come ora avviene;
> volendo provvedere affinché questo miglioramento nel servizio di recapito a domicilio possa applicarsi gradatamente alle corrispondenze dirette nelle grandi città del Regno;
> sulla proposta del Direttore Generale delle Poste;

decreta
Articolo 1
Per agevolare e rendere più pronto il recapito delle corrispondenze, le grandi città saranno divise in zone distinte col titolo dei punti cardinali: Nord, Sud, Est, Ovest e Centro, o loro iniziali corrispondenti come N. S. E. O. C.
Articolo 2
Per cura della Direzione Generale delle Poste si provvederà alla formazione delle zone ed alla designazione delle vie e delle piazze componenti ciscuna zona. Sarà data massima pubblicità a tale riparto affinché a poco a poco entri nelle abitudini del pubblico di segnare sull'indirizzo della lettera, oltre l'indicazione del domicilio e la città di residenza del destinatario, anche la zona ove ha luogo il domicilio stesso, come per esempio: Signor N...... N...... Via Cavour, 4 Roma E.
Articolo 3
Le corrispondenze dirette nelle grandi città distinte in zone postali saranno classificate negli ambulanti postali. Il loro recapito a domicilio sarà fatto da portalettere avente sede presso speciali uffizi succursali stabiliti nella zona corrispondente e possibilmente in punti centrali della zona stessa, nei quali saranno concentrate le corrispondenze dirette agli abitanti dei rioni o dei quartieri adiacenti agli uffizi medesimi.
Articolo 4
Le disposizioni del presente decreto avranno effetto gradatamente e di mano in mano che saranno compiute tutte le operazioni preparatorie sia per la scelta delle città, sia pel riparto di esse in zone, sia per l'allestimento degli uffizi succursali donde dovranno partire le squadre dei portalettere destinati alla distribuzione delle corrispondenze in ciascuna zona. Per Roma tale disposizione avrà effetto non più tardi del 1° novembre prossimo venturo.





La lettura del decreto ci lascia dunque intravvedere una piccola rivoluzione che, partendo da Roma, città teatro della sperimentazione "cardinale", si sarebbe poi espansa alle restanti grandi città del Paese. Le cronache però narrano di una storia differente che, tra intoppi organizzativi e rallentamenti burocratici, spostò l'inizio della riorganizzazione alla data del 11 febbraio 1990. In effetti ci fu un certo da fare. Si stamparono, ad esempio, un buon numero di copie di manifesti e stradari che riportavano strade, vicoli e piazze di Roma, oltre ai principali palazzi e stabilimenti della capitale, indicandovi accanto la zona postale di appartenenza. Quanto da esporre e rendere disponibile alla consultazione del pubblico all'interno degli uffici postali.


L'amministrazione postale del Regno d'Italia provvide anche a fornire agli uffici romani nuovi timbri, in stile tondo riquadrato, riportanti le nuove indicazioni delle zone postali, così come previste dal decreto che le istituiva. Agli uffici, attraverso apposita circolare, furono fornite dettagliate indicazioni circa le informazioni da fornirsi, ovvero di ricordare di scrivere nell'indirizzo, posto sulle missive dirette a Roma, anche la zona postale di riferimento, rammentando che la mancanza della stessa avrebbe obbligato l'amministrazione ad indirizzare la corrispondenza all'ufficio di Roma Centro, generando un inevitabile ritardo nei tempi di consegna a domicilio. Per il "ceto commerciale" valeva la preghiera di avvisare i propri corrispondenti, italiani ed esteri, di prendere nota della nuova codifica postale della città eterna e di provvedere ad indicarla in modo corretto nell'indirizzo. Inevitabile, innanzi a tanta premura, che anche il secondo traguardo temporale, fissato al novembre 1889, slittasse all'11 febbraio 1990.




Dovrà trascorrere un triennio per poter mettere un bel timbro di "archiviato" sull'intera idea delle zone postali. L'esperimento, a dirlo e il bollettino postale N°11 del 1890, non ha prodotto i risultati sperati. Un fallimento per dirla breve, tant'è che la sua soppressione data il 21 settembre di quello stesso 1890 che ne aveva visto l'inizio.

A nulla valsero i quasi 61 mila sacchi di corrispondenza avviati a destino dagli uffici romani, posta diretta all'interno del Regno e all'estero, o gli oltre 121 mila sacchi lavorati. Per Roma si scelse di adottare la soluzione partenopea che aveva prodotto risultati migliori e più soddisfacenti. Soluzione consistente nel trasportare i portalettere mediante uno speciale omnibus, nei “quartieri eccentrici” per il recapito della corrispondenza. Nulla toglie però al tentativo di aver voluto iniziare a pensare, in ambito postale, con logiche nuove, proiettate al futuro. La verità del fallimento stava forse nella grande difficoltà di cambiare alcuni dogmi che gli italiani legavano alla propria comunicazione scritta. Si pensi, ad esempio, che all'epoca non tutti usavano indicare l'indirizzo completo sulle lettere, omettendo talvolta persino via e numero civico, dando quasi per scontato che l'importanza del destinatario ne avrebbe comunque permesso il recapito. Per non parlare poi del mittente, una sorta di violazione della sacralità del segreto epistolare che faticava ad accettare che occhi indiscreti, inclusi quelli degli impiegati postali, potessero conoscere la provenienza di una lettera.

Nulla toglie però al tentativo di aver voluto iniziare a pensare, in ambito postale, con logiche nuove, proiettate al futuro. La verità del fallimento stava forse nella grande difficoltà di cambiare alcuni dogmi che gli italiani legavano alla propria comunicazione scritta. Si pensi, ad esempio, che all'epoca non tutti usavano indicare l'indirizzo completo sulle lettere, omettendo talvolta persino via e numero civico, dando quasi per scontato che l'importanza del destinatario ne avrebbe comunque permesso il recapito. Per non parlare poi del mittente, una sorta di violazione della sacralità del segreto epistolare che faticava ad accettare che occhi indiscreti, inclusi quelli degli impiegati postali, potessero conoscere la provenienza di una lettera.



Come ho già avuto modo di scrivere, la mia divagazione sulla meccanizzazione postale si innesta nella cronologia repubblicana, grazie all'emissione fatta per ricordare agli italiani la messa in uso del codice di avviamento postale, svolta epocale che ha dato vita ad un mio persone percorso che scivola indietro ed in avanti sulla linea del tempo. Gli album dedicati all'argomento sono consultabili nella pagina dedicata alla mia collezione su questo blog, ma per chi fosse veramente curiso riporto i link a seguire. 

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sabato 15 ottobre 2016

Trieste: non solo un punto di vista filatelico

Nei primi giorni di settembre ho finalmente incontrato Anton. Ci siamo stretti la mano seduti ad uno dei tanti tavolini sparpagliati tra le strade e le piazze di Celjie, sovrastate dall'imponente castello che domina l'intera e verde vallata. Celjie si trova in Slovenia, precisamente la dove il fiume Voglajna sbocca nella Savinja e dove quest'ultima gira in direzione della Sava. La terza città della Slovenia per dimensioni, l'antica Keleia celtica, è il luogo dove era coniato il denaro norico, nel periodo dell'imperatore Claudio, che si sviluppò poi in uno dei più importanti borghi della regione con il nome di Celeia. Anton abita a qualche chilometro di distanza, tra le colline sovrastanti che sembrano montagne ammantate da una fitta boscaglia, in alto, dove la strada diventa piccola piccola e si perde nel verde intenso della vegetazione.


Ho portato con me la mia collezione di Trieste A. Non tanto per tentare di venderla al collezionista che è Anton, ma per mostrargli come ho intenzione di montare la sua collezione di Trieste B che lui è propenso a vendermi. Un gesto dovuto ad un collezionista che cede la sua raccolta con un piccolo nodo in gola e che mi consentirà di ampliare in modo importante il mio spazio espositivo dedicato ai fatti di Trieste e dell'intera regione istriana e dalmata.

Un frammento di storia che stratifica gli eventi quando, con l’armistizio, si apre per il nostro Paese un periodo tra i più bui, la cui ricostruzione continua ad innescare violente polemiche. Dopo l’8 settembre 1943, infatti i Savoia riparano a Brindisi per fondare il “Regno del Sud”, mentre Mussolini è liberato ed annuncia la nascita della Repubblica Sociale Italiana. La Penisola, divisa fra i due fronti lungo la linea gotica, diventa un punto nevralgico per le sorti del conflitto; a farne le spese è una popolazione straziata, divisa, colpita dai bombardamenti e condannata all'orrore di una lotta fratricida. Intanto, in un vortice di avvenimenti, la guerra si avvicina alla fine: Roma occupata e liberata, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, lo sbarco in Normandia, la Conferenza di Yalta, la “macelleria messicana” di piazzale Loreto, il suicidio di Hitler, la presa di Berlino, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, il processo di Norimberga e la difficile Conferenza di pace. In questo contesto si sviluppa la vicenda di Trieste, del Venezia Giulia e della costa istriano dalmata.



In tal senso anche i nostri francobolli parlano,
Raccontano di un periodo travagliato ove la natura umana ha saputo mostrare il peggio di sé aprendo, con la drammatica vicenda delle Fosse Ardeatine, un baratro di incomprensioni, di ostilità, di verità taciute tra popoli confinanti.

Il mio racconto di quelle vicende, attraverso i reperti dentellati, era in parte già montato nell'album che comprende l'occupazione del Venezia Giulia da parte degli alleati, l'emissione triestina titoista e i valori di Trieste A. Anton ora lo sfoglia con interesse, soffermandosi anche sulle schede storiche che si alternano ai francobolli. Narrano una ferita difficile da suturare, scandita dalle emissioni del periodo. Dolorosa al punto che il 13 luglio 2010 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha incontrato a Trieste i presidenti della Slovenia e della Croazia Danilo Türk e Ivo Josipović. Si è trattato di un vertice a tre di evidente impatto simbolico, organizzato grazie ad un grande sforzo politico e diplomatico per superare i malintesi di contrapposte memorie storiche e le diffidenze dovute a reciproche colpe a lungo negate.


Nulla è stato casuale nel protocollo seguito: il 13 luglio, anniversario di quel lontano 1920, è il giorno in cui una manifestazione antislava organizzata dai fascisti e nazionalisti si concluse con l'assalto e l'incendio della Narodni Dom (la Casa del Popolo, nota anche come Hotel Balkan), un imponente edificio sede delle organizzazioni culturali ed economiche degli sloveni di Trieste. In secondo luogo, la sequenza delle tappe della visita: prima lo stesso Balkan, oggi università, simbolo dell'offesa contro gli slavi, poi piazza della Libertà, con sosta innanzi al monumento che ricorda l'esodo da Istria, Dalmazia e Fiume, simbolo dell'offesa contro gli italiani. Infine, in piazza dell'Unità, per un concerto popolare diretto da Riccardo Muti ed eseguito da un'orchestra che ha visto suonare insieme musicisti italiani, sloveni e croati. Una manifestazione importante, impensabile qualche anno fa quando paure e separazioni ereditate dal passato erano ostacolo al dialogo e al confronto: foibe, crimini di guerra, deportazioni, esodo erano tutte parole pronunciabili o indicibili, a seconda dell'appartenenza politica e ideologica di ognuno, in una contrapposizione di memorie fondate su una forte componente di rimozione. Condividere significa esplorare le contraddizioni e le responsabilità. Un passato condiviso è un passato compreso: solo così la storia può essere lezione per il presente.


Siamo partiti proprio da quest'ultima frase che Anton ha letto sulla pagina di apertura dei miei fogli dedicati alle emissioni di Trieste A e che, in qualche modo, ci ha accompagnati nella rilettura della intera collezione del periodo, per fare alcune considerazioni. "Con Trieste B dovrai trovare un equilibrio difficile se vuoi raccontare una storia e non solo limitarti ad incasellare i francobolli", ha esordito Anton dopo un sorso di Lasko, la birra della regione bevuta in tutta la Slovenia. "Credo che tu possa migliorare il tuo racconto filatelico inserendovi un'introduzione, senza dover appesantire troppo la nuova sezione di Trieste B", ha poi proseguito, "perché se non lo fai rischi di spostare l'ago della bilancia più sulle ragioni di una parte rispetto all'altra, o meglio rischieresti di cadere nella trappola di giustificare l'ingiustificabile solo ad una fazione in campo, dimenticando che non esistono motivazioni che possono giustificare la disumanità, la ferocia di un essere umano esercitata su un'altra persona, senza ma e senza se". Effettivamente Anton non ha tutti i torti. Nello sviluppare la cronologia di Trieste A e le connesse emissioni di occupazione del periodo ho messo chiaramente in luce le violenze slave ai danni della comunità italiana, dalle foibe all'esodo, dalla slavizzazione forzata alla negazione di una identità culturale e linguistica. Così come per Trieste B avevo in serbo un'interessante apparato didascalico dedicato alle vicende degli italiani rimasti in quel territorio che, i successivi trattati avrebbero poi assegnato alla Jugoslavia. Una chiara visione monoculare. Tutto questo dimenticando i fatti accaduti assai prima e che da punto di vista postale o filatelico rientrerebbero a pieno titolo nel periodo del regno, piuttosto che in quello repubblicano, ma che se dimenticati rischierebbero di edulcorare ogni proposito di rendere i francobolli cronisti imparziali della nostra storia.


Anton mi ha fatto tornare in mente una citazione di Aldous Leonard Huxley che avevo letto sul saggio "Foibe" di Gianni Oliva: “i fatti non cessano di esistere perché sono ignorati”. Vero, prosegue poi Oliva, "i fatti sopravvivono al silenzio degli studiosi ed alle rimozioni dell'immaginario, e spesso si ripresentano all'improvviso, riscoperti da un documento d'archivio, da un ritrovamento casuale, da una testimonianza tardiva o interessata, e finiscono in questo modo per caricarsi di significati impropri. Le realtà taciute sono le più pericolose perché riemergono astratte dal loro contesto e chiedono ragione insieme di ciò che è accaduto e del perché si è scelto di ignorarlo o marginalizzarlo. I fatti, anche i più controversi, anche i più imbarazzanti e scomodi, hanno invece una loro logica, una loro spiegazione, un loro perché. Compito della ricerca storica è ricostruirli senza pregiudizi, coglierne le dinamiche, restituire l'atmosfera in cui sono maturati. Solo così la conoscenza del passato si trasforma in coscienza del presente".


Finita la birra, chiuso il nostro accordo di natura economica, abbiamo festeggiato il sodalizio filatelico a tavola, tra gli aromi ed i sapori della Slovenia più autentica. Poi, con la famiglia, eccoci tra le viuzze e le chiese di Celje. Un momento ludico, mitigato da un sole tiepido, a tratti rapito da qualche nube di passaggio. Una volta a casa, pensavo passeggiando, avrei cercato la giusta modalità per animare e sintetizzare la necessaria introduzione al mio percorso dedicato a Trieste ed alla regione giuliano istriana, seguendo i consigli di Anton.

Nemmeno il tempo di pensarci che ecco, dietro l'angolo, spuntare un inaspettato suggerimento. Roba da non crederci! Proprio innanzi ad uno degli angoli più suggestivi della cittadina ecco posizionati, a disposizione per i visitatori, una serie di pannelli predisposti per raccontare la storia e gli eventi della città utilizzando documenti e reperti postali, cartoline illustrate viaggiate, con tanto di affrancatura ed annulli in bella mostra.


Un'idea folgorante che mi ha convinto ad utilizzare, nella loro semplicità e senza l'altisonante titolo nobiliare di "pezzo raro", pochi semplici reperti di storia postale, riferibili al periodo 1920 - 1930, per dare vita a quel necessario prologo, accompagnato da una schematica cronologia degli eventi, fondamentale per fornire una genesi, oltre che un equilibrio, all'intero mio allestimento dedicato alla Trieste compressa tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la ricostruzione post bellica.



Il processo costruttivo che ho seguito nei mesi seguito al viaggio in Slovenia è stato veramente gratificante, non solo per la mera parte tecnica messa in cantiere nell'editare e montare i fogli degli album (in formato A4 per questa sezione), ma soprattutto per il piacere di sviluppare un percorso decisamente più articolato rispetto a quello originariamente concepito, tanto da farmi ipotizzare già una evoluzione futura che, nella sua parte introduttiva possa includere alcune zone di occupazione jugoslava ed il periodo compreso tra il 1943 ed il 1945, così come l'inserimento delle emissioni slave del litorale adriatico. Un passo dopo l'altro. Come sempre "le piccole cose si costruiscono un pezzo alla volta".


Tutto questo, scritto e raccontato in questo mio piccolo spazio in rete, per invitarvi a visitare il riallestimento del mio itinerario triestino. Manca ancora molto, ma credo che vi sia già il materiale necessario per proporvi una visita virtuale, con l'augurio che possa rappresentare uno stimolo per un nuovo viaggio filografico, filatelico e postale. Al momento l'allestimento è distribuito in due raccoglitori.

Nel primo album (F1), subito dopo un prologo veloce sui fatti e la cronologia che hanno preceduto emissioni ed eventi raccontati, si possono trovare i francobolli relativi alla Occupazione Anglo Americana del Venezia Giulia (AMG), sulla Occupazione jugoslava di Trieste, su Trieste A completa dei servizi e di alcuni reperti che testimoniano il ritorno all'Italia della città giuliana, oltre ad alcuni flash sulla filatelia contemporanea dedicata ai fatti della regione.


Nel secondo album (F2) si chiude, con i servizi, la sezione di Trieste A. Vi ho poi posizionato emissioni corrispondenti alla Amministrazione Militare jugoslava del 1947, alla Occupazione jugoslava di Fiume, al periodo filatelico di Trieste B completo dei servizi, oltre ad alcuni flash sulla filatelia contemporanea dedicata ai fatti della regione.